Ma cosa c’entra la commissione d’inchiesta sulle case famiglia con i fatti choccanti ricostruiti dalla procura emiliana? Un’inchiesta che tra l’altro ha ottenuto una procedura semplificata e veloce dalla commissione Giustizia del Senato, come se fosse in atto un’emergenza nazionale! Legittimo porsi la domanda perché nella fattispecie l’organizzazione diabolica ascritta al comune di Bibbiano (Reggio Emilia) che con un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro avrebbe allontanato i bambini dalle famiglie d’origine per collocarli in affido retribuito ad amici e conoscenti, nulla o poco ha a che fare con la costituzione di una commissione d’inchiesta sulle case famiglia.

L’unica risposta che sembra plausibile mi pare ricondursi alla volontà cinica e barbara di aprire, dopo quello delle ONG, un ulteriore fronte di odio, nel creare un nemico sul quale convogliare la rabbia e la frustrazione che da sempre sono un ottimo bacino di consensi.

Come richiamava l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia è altamente dannoso il ricorso a semplificazioni specie in una materia di grandissima complessità e delicatezza, la cui trattazione richiederebbe un elevato livello di specializzazione “con la conseguenza di gettare indiscriminato discredito su ampie fasce di operatori scrupolosi che perseguono, abitualmente, la lealtà, la collaborazione e la trasparenza nei confronti dei propri utenti e così cagionando, al contrario, fratture e contrapposizioni disfunzionali ad un coeso e efficace sistema di protezione dell’infanzia e di aiuto alle famiglie più fragili” (2 luglio 2019).

La reazione di una mia educatrice, Dalila, di fronte al montare di questo magma è stata quella di chiedersi: “Perché lo faccio? Certamente non per soldi”, specifica sorridendo “ma per aiutare le persone in difficoltà, che non riescono a andare avanti da sole. È una passione”. A lei e agli altri educatori e educatrici le accuse di lucro e sporchi affari mosse da Di Maio all’intero settore proprio non vanno giù: “Lavoriamo 38 ore a settimana, facciamo le notti, ci prendiamo tutte le responsabilità che i servizi ci delegano. Non bastano certo i volontari”.

Anche perché le situazioni che arrivano in Comunità sono sempre più complesse e la loro formazione per poter reggere un impatto così altamente problematico è costante: supervisione, corsi di aggiornamento, convegni di studio.

Nel suo lavoro quotidiano Dalila affianca persone come Megdi che è arrivata in Comunità dopo aver subito maltrattamenti dal marito. “È qui per stare in sicurezza: ha denunciato la situazione vissuta in famiglia e ora è qua col figlio per ricostruirsi una vita”. Oppure come Roberta che, rimasta incinta quando era senza dimora, ora si sta reinventando. “Qui ha trovato una casa nel senso più vero del termine. Senza casa sarebbe rimasta sola, priva di aiuti e con un figlio da crescere”.

Questo lavoro non potrebbe perseguire i suoi obiettivi senza riconoscere e apprezzare l’attività svolta d’intesa con i servizi sociali nel compito di protezione e sostegno dei minori e delle famiglie in difficoltà secondo la disciplina in vigore e nel rispetto dei principi costituzionali. Un impegno che è sempre più reso gravoso dalle carenze organizzative, dalla mancanza di personale e dalle sempre minori risorse economiche a fronte di una crisi della funzione genitoriale e della responsabilità adulta che appaiono sempre più marcate e che forse meriterebbero, queste sì, riflessioni politiche intelligenti e interventi urgenti.

A gennaio 2019, a Cardito, in provincia di Napoli, un bambino di sette anni è stato picchiato fino alla morte dal compagno della madre, mentre la sorella di 8 anni è stata ricoverata urgentemente in gravissime condizioni in ospedale per le percosse ricevute. Una bambina di 22 mesi a febbraio 2019 è stata picchiata selvaggiamente, quasi a morte, dal compagno della madre a Genzano di Roma, perché piangeva troppo. A Frosinone ad aprile 2019 un bambino di due anni e mezzo è stato ucciso dalla madre, in quanto mentre stavano facendo una passeggiata vicino casa il piccolo si lamentava troppo. A Padova un bimbo di cinque anni a maggio 2019 è stato narcotizzato con dosi importanti di benzodiazepine dalla mamma per ucciderlo e intercettata dai carabinieri mentre era in auto con lui e bloccata prima che lo uccidesse. A Novara, sempre a maggio 2019, un bambino di 20 mesi è stato ucciso da «una violenza inaudita, non degna di un essere umano», come l’ha definita il procuratore Mineccia, che ha disposto il fermo della madre e del compagno di lei. Sempre a maggio 2019 a Milano un bambino di due anni è stato picchiato fino ad essere ucciso dal padre e a Varese una bambina di dieci anni ha subito violenze dal padre mentre la madre assisteva alla scena.

Ma si sa, queste scelte maturano sui tempi lunghi e non portano consensi elettorali nel breve termine.

Il controllo e la vigilanza da parte dell’ente pubblico sono necessari e doverosi per mille motivi. Ma criminalizzare a prescindere chi si impegna a sostenere, ad accompagnare e a rendere autonome situazioni fragili che altrimenti finirebbero nel sommerso urbano con dei costi umani e sociali non indifferenti, non è degno di chi, seppure con mandato politico, ha giurato sulla Costituzione ed è chiamato a perseguire con responsabilità il bene comune.

p. Giuseppe Bettoni

Pubblicato su La Repubblica Milano, 7/7/2019