Con i colori e la dignità di un quadro di Gauguin, Avani si sdraia sul divano arancione nella veranda in CasArché a Roma. Si riposa dopo una lunga giornata stancante, con i piedi scalzi e un braccio che dondola giù.
Quando penso a che cosa mi ha lasciato l’esperienza di servizio civile in Arché, questa è la prima immagine che mi torna in mente.
Era una delle prime settimane di servizio, per me tutto era nuovo. Avani si era infortunata proprio quel giorno: nulla di grave, ma era opportuno che andasse in pronto soccorso a farsi visitare. Mi hanno chiesto di accompagnarla e così ho fatto. Lì in sala d’attesa si è aperta con me, raccontandomi la sua storia (veniva dall’India), le sue preoccupazioni, mostrandomi la foto della figlia.
Dopo le visite tornammo in Arché. Guardai Avani camminare, un po’ zoppicante, verso la porta della sua casa – un appartamento per la semiautonomia – ma con mia sorpresa la oltrepassò. Aveva deciso di darsi il suo meritato momento di tregua poco più avanti: proprio lì, sul divano arancione nella veranda. Chiuse gli occhi e deliberatamente scelse di abbassare le sue difese in quello spazio comune piuttosto che nella riservatezza della sua casa. Osservai la scena in silenzio e fu allora che capii: qui si sentiva davvero al sicuro.
Da allora nella mia esperienza di servizio civile mi sono cimentata in tante altre attività – fra cui anche la comunicazione, ed eccomi qui a scrivere questo articolo – ma in fondo l’idea centrale è stata sempre la stessa: qualsiasi cosa facessi, l’obiettivo era restituire serenità a donne e bambini.

Francesca alla sua (prima) scrivania personale
Per me che ho scelto di fare l’assistente sociale in futuro, il servizio civile è stato un prezioso banco di prova, ma anche la mia prima esperienza lavorativa regolare, con un inquadramento chiaro e relative tutele. Hai detto poco! Su questo aspetto mi hanno portato a riflettere proprio durante la formazione generale di servizio civile, quando questo dato è emerso con forza dal confronto con gli altri civilisti.
Ho comunque avuto la mia dose di incertezze: quando il primo giorno sono piombata in Arché e mi sono sistemata alla scrivania, mi chiedevo a quale titolo la occupassi (non avevo mai avuto una mia scrivania!) e se sarei stata all’altezza delle altre persone intorno a me. Col tempo ho capito che tanto del mio ruolo era da negoziare e definire lungo il percorso stesso, in base alle necessità che emergevano e a ciò a cui riuscivo a rispondere in maniera più efficace secondo le mie attitudini.
Un punto centrale del mio servizio civile è stato quello della comunicazione. Per Arché ho scritto tanti articoli, confrontandomi con un tema non da poco nel Terzo Settore: come far arrivare alle persone il senso di quello che facciamo? Scriverne mi ha messo nella posizione di dovermi immaginare nella prospettiva di una persona esterna ad Arché, fermandomi a riflettere sul significato più profondo di ciò che scrivevo – che si trattasse di ringraziare un’azienda per delle donazioni o di spiegare il ruolo dei volontari aziendali. Mi è sempre piaciuto scrivere: grazie al servizio civile ho potuto produrre pensieri che rimarranno, che potrò tornare a leggere e di cui posso ritenermi fiera.
Poi c’è stata la collaborazione con i professionisti che si occupano dell’educativa domiciliare sul territorio di Roma, che accompagna famiglie in difficoltà svolgendo interventi di prevenzione. Nel confronto con gli educatori ho imparato a conoscere meglio l’articolata delicatezza di questo lavoro, spesso esposto a svalutazione e giudizi sommari. Grazie a loro sono entrata in contatto con tante situazioni diverse: famiglie, bambini, ragazzi e ragazze, ognuno con la propria storia.
Quei volti ho cominciato a riconoscerli anche negli eventi di Arché a cui ho preso parte. È in quelle occasioni di festa che ho potuto respirare il senso più grande del lavoro quotidiano delle persone che fanno Arché: le donne, i bambini, i colleghi e le colleghe, io stessa. Nel movimento continuo di quelle giornate l’ho visto ancor più chiaramente: anche un lavoro “dietro le quinte”, come è stato il mio, non perde mai di vista la mission di Arché.
Che sia il vegliare alla tombola di Natale sulle cartelline di chi conosceva meno bene l’italiano, per assicurarmi che non perdesse nessun numero, o il bambino che irrompe nell’ufficio per darmi un abbraccio, il nostro scopo è esserci per loro.
Così quando mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza di civilista non potevo che partire dall’immagine semplice di Avani che riposa tranquilla sul divano. E proprio mentre sono in ufficio che finisco di scrivere questo articolo, con il piacevole chiasso dei bambini che giocano in giardino, la vedo passare davanti a me, indaffarata, probabilmente in cerca di un’educatrice.
Francesca Puntillo, volontaria del Servizio Civile per Arché
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