Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Queste parole di Gesù basterebbero per farci riflettere, meditare e pregare per tutta la settimana.

Anzitutto perché ci offrono una chiara indicazione per l’atteggiamento che il Signore ci chiede di tenere nello scorrere dei giorni, nell’incalzare degli eventi. Non è poi tanto raro sentire la gente che si domanda di questi tempi: Ma dove andiamo a finire? Dove sta andando il mondo? la risposta non è facile. Una certezza ci è data: tutto va verso l’incontro con Cristo. Il figlio dell’uomo tornerà.  E se questo non risponde immediatamente alla nostra domanda, tuttavia è importante per noi che cominciamo questo tempo di avvento ricordarci una dimensione della fede che non teniamo in grande considerazione.

Nella preghiera eucaristica quando siamo invitati a dire il mistero della nostra fede rispondiamo: Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, «nell’attesa della tua venuta».

Ecco noi siamo qui a fare memoria viva di Gesù morto e risorto per noi, e ci aiutiamo a tenere presente che siamo qui nell’attesa della sua venuta, un giorno il Cristo tornerà.Questo è il primo pensiero, un punto fermo della nostra fede: un giorno Cristo tornerà. Certo è una dimensione difficile da tenere presente, perché il passato ce lo portiamo sulle spalle, il presente lo viviamo con l’intensità di cui siamo capaci, ma l’attesa dell’incontro con Cristo, come orizzonte che va al di là della storia, un poco ci sfugge.

La pensiamo solo come esito finale quasi conclusione irrevocabile del degrado morale, dell’incrementarsi della violenza, della corruzione… e poi le guerre e come se non bastasse ecco anche i terremoti, sembra che anche la natura stessa si rivolti contro l’uomo.

Già ai tempi di Paolo c’erano i profeti di sventura che vedevano ovunque indicatori di catastrofi, infatti l’apostolo è costretto a scrivere ai cristiani di Tessalonica: «Fratelli e sorelle Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma voi non lasciatevi troppo presto confondere la mente!».

Anche al tempo di Isaia mentre il popolo viene deportato a Babilonia e molti credono che l’Eterno abbia ritirato la sua promessa, Isaia, siamo a metà della pagina, dice: Alzate al cielo i vostri occhi e guardate la terra di sotto.

Queste parole mi suggeriscono il secondo pensiero, che è una domanda: come abitare l’attesa del ritorno del Signore? Cosa vuol dire attendere la sua venuta, stare qui con tutto quello succede oggi, ma con l’attesa dell’incontro con Cristo?

A Natale ricorderemo la nascita di Gesù, ricorderemo l’incarnazione di Dio nella storia dell’uomo, ma in queste prime settimane la parola di Dio ci ricorda la venuta finale di Cristo e l’atteggiamento da avere nel frattempo è appunto indicato da Isaia, quando ci invita ad alzare al cielo i nostri occhi e il nostro cuore per poi rivolgere lo sguardo sulla terra. Alza gli occhi al cielo e poi guarda la terra.

È un po’ questo il compito del profeta… Non è uno che sa cosa accadrà domani, come se gli fosse dato di prevedere il futuro, il profeta tiene viva le tensione tra la storia dell’uomo e la fedeltà di Dio; è uno che vive con i piedi piantati nella realtà, ma con lo sguardo verso il Veniente.

È un po’ come il pendolo che oscilla tra l’umanità e Dio, il profeta tiene viva questa tensione. Alcune volte si arrabbia con l’Eterno perché pare avere abbandonato l’uomo alle sue malvagità… anzi il profeta diffida da coloro che sempre si schierano o che presumono di difendere Dio, perché non sanno rimanere fedeli all’uomo, che è la vera passione dell’Eterno.

Più che mai il nostro tempo, la nostra chiesa, la nostra umanità hanno bisogno di uomini e donne così, di discepoli che vivono la fedeltà a Dio e alla terra. Come si vive questa fedeltà? Cosa possiamo fare nel tempo in cui dilaga l’iniquità? Qui risuonano le parole del Vangelo cui ci aggrappiamo come saldo riferimento in questi nostri tempi inquieti, quando Gesù afferma: Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà.

Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Cos’è questa iniquità? Iniquità è il male che tocchiamo con mano, sono i fatti evidenti, sono tutte le ingiustizie del mondo… ma ci chiediamo: iniquità è quello che ci dicono i giornali, la televisione? Iniquità è ciò che passa la comunicazione?

Certamente noi identifichiamo il male con molte cose che accadono e che ci vengono riferite, ma l’iniquità è qualcosa di ancora più profondo e di cui noi stessi facciamo esperienza. Paolo lo definisce come il mistero dell’iniquità che è già in atto. È un mistero, qualcosa che sfugge alle nostre definizioni, ne facciamo esperienza più o meno importante, ma scivola dalle mani, sguscia dalle coscienze, per questo l’apostolo ricorre a diversi nomi e titoli e lo definisce come: Uomo dell’iniquità, figlio della perdizione, l’avversario, uno che si crede Dio, l’empio, il Satana, la forza di seduzione… ecco l’iniquità è tutto questo, è proprio un gran mistero, ma è anche un mistero che viene vinto da Gesù, che Cristo distrugge e che cancella col soffio della sua bocca.

Questo mistero del male continua a inquinare le nostre vite, anzi appunto con la comunicazione che abbiamo oggi, pare che il male abbia la meglio, sia come un cancro che consuma anche i tessuti più sani della società. Infatti nel vangelo di Matteo Gesù fa una costatazione amara quando afferma che per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà.

Il diffondersi del male che quasi sembra prevalere può far raffreddare l’amore, può scoraggiare anche i migliori. Indubbiamente, quando il male intorno sembra eccessivo può renderci rinunciatari, può farci perdere la voglia di contrastarlo con il bene…

Nessuno di noi, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da qualcuno che non sia medico, perché l’ospedale non funziona. Se la convivenza civile, la democrazia oggi soffrono, non funzionano e sembrano prevalere le cellule cancerogene, non per questo ci mettiamo nelle mani dei demagoghi ciarlatani che come parassiti traggono motivo della loro esistenza dalle sofferenze della gente, del popolo, della società.

Eppure sembra che noi vogliamo fare questo. Addirittura in diverse occasioni ho sentito affermare la tentazione di riconsiderare il suffragio universale!

Il dilagare dell’iniquità ci spaventa, ci scoraggia. Non abbiamo più strumenti e siamo ridotti all’impotenza. La fragile debolezza del bene è sconcertante. Dove va il mondo? dove va la nostra terra?

Penso se lo sia chiesto anche Gesù nel momento in cui egli stesso viene sommerso dal mistero dell’iniquità. Ha fatto il bene delle persone, ha amato, curato, ha usato parole piene di misericordia, è stato tenerissimo con le donne e i bambini… e alla fine il tiranno di turno lo ha tolto di mezzo. Anche lui si sarà chiesto: Dove va il mondo? dove va la nostra terra?

Papa Francesco nel terzo incontro con i movimenti popolari (5 novembre) ha toccato questo tema e ha indicato la strada perché il dilagare dell’iniquità non raffreddi l’amore. Papa Francesco consapevole come il rapporto tra popolo e democrazia, un rapporto che dovrebbe essere naturale e fluido, corra il pericolo di offuscarsi fino a diventare irriconoscibile, in quanto «Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle».

Allora rivolgendosi ai movimenti popolari: Voi, organizzazioni degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi. Non cadete nella tentazione della casella che vi riduce ad attori secondari o, peggio, a meri amministratori della miseria esistente.

In questi tempi di paralisi, disorientamento e proposte distruttive, la partecipazione da protagonisti dei popoli che cercano il bene comune può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione, che vendono formule magiche di odio e crudeltà o di un benessere egoistico e una sicurezza illusoria.

Non è fuggendo dunque, non è riducendo gli spazi della democrazia, tentazione sottile e pericolosa, ma aumentando la partecipazione. Per questo, l’ho detto e lo ripeto, “il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. E’ soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento” (9 luglio 2015)».

Questo è per noi vegliare e non lasciar raffreddare l’amore a causa del dilagare dell’iniquità. Come diceva M.L. King: «Quando ti elevi al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potere, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami, però cerchi di sconfiggere quel sistema […] Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male». Era il 17 novembre 1957.

(Is 51, 4-8; 2Ts 2, 1-14; Mt 24, 1-31)