Salvatore Migliore fa parte dell’équipe di educatori SISMIF, il servizio di assistenza educativa domiciliare sul territorio di Roma. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di sé e del proprio lavoro.

assistenza educativa domiciliare roma

Ciao Salvatore, ti va di raccontarci chi sei e di cosa ti occupi in Arché?

Ciao a tutti, mi chiamo Salvatore. Sono nato a Napoli, ma ormai sono a Roma dal ’97 e da 16 anni lavoro nel servizio di assistenza educativa domiciliare per Arché.

Servizio che a Roma è chiamato con la sigla SISMIF, a Milano con ADM. Vuoi dirci di cosa si tratta?

Guarda, nella pratica il mio lavoro consiste nell’affiancare nuclei familiari con minori e in condizioni di disagio o fragilità sociale. Principalmente io mi interfaccio con i figli, ma andando direttamente a casa delle persone, giocoforza, il rapporto si instaura e si solidifica con tutta la rete familiare che gli gravita intorno: genitori, fratelli, sorelle, nonni e via dicendo…

Questo lo dico perché nel mio lavoro è sempre fondamentale mettere al centro il minore, cercando di capire quali siano le sue difficolta e i suoi possibili disagi. E se devo essere sincero questo è uno degli aspetti che più mi affascina del mio lavoro: che sia totalmente destrutturato, senza una sede, in cui non c’è la possibilità di costruire schematicamente un approccio che vada bene per tutti ma, piuttosto, lo si costruisce con il minore cercando di sostenerlo e accompagnarlo lungo tutto il percorso.

Per quanto riguarda i genitori, o comunque il resto dei parenti, in un primo momento è per me fondamentale capire quanto sia disfunzionale il rapporto familiare e come io possa esserne un facilitatore. Infatti, andando a scandagliare tutte quelle che sono le dinamiche familiari, ti accorgi di come molte delle problematiche che i ragazzi hanno sono spesso legate all’impossibilità del genitore di essere presente in maniera più funzionale, per una crescita sana del ragazzo o della ragazza.

Banalmente, una mamma o un papà che lavorano full-time hanno, letteralmente, un tempo limitato per poter essere una figura educativa per figli. E se è difficile per famiglie che non hanno problemi economici, figuriamoci per persone così drammaticamente povere.

Più o meno, questo percorso di accompagnamento con la famiglia quanto dura e cosa succede alla fine?

Questo, in realtà, dipende un po’ dal progetto e dagli obiettivi che ci diamo nel corso dei vari coordinamenti. I nuclei che ho seguito io, generalmente, vanno “a scadenza 18 anni”, ovvero il percorso finisce nell’istante in cui il (non più) minore compie 18 anni. È il caso dell’ultimo nucleo che ho affiancato: ho conosciuto Benjamin quando aveva 13 anni e siamo stati parte l’uno della vita dell’altro fino alla sua maggiore età.

Il momento in cui ci siamo salutati è stato molto bello, ma molto difficile per entrambi.

Immaginiamo che, dopo tutti questi anni, doversi salutare sia particolarmente toccante.

Sì, assolutamente. Quando inizi il percorso lo sai benissimo, ma per quanto tu possa prepararti è sempre una “botta”. La chiamo botta perché è una sensazione quasi fisica: lavorando per anni e anni in un lavoro di relazione è ovvio che si stringa e si intensifichi e nel momento in cui si interrompe è sempre molto toccante, appunto.

Bisogna stare attentissimi, però, a non rendere questa relazione una dipendenza perché sarebbe il danno maggiore possibile. Bisogna essere delle figure sì presenti, ma non ingombranti: si rischierebbe di diventare un’ulteriore criticità nella vita di queste persone. Quello a cui io miro, infatti, è di essere uno spiraglio per questi ragazzi: anche a progetto concluso mi metto a disposizione e lascio il mio numero personale. Magari non mi chiameranno, o magari avranno voglia di sentirmi per dirmi com’è andata a scuola, con gli amici e via dicendo.

Insomma, cerco sempre di avere dei rapporti sani e che non appesantiscano ulteriormente la vita di queste persone.

Ci dicevi che recentemente hai finito il percorso con Benjamin, che hai conosciuto quando aveva 13 anni. Vuoi raccontarci qualcosa?

Benjamin nello specifico è uno di quei casi che ho veramente tanto a cuore. Sarà perché il percorso con lui è finito da relativamente poco, ma sebbene abbia sentito un dolore sul piano relazionale, ho avuto la consapevolezza di essere stato un piccolo pezzo della sua personalissima strada.

Vedi, come educatore domiciliare sai benissimo che in molti casi pianterai dei germogli che vedrai solo seminare e non crescere, ma con Benjamin ho avuto la fortuna di veder raggiunto uno degli obiettivi del suo percorso.

Quando l’ho conosciuto era un ragazzo che si era escluso quasi totalmente dal rapporto con la società che lo circondava e viveva in quella che chiamavo “la capsula in casa con la mamma e la sorella”. Saperlo ora come un 18enne, con le normali difficoltà della sua età e che però frequenta la palestra e gli amici mi rende molto orgoglioso.

Non ho la presunzione di credere che sia tutto merito mio, ma so di essere uno dei tasselli che lo ha aiutato ad uscire da quella situazione che lo teneva ingabbiato.