Da 25 anni insieme con loro: con i bambini anzitutto, con le loro mamme e con quell’immenso bagaglio di umanità e di sensibilità frutto di una maestra che nessuno vorrebbe, ma che la vita ci fa incontrare, e che è la sofferenza. Oggi, la si chiama più facilmente “disagio” e spesso gli appoggiamo qualche aggettivo per circoscrivere il dolore che accende in cuore.

Quante storie, quanti volti, quante attese e speranze. Sono stati anni intensi, dovrei dire bellissimi, ma mi rendo conto che mi mancano tanti amici, piccoli e grandi, che non sono qui e allora dico anni bellissimi sottovoce, ma non senza orgoglio di essere stato compagno di strada di maestri e di maestre di vita straordinari.

Ad essere onesti, sono stati anni anche a tratti difficili: quanti errori, quante attese deluse e mancanze di amore e di attenzione. Mi rendo conto che noi non siamo soltanto responsabili delle nostre azioni, ma anche delle parole che diciamo o che non diciamo. Responsabili di come scegliere le parole che fanno del bene e quelle che fanno del male, quelle che sono donatrici di speranza e sono di aiuto e quelle che non lo sono. Siamo anche responsabili delle parole che dovremmo dire e che non diciamo. Per questa responsabilità Arché deve andare avanti.

Nello stesso mese in cui veniva fondata Arché, il nostro Paese ratificava la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (legge n.176 del 27 maggio 1991). Oggi, 25 anni dopo, non poteva esserci stridore più crudele con quanto l’Europa sta facendo nei confronti dei profughi e dei rifugiati. Mi vergogno dei muri, dei recinti, del filo spinato che viene steso per impedire a giovani vite in braccio ai loro papà e alle loro mamme di poter trovare casa in una terra senza bombe, senza cecchini, senza violenza.

Facciamo un piccolo esercizio: proviamo per una volta a guardare il mondo con gli occhi di un bambino siriano che a due anni è partito da Aleppo… Cosa vede, chi incontra? Soldati alla frontiera che sparano i gas, guardiani che controllano il campo rifugiati di Idomeni come si gestisce un campo di concentramento? Ora, se gli va bene e riesce ad arrivare a Milano, si ritrova in grandi stanzoni con uomini e donne di ogni dove…

Ecco, se solo provassimo a metterci nei suoi occhi, ad avere il suo sguardo per osservare il mondo dalla sua prospettiva: quale futuro si potrà immaginare? Di quali sentimenti sarà capace domani uno che ha visto adulti trattarlo così? Quali atteggiamenti e speranze porterà in cuore uno che ha vissuto in quelle condizioni?

Mi sposto ora nel salotto di una nostra casa, dove indicandomi il bambino che senza alcun senso del limite va cannibalizzando la loro vita di genitori, il papà, per definirlo, usa un’espressione eloquente: «Lui pensa di essere il centro del mondo». Aggiungendo però, subito dopo, senza riuscire a trattenere una certa soddisfazione: «Lui sa quanto per noi questo sia assolutamente vero».

No, non sono il centro del mondo, nessuno lo è, nemmeno i bambini.

Faremmo un errore clamoroso e dagli effetti devastanti. La storia, la nostra piccola storia come Arché ci impone la responsabilità di fronte ai nostri piccoli: non dobbiamo diventare infantili, ma adulti credibili.

Per questo abbiamo bisogno di uomini e donne che non governino in base ai sondaggi, ma che sappiano rispondere alle sfide della storia. C’è bisogno anche di qualcuno – e questi non possiamo che essere noi – capace di gridare in faccia ai nostri politici: «Non è delle urne che dovreste preoccuparvi, ma dei libri di storia».

Giuseppe Bettoni

Immagine| @FrankGuido