Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.

Fabrizio De André

Nel 2025 è emersa una delle iniziative civili più ambiziose, simboliche e rischiose di solidarietà internazionale: la Global Sumud Flotilla. Con decine di imbarcazioni, migliaia di partecipanti da oltre 40 paesi e l’obiettivo dichiarato di “rompere via mare l’assedio illegale su Gaza”, la missione ha assunto valore non solo materiale — consegnare aiuti —, ma anche politico, simbolico, morale.

La Global Sumud Flotilla nasce dalla convergenza di vari movimenti di solidarietà con Gaza: tra i promotori figurano la Freedom Flotilla Coalition, il Global Movement to Gaza, il Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara (da Asia sud-orientale). Il termine “sumud” in arabo significa “resilienza, fermezza, costanza” — una parola che evoca il rimanere, il resistere nonostante le pressioni esterne.

L’idea è semplice ma ambiziosa: usare una flotta civile di imbarcazioni non militari per rompere il blocco navale imposto da Israele verso la Striscia di Gaza, consegnare beni essenziali e fare pressione sull’opinione pubblica internazionale affinché intervenga con forza politica ed etica. Le imbarcazioni partono da diversi porti del Mediterraneo — Barcellona è uno dei luoghi simbolici di partenza — e convergono verso acque internazionali di fronte a Gaza, cercando di superare l’ostacolo del blocco. Non si tratta di una flotta militare: l’organizzazione enfatizza la natura nonviolenta dell’azione, il carattere civile, l’assenza di armi e la trasparenza delle operazioni.

A bordo si trovano volontari di profilo differente: medici, operatori sanitari, giornalisti, avvocati, artisti, attivisti, personalità politiche ma anche semplici cittadini che sentono il dovere di non restare spettatori. Ogni imbarcazione rappresenta una comunità e un messaggio: il non restare in silenzio, il reclamare diritti che si ritengono violati. Durante la traversata, gli organizzatori denunciano tentativi di impedimento e pressioni, e allo stesso tempo fanno appello all’attenzione mondiale: “Non ignorate ciò che sta accadendo a Gaza”.

Già nelle prime fasi la Flotilla ha affrontato difficoltà: partenze rimandate per maltempo, interferenze, minacce di sequestro, dichiarazioni da parte israeliana che i partecipanti potrebbero essere trattati come “terroristi”. Proprio queste sfide rendono l’azione più potente, dimostrando che non si tratta di una provocazione vuota, ma di un impegno concreto e rischioso che rafforza la portata simbolica del gesto.

Chiamare la Global Sumud Flotilla “atto di disobbedienza civile” non è un abuso retorico. Disobbedienza civile implica che cittadini rompano intenzionalmente certe norme o prassi in modo pubblico, non violento, assumendosene la responsabilità, per denunciare ingiustizie e stimolare cambiamento. In questo caso, la norma che si intende sfidare è il blocco navale imposto a Gaza, considerato illegittimo e contrario al diritto internazionale. La Flotilla non chiede nulla di privato, non compie atti violenti, ma costringe a rendere visibile ciò che è stato reso invisibile: l’assedio, la sofferenza, la complicità internazionale.

Un precedente significativo di questa capacità di mobilitazione civile si è visto anche quando la Russia ha iniziato la sua aggressione su larga scala contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Dopo pochi giorni, decine di volontari e attivisti tra cui diversi di Fondazione Arché partirono da tutta Europa per portare beni di prima necessità ai profughi ucraini e agli sfollati. Allora, come oggi con Gaza, la forza dell’azione non stava solo nei beni materiali consegnati, ma nel valore simbolico della solidarietà: l’idea che comunità diverse, senza armi né potere politico, possano costruire ponti di umanità laddove regna la distruzione.

L’azione, per quanto esposta a critiche, ha un impatto che va ben oltre i carichi di aiuti che potrebbero raggiungere Gaza. La sua forza sta nella capacità di generare immagini e racconti che i media non possono ignorare; nel rompere il monopolio della narrazione, portando in primo piano cittadini e testimoni; nel creare un punto di non ritorno morale, poiché chi partecipa dichiara di voler rischiare per affermare un principio universale; nel dimostrare che la solidarietà transnazionale è reale e tangibile, fatta di volti e di mani; nello scuotere le inerzie della politica internazionale, costringendo governi e istituzioni a reagire. È anche un invito diretto a ciascuno di noi a non restare spettatori: la Flotilla ricorda che la cittadinanza globale non è un concetto astratto, ma una responsabilità attiva.

Non a caso, durante l’incontro del 18 settembre 2025 organizzato da Fondazione Arché per sostenere le attività del Cardinale Pierbattista Pizzaballa in favore delle donne di Gaza, Khader Tamimi, portavoce della Comunità Palestinese della Lombardia, ha detto con forza che tutti noi siamo responsabili del massacro dei civili inermi, ma che ciascuno di noi nel proprio piccolo può fare tantissimo. Le sue parole hanno ricordato che la disobbedienza civile non è solo un atto di sfida, ma un invito alla responsabilità condivisa, un richiamo a trasformare l’indignazione in azione.

Naturalmente i rischi sono concreti: dalla repressione navale o giudiziaria, alla possibilità che l’azione resti simbolica, alle interpretazioni legali divergenti. Eppure proprio la presenza di ostacoli rafforza la forza morale del gesto. Un atto di coscienza che si espone a pericoli diventa più credibile e più capace di scuotere.

La Global Sumud Flotilla è molto più di una spedizione di aiuti: è un gesto politico, un simbolo, una sfida morale, una domanda rivolta alle coscienze individuali e collettive. È una forma di disobbedienza civile che non invoca anarchia ma testimonianza, che non cerca violenza ma visibilità, che non punta al potere ma alla coscienza.

Il mare diventa teatro dell’etica, le onde un grido che attraversa i confini, le barche la dimostrazione che la resistenza nonviolenta è ancora possibile. Se in un mondo spesso paralizzato dal silenzio e dall’indifferenza c’è chi ha il coraggio di salpare, possiamo solo augurarci che questa navigazione continui a smuovere coscienze, ad aprire orizzonti e a costruire ponti di giustizia e dignità.

Che il vento della solidarietà soffi forte nelle vele della Flotilla, e che il suo esempio insegni al mondo che il coraggio civile può ancora cambiare la rotta della storia.

Simone Zambelli