“Cosa ti ha insegnato l’Africa?”. “Mi ha insegnato a dare valore a quello che si ha. Non è scontato avere cibo, casa, cure sanitarie. Mi ha insegnato a non lamentarmi per quello che non ho ma di impegnarmi per valorizzare quello che ho”.

Vincenza Lorusso, prima ospite della rassegna “Un libro in terrazza” a CasArché a Roma, ha risposto così alla domanda del pubblico, accorso numeroso per ascoltare la presentazione del suo libro “Le radici nell’acqua”. A rompere il ghiaccio, o meglio a squarciare le fitte nubi addensatesi proprio quella sera su Roma, costringendo la presentazione a spostarsi nel salone polivalente al chiuso, sono state le amiche di ParolIncontro, leggendo il passaggio in cui la dottoressa, giovane specializzanda infettivologa, subisce un grave attentato durante un soggiorno di cooperazione in Guatemala. Sono passati tanti anni ma ancora la commozione affiora sul volto della dottoressa.  È un’esperienza che l’ha segnata e  che da allora l’ha sempre accompagnata come medico e come persona. 

Una carriera non certo semplice all’inizio quando, nata nel contesto rurale della Puglia, ha dovuto faticare un po’ per far accettare la scelta di studiare alla famiglia: la passione per la scuola la faceva sentire un po’ diversa dagli altri ma lei desiderava andare a scuola più di ogni altra cosa. Alla fine per lei la scelta della laurea in medicina e il corso in infettivologia sono apparsi naturali. 

È quindi partita. Destinazione? Un centro nutrizionale in Tanzania, dove rimane sconvolta per la vicenda di Shedrack: le lunghe cure e il grande impegno dello staff erano risultati inutili. Tornato dalla famiglia, era morto per problemi ambientali. “La morte di un bambino per fame è la vergogna dell’umanità”, ha detto Vincenza.

La dottoressa prosegue i suoi spostamenti: prima in Nepal poi in Monzabico, a contatto con le malattie più vecchie del mondo. La lebbra, la tbc, la malaria. Proprio di quest’ultima si ammala anche la figlia piccola, senza che la dottoressa smetta di prendersi cura dei suoi pazienti: “Sono stata una mamma un po’ incosciente con mia figlia, ma come infettivologa avevo molta esperienza e quando la bambina si è ammalata sapevo che la stavo curando in modo precoce ed efficace. Mantenere gli appuntamenti con i pazienti dei villaggi era molto importante. C’erano persone che avevano camminato anche due-tre giorni per venire all’appuntamento con l’equipe medica. Non potevamo deluderli, avrebbero perso la fiducia e noi avremmo perso la possibilità di curarli. Erano appuntamenti ai quali si presentavano 50, ma anche 60-80 persone. Per un buon esito della malattia anche per loro era importantissimo avere le cure molto precocemente, ai primi sintomi”, ha spiegato, prima di lasciare spazio alle domande dal pubblico.

“È stato un incontro davvero interessante e coinvolgente, da cuori pensanti, in pieno stile Arché”, dice Uli Mittermair, “C’era un’atmosfera di ben-essere, buon-esserci, insomma: si stava bene insieme”.

La rassegna “Un libro in terrazza” continua. Prossimo appuntamento? Venerdì 5 maggio alle 17.30 il presidente e fondatore di Arché, p. Giuseppe Bettoni, presenta il suo libro “Quanto pesa la Luna?“. Per la prima volta a Roma.