Proviamo ad entrare anche noi in quella stanza al piano superiore di una casa di Gerusalemme dove stanno rinchiusi egli amici di Gesù, uomini e donne, che hanno subito lo shock della Pasqua e sono lì senza sapere bene cosa fare e dove andare.

Se vi entrassimo come storici, potremmo dire semplicemente: costoro hanno davanti a sé due strade, o continuare a stare lì a consolarsi fra di loro, a farsi forza, a sostenersi nel rimpianto di quello che era stato. Non è difficile immaginarceli, pieni di nostalgia, ripetersi l’un l’altro: «Ti ricordi cosa aveva detto sulle rive del lago? Quanta gente lo ha seguito quando andavano bene le cose, adesso invece… ti ricordi con quel cieco, cosa ha fatto con il lebbroso…». Insomma possono continuare chiusi fra di loro e la cosa andrebbe a finire così. Questa è una possibilità.

Poi ci potrebbe essere almeno una seconda strada, ovvero possono andarsene, ognuno per i fatti propri, disperdersi, decidere di uscire e, visto che lì non ci sono grandi sicurezze, andare altrove. Umanamente, semplificando, hanno queste due possibilità.

Ma c’è anche un modo diverso di vivere e di raccontare le cose, ed è appunto quello che fa Luca negli Atti, il quale non rinuncia a questa dimensione umanamente prevedibile, ma dice a noi che il dono dello Spirito permetterà alla chiesa di vivere proprio così. Avrà un tempo per stare a ricordare, per fare memoria delle parole e dei fatti di Gesù, ma avrà anche un tempo in cui questo annuncio lo dona agli altri. In sostanza vivrà come ha vissuto il suo Signore: proiettato verso gli uomini e le donne del suo tempo, al servizio delle loro paure e delle loro sofferenze, ma poi capace di ritirarsi in preghiera, di stare con il Padre suo, di pregare e lì riportare la sofferenza incontrata, le paure, le domande degli uomini… insomma a Pentecoste i discepoli fanno l’esperienza di una vita spirituale, di una vita secondo lo Spirito di Cristo.

Il dinamismo della vita spirituale sta in questo continuo movimento, laddove la logica umana poteva suggerire di decidere o da una parte o dall’altra, il dono dello Spirito suggerisce che la vitalità dei discepoli sta in questo movimento: di apertura e di intimità; di preghiera e di missione.

Con quale linguaggio si può descrivere un’esperienza spirituale? Un ebreo non poteva che ricorrere al linguaggio della Bibbia. Cinquanta giorni dopo la pasqua si celebra la festa delle Settimane, perché sette settimane dopo pasqua si ricorda che il popolo attraverso Mosè ha ricevuto il dono della Torah sul Sinai.

Per Luca quel giorno di Pentecoste è il compimento dei compimenti, la stipulazione piena della nuova alleanza, alleanza non più fondata sulla Legge ma sullo Spirito santo, scritta non su tavole di pietra ma nel cuore dei credenti (cf Ger 31, 31). È la nascita della chiesa, della comunità del Signore immersa, battezzata nello Spirito santo, abilitata dallo stesso Spirito a proclamare la buona notizia del vangelo a tutte le genti, da Gerusalemme a Roma.

Ora, il Sinai è nel cenacolo. Chi di voi ha potuto vedere l’alba sul Sinai ha fatto l’esperienza di un’alba di fuoco, perché l’alba sul Sinai è un’alba di luce rossa come il fuoco. Così Luca per dire la loro esperienza, ricorda quella di Mosè. Insomma come è iniziata una nuova tappa della vita di Mosè, così inizia per i discepoli un modo nuovo di essere uomini e donne. La paura viene vinta per un dono dall’alto, prendono coraggio e cominciano a parlare, a dire le grandi opere di Dio e decidono di andare.

Oggi è Pentecoste per noi, anche se non vediamo albe di fuoco o venti impetuosi… anche noi possiamo vivere un’autentica esperienza spirituale, se ci lasciamo guidare dallo Spirito, dono del Padre, come dice Gesù nel vangelo di Giovanni.

Cos’è lo Spirito? È come il respiro per l’organismo: proviamo a rimanere senza respirare, senza tirare il fiato! Non staremmo in piedi, non vivremmo. Così come il respiro è un dono, non lo comandiamo noi, tutt’al più lo possiamo trattenere, così il Padre ci fa dono del suo respiro, della sua vita, per vivere il Vangelo, per rendere contemporaneo Gesù oggi. La vita spirituale non è alternativa alla vita umana, ma la attraversa, la sostiene.

Poi, dice Paolo, questo dono del Padre è dato a ciascuno di noi in un popolo, che è come un corpo, a ciascuno è dato un dono per il bene comune. Perché nessuno di noi può pensare di poter completare in se stesso tutta la vita del Cristo. Ognuno di noi può esprimere un aspetto, una caratteristica, un servizio, ma nessuno può fare tutto. Proviamo a domandarci: qual è il dono evangelico che io posso portare per il bene di tutti? qual è l’aspetto della vita di Gesù che vivo più intensamente e che può essere un dono per gli altri, per il bene comune.

Paolo insiste nel dire che è un dono per il bene comune. Perché anche nella chiesa, nel popolo di Dio si possono vivere i doni di Dio per la propria gloria, per il proprio potere, per gratificare le proprie aspettative, per verniciare le frustrazioni… allora succede che nelle parrocchie quando uno occupa un posto non lo muovi più, diventa uno spazio di realizzazione personale… e lì gli altri non devono entrare perché è proprietà privata! Lo Spirito santo è il dono che chiediamo al Padre perché il nostro aiutare l’altro, il nostro impegno, tutto quello che possiamo fare per la comunità, abbia questa libertà di servire il bene comune e non noi stessi.

Forse abbiamo paura quando si parla di comunità, di bene comune, perché quel “comune” fa pensare a una omologazione, a un frappè delle diversità che vengono perdute nell’insieme. Il popolo di Dio non è un frullato che annulla le diversità, ma lo spirito ci rende fratelli, nel senso che appunto i fratelli sono uguali, ma diversi. Abbattere le disuguaglianze è compito della solidarietà, la solidarietà tende come principio a ridurre la distanza che sussiste tra persone nel partecipare ai diritti, al bene. La fraternità invece consente agli uguali di essere diversi, precisamente come tra fratelli, figli dello stesso padre e della stesa madre, ma ognuno portatore di doni diversi.

Infine, in terzo luogo (lo spirito è dono del Padre; per il bene comune), il dono dello Spirito non è un dono per conservare, lo Spirito santo non è un congelatore e l’immagine del fuoco lo dice bene. L’esperienza dei discepoli, uomini e donne chiusi nel cenacolo, è l’esperienza di un fuoco interiore che li sospinge a percorrere strade nuove, creative, a costruire esperienze di novità. Il dono dello Spirito spalanca le porte di una stanza che ormai è senza ossigeno per fare entrare aria nuova e per farli uscire!

La missione, come dice papa Francesconon è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. … Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui (EG, 279).

Cos’è più creativo e dono dello Spirito immaginare una chiesa di domani dove il prete deve governare 3-4 parrocchie o aprire una riflessione sul ruolo dei laici, sul ruolo delle donne, sul diaconato femminile come ha suggerito di fare papa Francesco?

Per dare continuità al Concilio è necessario e ormai irrinunciabile riprendere tutto il tema della ministerialità laicale che è rimasto ingessato e congelato per decenni. Non si tratta di ripetere stancamente dei modelli ormai incapaci di rispondere alle esigenze del nostro tempo… abbiamo bisogno dello Spirito santo, del dono di essere capaci di vivere il Vangelo qui, non di ripetere un modello ecclesiale che ha funzionato per un certo tempo, ma che non è “il modello”: l’unico modello è Gesù e l’obbedienza che dobbiamo è quella alla libertà dello Spirito.

Diciamo tutti con convinzione: “C’è papa Francesco, finalmente!”, e altri aggiungono: “Non manca più il respiro!”. Sì, è una grazia, ma per ora poco o nulla cambia nelle chiese locali, dove il tessuto della comunità continua a sfilacciarsi e la fede appare sempre più debole.

Stiamo attenti, voglio bene a papa Francesco e sono convinto che il suo ministero sia dono dello Spirito, ma non possiamo lasciare che sia lui solo a rinnovare e a ridare respiro. Ognuno di noi deve fare la sua parte, perché a tutti è dato dal Padre il dono dello Spirito, per il bene comune. Riceviamo il corpo di Cristo per diventare corpo di Cristo, riceviamo lo Spirito santo per far respirare lo Spirito nel mondo.

(At 2,1-11; Gv 14, 5-20)

Immagine| @AntoninoTumminia