Un lunghissimo applauso ha spezzato l’emozione accumulata in Piazza Duomo nei 40 minuti precedenti. Tanti son serviti agli uomini e alle donne che si sono succedute sul palco per pronunciare i nomi delle più di mille persone che sono state uccise dalle organizzazioni criminali dal 1861 a oggi. Il ricordo delle vittime ha chiuso il corteo organizzato da Libera Contro le mafie in occasione della XXVIII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, a cui hanno partecipato anche p. Giuseppe Bettoni e una decina di operatori e operatrici di Arché. Partito da Porta Venezia, il lungo fiume di persone si è snodato per le vie del centro citta fino a arrivare nella piazza antistante al Duomo di Milano.

 

A camminare c’erano persone di tutte le età, giovani e meno giovani che si sono trovati uniti nel ricordare le tante, troppe, vittime di mafia e nel ribadire la necessità di un impegno quotidiano per la giustizia e la legalità. Due temi che hanno trovato più volte spazio nel discorso (sotto si può leggere il testo integrale) rivolto alla piazza da Don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera: “la lotta all’indifferenza è un tratto che ci unisce”, ha detto, facendo riferimento al sostegno dimostrato nei giorni precedenti dalla senatrice a vita Liliana Segre.

Nel suo intervento Don Luigi Ciotti ha anche fatto riferimento a quanto successo nelle acque di fronte alle coste italiane: la strage di Cutro “è figlia di un’ingiustizia globale che si chiama Mediterraneo in cui nuotano e ingrassano le mafie” ma dove ci sono “anche le ONG che salvano le vite”. Le vite dei migranti e delle migranti che sono la “coscienza sporca” di un Occidente che ha dimenticato i suoi valori. “Troppi si commuovono ma non si muovono”, ha detto alle persone in piazza, invitando  a non sprecare il tempo in cose futili e a scegliere, invece, una vita piena.

Non è mancato, infine, un omaggio al Capo dello Stato Mattarella che proprio in occasione della Giornata in ricordo delle vittime innocenti delle mafie si è recato a Casal di Principe. Qui, il 19 marzo 1994, venne freddato dai sicari del clan dei Casalesi Don Peppe Diana che aveva invitato i suoi cittadini a reagire, a alzare la testa, a aprire gli occhi. A non rimanere, insomma, indifferenti.

 

Leggi qui il discorso integrale:

Finché non ci sarà una presa di coscienza collettiva di tutti delle ricadute della peste mafiosa sulle vite di tutti, la lotta alle mafie non riuscirà mai ad estirpare il male alla radice.

Dobbiamo andare alla radice di questo male per evitare un pericolo che stiamo vivendo: la normalizzazione. Perché oggi, nonostante l’impegno e il sacrificio di tanti, nonostante una marea di cose belle, importanti e positive, nonostante tutto questo oggi, in Italia, la differenza la fa l’indifferenza.

È uno dei tanti problemi eppure, paradossalmente, è uno dei tanti non – problemi: come non lo sono la droga, l’usura, il gioco d’azzardo e il traffico di esseri umani. Come vedete c’è un lungo elenco, un lungo elenco che viene normalizzato, che diventa una delle tante cose, ma non dovrebbe essere così.

Vi ricordate che vent’anni fa un signore fece un’esortazione divenuta in parte realtà? Questo signore, non importa chi, aveva detto: «Con le mafie bisogna convivere». Mi spiace dirlo ma è dimenticando le cose belle che oggi, in Italia, c’è una convivenza dovuta a connivenze, a sottovalutazione e alle letture antiche che si continuano a fare sulle mafie. Letture dei fenomeni criminali che sono, ormai, inadeguate perché i crimini si sono evoluti, assumendo forme e metodi che richiedono nuovi sguardi e nuove strategie.

È per questo che la lotta alla saldatura tra mafie e capitale economico richiede oggi dei nuovi paradigmi perché pur restando i tratti arcaici, tradizionali, oggi le mafie sono diventate moderne imprese. Ricorrono meno alla violenza diretta, perché possono contare su quella bianca, quella del capitale economico. Ma come ci sono persone, nell’economia e nella finanza, non degne ci sono anche tanti bravi imprenditori puliti e trasparenti.

È se è vero che le mafie hanno sempre più una padronanza di sofisticate tecnologie digitali (i crimini cibernetici sono davanti agli occhi di tutti), uno degli strumenti attraverso cui la criminalità prospera resta, ancora oggi, quello dei reati tributari.

E permane pure la corruzione, quell’eterno patto di reciproco vantaggio tra il crimine e l’élite di potere, quel groviglio d’interesse nel quale il bene pubblico è degradato a merce di scambio in vista di beni privati. E se resistono questi “insospettabili” che continuano il loro lavoro di lotta alle mafie, allo stesso tempo esistono commercianti, imprenditori, professionisti e anche politici in cerca di voti che vanno a cercare le mafie per ottenere dei servizi.

Oggi voglio leggere alcuni passaggi della lettera che Liliana Segre ci ha mandato. Voglio consegnare questi passaggi a tutta questa piazza, soprattutto a queste stupende migliaia di ragazzi: siete meravigliosi e avete bisogno di trovare degli adulti che testimonino con gesti e parole di essere veri, coerenti e credibili. Voglio che sentiate quanto Liliana scrive:

«Le nostre traiettorie si incrociano nel nome della memoria e dell’impegno, io come una delle ultime testimoni di qualcosa di inaudito come la Shoah, voi con impegno da sempre contro la mafia. Ciò che ci unisce è proprio il culto della memoria, ricordare le vittime tutte. Donne, uomini, bambine e bambini, colpevoli di nulla se non di esistere e volere vivere una vita degna. La vita è infatti indegna se si è sotto il terrore del razzismo, della fame, della criminalità e della guerra. La lotta all’indifferenza, cioè all’ignoranza, all’irresponsabilità al voltarsi dall’altra parte, anche questo è un tratto che ci unisce. Il primo nemico è proprio l’indifferenza, l’assuefazione, la cultura deteriore del farsi i fatti propri».

Liliana Segre che ha unito le nostre storie e le nostre memorie nella sua lettera ricorda che quest’anno la nostra Costituzione compie 75 anni.

Signor sindaco oggi voglio ringraziare lei e tutti voi che preservate e presentate in modo positivo la sacralità delle istituzioni. Perché le istituzioni sono sacre e dobbiamo sempre ripetercelo, dobbiamo distinguere tra, appunto, la loro sacralità e i singoli individui che le governano. Vi prego sempre di distinguere tra la bellezza delle persone veramente impegnate per il bene comune e il chiasso dei non degni di rappresentare la grandezza e la bellezza del nostro paese.

Lo sapete che l’80% dei famigliari delle vittime innocenti della criminalità mafiosa non conosce la verità? È un dato terribile, è un dato che non dobbiamo mai dimenticare e che dobbiamo continuare a ripeterci, perché solo una piccola parte conosce la verità e senza verità non si può costruire giustizia. Ma ce lo siamo già detti e ce lo ripetiamo che le verità passeggiano per le vie delle nostre città, del nostro paese: c’è sempre chi sa, c’è sempre chi ha visto, ma è così facendo che si uccidono la verità e la giustizia.

Molti famigliari delle vittime innocenti delle mafie oggi non ci sono più, hanno raggiunto e riabbracciato le persone a loro care. Ma per una persona in particolare, oggi, voglio spendere due parole. Una persona a me molto cara, con cui ho camminato: la moglie di Nando Dalla Chiesa. Emilia, la nostra sempre presente Emilia che ieri come oggi è sicuramente qui con noi.

Qualcuno ci ha chiesto: come mai Cutro? E onestamente mi sono stupito. Se oggi abbiamo deciso di ricordare anche le vittime di Cutro è perché quella strage è figlia di un’ingiustizia chiamata mar Mediterraneo in cui nuotano e ingrassano le mafie e dove ci sono anche le ONG che salvano le vite. Perché, ricordatevelo sempre, le mafie vincono dove l’umanità naufraga, dove la coscienza si inabissa e dove il sentimento di comunità annega. È lì che le mafie vincono.

 

Un altro concetto per me fondamentale è questo: le migrazioni forzate sono indegne di un mondo civile, perché la vita di una persona non può essere condannata a stare nel suo luogo di nascita. Non posso tollerare che ci siano uomini e donne privati delle libertà e della dignità per essere nati in una delle tante regioni del mondo straziate dalla povertà e funestate dai conflitti. I migranti morti sono la coscienza sporca di un occidente che volge la testa dall’altra parte, che ha tradito la sua secolare tradizione di civiltà, di conoscenza, di libertà e di diritti. Ed è facile, molto facile, prendersela con gli scafisti. Certo commettono un reato gravissimo, ma possono farlo perché sfruttano un’ingiustizia che sta a monte.

Finché su questa terra continueranno a dominare individualismo e sete di potere le persone continueranno a fuggire e ad affidarsi a tutto pur di salvarsi, anche a viaggi su mezzi di fortuna guidati da persone senza scrupoli. È per questo che è da ipocriti chiedere ai migranti se sono coscienti dei rischi a cui vanno incontro: la loro scelta è tra la vita e la morte. E allora voi capite le mafie sono realtà internazionali, sono la cartina di tornasole di una globale diserzione etica.

Ma andiamo oltre, è stato fatto un can-can per l’arresto di Matteo Messina Denaro: ma ragazzi, ci son voluti 30 anni! Lasciatemelo dire: i latitanti sono tali perché, senza generalizzare, c’è una latitanza dei cittadini e delle istituzioni, c’è un vuoto di conoscenza, di passione, di responsabilità e questa nostra latitanza è la causa profonda di persistenza delle mafie. Sono troppi, infatti, i cittadini che a intermittenza si commuovono quando succedono le tragedie, ma poi restano inerti. Si commuovono, ma non si muovono. È per questo che non dobbiamo prendercela solo con le istituzioni: prendiamocela anche con noi stessi.

Matteo Messina Denaro sarebbe potuto essere arrestato e vi spiego perché. La Sostituta Procuratrice Generale di Palermo, Rita Fulantelli, aveva definito un signore che per ben 24 anni è stato protagonista a Palazzo Madama in questo modo: «Il politico a disposizione dei Messina Denaro (prima del vecchio Don Ciccio e poi del figlio Matteo) aveva contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa Nostra mettendo a disposizione dei boss le proprie risorse economiche e successivamente il proprio ruolo istituzionale e di sottosegretario agli Interni del nostro paese».

Non siamo qui per etichettare nessuno, ma grazie alla verità abbiamo capito come mai è stato cacciato il capo della squadra mobile di Trapani di nome Linares, abbiamo capito perché è stato cacciato un prefetto onesto come Fulvio Sodano, abbiamo capito perché son stati messi i bastoni tra le ruote a quei bravi magistrati che lottavano veramente, non solo nella caccia ai latitanti, ma lottavano per ripristinare un po’ di verità e di giustizia in una terra stupenda come la terra di Sicilia.

E allora, cari amici, la strada è in salita e certamente lunga, ma noi siamo chiamati a fare sempre di più e meglio. C’è un altro elemento che mi sta a cuore: la scuola.

Vedo oggi tanti professori e dirigenti scolastici, ma è a voi ragazzi che mi rivolgo: non dimenticate mai che i vostri maestri e le vostre maestre, i vostri professori e le vostre professoresse vi accompagnano a conoscere, vi aiutano a scendere in profondità anche su questi temi complessi e difficili, si inventano di tutto per aiutarvi a prendere coscienza e consapevolezza. Non lo fanno solo per professione, lo fanno primo perché vi vogliono bene e secondo perché sentono la loro professione come una vocazione. Mi auguro che si allarghi sempre questa schiera, perché ci sono anche quelli che alzano le spalle e che, purtroppo, dicono: «Non sono cose da discutere a scuola».

Ma come? La scuola deve essere a suo modo ‘sovversiva’, un’officina di pensiero critico, una spina nel fianco dei conformismi, un’avversaria della delega, dell’indifferenza e della rassegnazione. Auguro alle vostre scuole di essere, in questo senso, sovversive e capaci di leggere questi problemi.

Ragazzi non sprechiamo il tempo in cose futili, sfruttate la vita che riunisce i propri legami con altre forme di vita, che si protende verso orizzonti più ampi di quelli dell’io e dell’affermazione del singolo. È questa è la vita che auguro a me e a tutti voi. Fidatevi, vale la pena di mettersi in ascolto del futuro, di assumerci le nostre responsabilità e di unire le nostre strade per fare di più e meglio. Lo so che è un “tempo” difficile, ma se lo viviamo senza sprecarlo tutto questo è possibile.

È possibile sconfiggere le mafie. Purtroppo sono 150 anni che parliamo di mafia, ma noi oggi qui a Milano diciamo che è possibile, dobbiamo stare attenti a non scadere nella delega, nella rassegnazione, nella neutralità, nell’indifferenza e nel pensare che tanto le cose non cambieranno.

È per questo che sono molto contento che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia andato oggi a Casal di Principe. Io ero lì domenica per ricordare, nel giorno della sua uccisione, il nostro don Peppe Diana e come molti di voi sapranno sulla sua tomba c’è scritto: “Dal seme che muore, nasce una messe nuova di giustizia e di pace”. Già prima di diventare un sacerdote lui era uno scout, come la marea di ragazzi dell’Agesci e del CNGEI che ci hanno accompagnato oggi per le vie di Milano. Le mafie con quattro proiettili gli hanno negato la parola senza capire che così facendo il suo messaggio sarebbe risuonato ancora più forte. E vi parlo di don Peppe perché io l’ho conosciuto: aveva la forza delle parole e della parola di Dio, ma era anche un ribelle ai discorsi di circostanza, ai silenzi timorosi, opportunistici e complici.

Come lui, siate ribelli anche voi con le vostre coscienze.

Pensate al frutto portato da quel seme: dieci anni dopo la sua morte abbiamo confiscato dalle mani dei mafiosi l’uso sociale di alcuni beni che sono risorti grazie a vere e proprie cooperative che abbiamo deciso di chiamare: “Le terre di don Peppe Diana”. Il Presidente della Repubblica, proprio in questo momento, sta andando a mangiare in una di quelle cooperative… pensate che meraviglia! Come fu una meraviglia quando nella giornata della Festa della Repubblica, nei giardini del Quirinale, l’allora Presidente Napolitano volle festeggiare solo coi prodotti provenienti dai beni confiscati alla mafia. Una scelta dal valore simbolico e con una forza impressionanti.

Un ricordo che ho e che forse è ancora più impressionante è legato a Papa Francesco. Era in Italia da pochi mesi e mi ricordo quando gli ho chiesto: «Ma te la senti di incontrare un migliaio di famigliari di vittime innocenti di mafia?» Non mi ha fatto finire la frase.

Ha detto: «Io ci sono. Io vengo», ed è venuto, vi ha incontrato con una grande forza. Vi ricordate anche che abbiamo chiesto al Papa di dare la benedizione per quella giornata della memoria e dell’impegno indossando la stola sacerdotale di Don Peppe Diana? E lui ha dato una benedizione che, idealmente, portava con sé il significato del grande carico sia delle sofferenze che delle speranze di un territorio che non vuole essere più inquinato dai rifiuti tossici e dal malaffare. Il capo dello stato è lì sta mangiando in una cooperativa con quei prodotti e simbolicamente c’è un filo che ci lega al nostro Presidente della Repubblica: ricordare tutte le vittime.

Questa maglietta (don Luigi Ciotti mostra al pubblico una maglietta in ricordo delle vittime di Cutro) parla da sola, perché quel KR vuol dire Crotone, quel 46 indica il 46° corpo morto recuperato, quella M vuol dire maschio e quella Ø vuol dire che era un bambino al di sotto di un anno.

Chiedo che scorrano sui monitor i nomi che abbiamo potuto recuperare, non sono ancora tutti, ma vogliamo ricordare anche loro. Così come ricordiamo le vittime del terrorismo, del dovere, delle mafie, ma anche le vittime della criminalità comune, perché il dolore in quelle famiglie è uguale e immenso. Noi da questa piazza vogliamo abbracciarli tutti.

Buona strada a tutti!