Palermo è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo dopo l’arresto avvenuto in una clinica cittadina del super boss mafioso Matteo Messina Denaro. Proprio nella città siciliana abita e lavora anche Maurizio Artale, presidente del Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato da Don Pino Puglisi nel 1991, appena due anni prima di essere ucciso dalla mafia. Gli abbiamo chiesto di commentare gli avvenimenti che hanno visto protagonista la città di Palermo a partire dall’inizio dell’anno.

Maurizio Artale

Intervistatore: Negli stessi giorni in cui a Palermo è venuto a mancare fratel Biagio Conte, da sempre impegnato a fianco dei più vulnerabili, è finita anche la latitanza del boss Matteo Messina Denaro, accusato di vari omicidi. Al di là della coincidenza casuale, cosa ci dicono questi due avvenimenti?

Maurizio Artale: Entrambi gli episodi ci aprono alla speranza. Non è un caso che Biagio Conte abbia chiamato la sua Missione Speranza e Carità. Per molti era conosciuto, ma non si conoscono nei dettagli la sua opera e il suo impegno. La sua morte ce lo rimanda come una figura da conoscere e da approfondire. Anche l’arresto di Messina Denaro ci apre alla speranza: la speranza che qualcosa possa cambiare, pur senza smettere di nutrire delle perplessità. Chiediamoci: cosa ci aspettiamo da questo arresto? Cosa ci dice se non che lo stato ci ha impiegato 30 anni per catturarlo? Ma ci apre alla speranza che qualcosa adesso cambi, soprattutto per i più giovani. Manda un messaggio soprattutto a loro: anche se Matteo Messina Denaro l’ha fatta franca per 30 anni, alla fine è finito e resterà in un carcere. Ma c’è bisogno di pensare subito anche all’altro livello: ai colletti bianchi, alla politica, alla massoneria. A tutti coloro che gli hanno permesso di fare la latitanza per 30 anni insomma.

I: Che effetto le fa avere visto Matteo Messina Denaro preso proprio a Palermo?

MA: Ci fa capire che godeva di protezione anche a Palermo. Non era il boss che viveva nascosto nel suo mandamento: se è stato arrestato qui, vuol dire che aveva le sue coperture. Altrimenti non sarebbe mai venuto in città. Vediamo cosa succede con le indagini. Pensiamo anche all’intervista a Baiardo che un po’ preannunciava quello che sarebbe accaduto: Matteo Messina Denaro era ammalato e sarebbe stato disposto a finire in carcere pur di avere delle concessioni dietro le sbarre.

I: E il pensiero che il suo arresto sia avvenuto a 30 anni dall’inizio della sua clandestinità?

MA: Mi fa specie pensare, soprattutto, a tutta sta gente esaltata per il suo arresto. Addirittura con striscioni e champagne. Ma dov’erano in questi 30 anni? C’era gente che lo conosceva ma ha fatto finta di non riconoscerlo. Volendo citare il fondatore Don Pino Puglisi, se ognuno avesse fatto la propria parte, la latitanza di Matteo Messina Denaro sarebbe emersa sicuramente prima. Non si può demandare tutto alle forze dell’ordine, deve esserci la collaborazione dei cittadini. Per la cattura del superboss ma non solo. Quando fanno atti vandalici in piazza Pino Puglisi, è possibile che nessuno veda mai niente? Non chiedo di essere confidente, lo faccio per me e per i miei figli. “Io oggi la mia parte l’ho fatta”, posso dire quando vado a letto. C’è una difficoltà oggettiva, però: quando viene minacciata la famiglia, deve scattare la certezza della fiducia nello stato, nelle istituzioni. Però se i tempi sono quelli, vacillo. Mi chiedo: mi posso fidare davvero?

I: Nel suo articolo sul Fatto Quotidiano mette in luce la necessità di “dare un’istruzione, una formazione e un’educazione ai nostri bambini” per togliere alle cosche mafiose il terreno per crescere e riprodursi. Può spiegare meglio questo concetto?

MA: L’istruzione è l’unico modo per raggiungere quello scopo. Se gli adulti sono difficili da convincere, cronicizzati, e gli adolescenti sono una partita aperta, con i bambini la possiamo vincere facilmente perché scrivi su un foglio bianco. Il bambino lo educhi al rispetto degli altri e delle regole, lo fai crescere, quindi, in un ambiente diverso. Se tutto questo, però, arriva solo a 18 anni, la sfida difficilmente può andare in porto: pensa che fino a pochi anni fa mancava nel quartiere Brancaccio una scuola media e per l’asilo stiamo ancora aspettando. Hai voglia ad arrestare pure cento Messina Denaro! Nel frattempo, però, sono tanti i bambini che crescono senza un centro educativo e formativo. Abbiamo scritto anche alla prima ministra Meloni, facendole notare che Don Pino Puglisi lo aveva nominato pure nel suo discorso di insediamento. Non basta parlarne, però, bisogna fare il massimo delle proprie possibilità politiche e amministrative per seguirne le orme. A trent’anni dalla sua morte è vergognoso che non si sia ancora riuscito a costruire un asilo che voleva tanto!

I: Cosa manca soprattutto a Palermo? Cosa rende le organizzazioni criminali ancora attrattive per i più giovani?

MA: Oggi tra i giovani, purtroppo, c’è una percezione più dei disvalori che dei valori. Oggi abbiamo personalità fragili, che non sanno più affrontare la quotidianità della vita: non è possibile che di fronte a un rifiuto l’unica possibilità per loro sia l’eliminazione. Prima c’erano circoli, realtà associative, parrocchie che aggregavano anche i più giovani. Ora li puoi trovare solo nelle piazze con il cellulare in mano, si parlano attraverso le chat pur trovandosi faccia a faccia. Anche la Chiesa deve interrogarsi, pensando anche all’esempio di padre Puglisi che prima di tutto si faceva prossimo nella sofferenza dell’altro. Per questo dico alle istituzioni di non fare l’errore compiuto con Riina e Provenzano: piuttosto che buttare la chiave della cella di Messina Denaro, facciamolo incontrare e confrontare con gente normale a costo di correre il rischio di far portare fuori dei messaggi. Solo in questo modo si può regalare a una persona così un po’ di quella umanità che non ha mai avuto. È la nostra sfida: rischiare nel relazionarsi con queste persone e sperare che il resto lo faccia il buon Dio.

Un uomo che non spera, è un uomo già morto in partenza. Se ognuno fa qualcosa, come diceva padre Puglisi, tanto si potrà fare.