Lo scorso 18 settembre si è tenuto l’Arché Live per festeggiare i nostri 30 anni.

Tanti sono stati i momenti che hanno offerto spunti per importanti riflessioni, come nel caso delle parole di Don Luigi Ciotti, che abbiamo riportato parzialmente sulle pagine dell’Archébaleno #65 e che riportiamo, qui, integralmente.

Buona lettura!

don luigi ciotti

Don Luigi Ciotti e p. Giuseppe Bettoni

Sono io che vi ringrazio di questa opportunità, di questo invito, per riflettere insieme.

Devo dire che questo filmato, questo documento, per me è diventato un documento di riflessione, di preghiera: mi è sembrato di leggere una pagina del Vangelo e voglio spiegare anche il perché, ma soprattutto ci ha spiegato con forza che l’accoglienza è la base della vita.

Voi mi insegnate (e qui è emerso con forza) che l’accoglienza è la porta attraverso cui il singolo diventa Persona. I ragazzi, oggi diventati adulti, ci hanno testimoniato questo perché sono passati attraverso la porta dell’accoglienza e soprattutto ci è stato detto e testimoniato che non basta accorgerci che gli altri esistano attorno a noi, dobbiamo sentirli dentro di noi.

Oggi accogliere è diventato un atto sovversivo.

Accogliere è un atto sovversivo nel senso che l’accoglienza è temuta, ostacolata, perché accogliere significa dare all’altro la dignità di esistere.

Mi volete spiegare perché non si riesce, in un paese che mastica parole di civiltà, a dare lo ius soli a quei bambini che sono nati e cresciuti qui nella nostra realtà? Questa è la vergogna del nostro paese.

Chi non permette questo si rende complice di un olocausto, non c’è un’altra parola, che si sta consumando nei nostri mari e nei confini dell’Europa. Il riconoscere gli altri è un diritto di partecipare, di essere una persona, cominciando dai bambini, titolari di diritti e di doveri.

Questo filmato ci ha raccontato una storia scomoda di ieri, ma presente ancora oggi.

C’è una grande emorragia nel nostro paese, ma qui è un luogo dove l’accoglienza è vita. Allora dobbiamo ridirci che accogliere significa allargare lo spazio della vita e della speranza, contrastare l’emarginazione, curare le solitudini e proteggere le fragilità.

Accogliere è un atto politico e come la formazione del bene comune è importante e fondamentale. Ma volevo soffermarmi su quella frase che tu hai fortemente voluto dare in questo appuntamento:

“Quando ci sono nel mondo troppe cose che non vorresti vedere, è il momento di aprire gli occhi!”

Questa frase mi ha fatto venire in mente che nella Bibbia il termine nuovo ricorre 350 volte e forma, perciò, una trama costante.

È Importante la visione biblica della storia l’uomo e voi trovate 350 volte questa parola, questa trama.

C’è anche un simbolo che voi trovate, un simbolo che a volte ci sfugge: quello dei monaci antichi. E quale era il simbolo dei monaci antichi?

L’uccello notturno, la civetta o il gufo, un simbolo con gli occhi grandi e immensi. Perché l’uccello notturno vede nel buio, è l’uccello che canta il suo richiamo quando il silenzio della notte avvolge tutti gli altri, diventa per noi un simbolo per i momenti che abbiamo attraversato ieri e per quelli che attraversiamo oggi.

don luigi ciotti

Da sinistra: Alessandro Albizzati, Patrizia Toia e Don Luigi Ciotti

Se c’è una parola che sia veramente nostra è la parola urgente.

Ci vuole uno scatto in più da parte di tutti, perché la derivazione etimologica la conoscete tutti, vuol dire qualcosa che ci spinge, che ci incalza, qualcosa di dinamico che ci obbliga a cambiare. Dobbiamo fare qualcosa di urgente di fronte a quello che ci sta succedendo.

Ed allora pensando a padre Giuseppe ed alla meraviglia con quei ragazzi dell’oratorio, accogliere quelle fragilità ed inventarsi di tutto, perché ci si doveva inventare di tutto.

Sei stato come un Padre ed è stata la più bella catechesi ad imparare a guardare al cielo, a Dio, senza mai dimenticare le responsabilità a cui ci chiama la terra.

Sì perché è facile dare tanto bacetti alla Madonna e ai santi ma poi, quando hai dato tutti i bacetti alla Madonna ed ai Santi, cosa fai concretamente qui sulla terra dove ci sono le storie e le fragilità delle persone?

Ed anch’io mi sento di rilanciare che è necessario ieri come oggi una saldatura fra il cielo e la terra, un disegno per vivere di Fede e di spiritualità, di etica e di giustizia, ma anche, per piacere, di una visione politica per noi come servizio per il bene comune, per il bene di tutti.

Ha ragione Papa Francesco che non la manda mai a dire e paga anche il prezzo di quella forza di quelle parole, però meno male che c’è un Papa che ci trascina partendo sempre dalla Parola di Dio.

Resto stupito anche di altri mondi di chiesa, alcuni meravigliosi, dove lasciano persone, dove sembra che certi problemi non ci riguardino o ci riguardano molto poco.

Allora ha ragione Papa Francesco quando in evangelii gaudium dice che: “Dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia”.

Allora la giustizia non è solo quella dei tribunali e per essere davvero giusta, deve scaturire da due giustizie complessive, la giustizia sociale e la giustizia ambientale, i diritti umani ed i diritti della natura.

Oggi non si può non saldare fortemente tutto questo.

Giustizia sociale perché noi, in questi anni, abbiamo fatto troppo spesso abbiamo fatto gli ortopedici sociali, perché ci hanno delegato ad occuparci dei poveri e degli ultimi. Invece, noi siamo qui per dire che non verremo mai meno alla solidarietà, (quella concreta fatta di amore, di rispetto, di impegno per la libertà e la dignità di tutte le persone), ma chiediamo alla politica che si assuma le sue parti di responsabilità per metterci in grado di fare tutto questo, per darci gli strumenti necessari.

Noi non verremo mai meno ad andare a costruire, ad inventare e a creare ma è importante e fondamentale che si creino le condizioni: non vogliamo essere i delegati, della malattia più terribile che esista.

Ho pensato che una cosa che ci ha uniti è la strada.

don luigi ciotti

Il pubblico dell’Arché live 2021

Nel Vangelo 109 volte la strada è la grande protagonista.

È il luogo dell’incontro e della gioia ma, ieri come oggi, è il luogo della disperazione di chi è ai margini, di chi è schiacciato e di chi è costretto ad inventarsi di tutto per tirare a campare: noi dobbiamo tornare tutti alla strada, sulla strada e nei quartieri. Tu sei partito quando hanno bussato alla porta, ma non solo li hai aspettati ma sei anche andato a cercarli, i ragazzi che si facevano.

Allora si è fatta una battaglia culturale, politica, ricordate? In quegli anni si è fatto di tutto.

Ora, che la droga è tornata più di prima e con forme e modalità diverse certamente, con altre sostanze, con altri volti, con altre storie, è diventata una delle tante cose, in un assurdo clima di normalizzazione.

Dobbiamo tornare sulla strada in questo senso, perché la strada tu, Giuseppe, l’hai vissuta e l’abbiamo sentito, la strada ci ha educato, è la strada che ci ha educato a mettere al centro la persona, la sua originalità e l’irripetibilità della sua storia.

Ma voi me lo insegnate, ieri come oggi, che non si può parlare di disagio sociale senza ascoltare e stabilire una comunicazione vera con quelle persone che il disagio lo vivono quotidianamente. Si fanno troppe scelte al tavolino, che cadono dall’alto, che non sono capaci di incontrare la storia e i volti delle persone, ma vi siete chiesti (lo dico a me ma lo voglio condividere con voi) come mai il Padre Eterno ci ha dato due orecchie ed una bocca sola?

Poteva darci due bocche ed un’orecchia… nooo ci ha dato due orecchie, perché dobbiamo diventare più capaci di ascoltare e di ascoltarci, dobbiamo diventare e voi lo avete fatto perché vi siete immersi dentro quei volti, quelle storie dei più piccoli, delle loro mamme, delle famiglie.

Auguro anche alla politica di avere sempre due orecchie che sentano bene.

Trovate anche dei lazzaroni, trovate anche delle persone che calpestano la dignità delle persone. La loro immagine, il loro consenso, il loro potere. Però il mio dovere, il vostro dovere, è quello di far emergere le cose belle e positive che ci sono per incoraggiarle.

La sfida che colgo è la sfida del Vangelo, ma non solo.

La sfida del Vangelo è una sfida che possa dialogare con la storia di oggi e con la storia di ieri. Nessuno di noi si rifugi nel passato, ma consegni vecchie risposte a nuovi bisogni perché si vede oggi, in molte realtà, che questo avviene. E quindi è stato molto bello quanto abbiamo parlato di migranti e di nuove storie che bussano alle porte della nostra realtà. Eccolo, allora, che è vero che Dio fa nuove tutte le cose e che spinge in avanti.

E Papa Francesco è un Papa che ha voluto un gruppo di lavoro (siamo 5 gatti), però ha una visione che non riguarda solo casa nostra, perché è una visione sul pianeta e un giorno ci ha detto queste parole, che diceva anche Cardinale Carlo Maria Martini: Dio non è cattolico perché Dio ama tutti, Dio è di tutti perché altrimenti non sarebbe Dio, non dobbiamo dimenticarci di questo.

Soprattutto non dobbiamo dimenticarci che Dio non va solo cercando nel cammino della nostra vita, ma Dio va accolto, non solo cercato: Dio va accolto perché Dio dobbiamo incontrarlo, frammenti di Dio ci sono nelle persone che fanno più fatica ed è lì che c’è Dio e quindi qui c’è Dio, in questo luogo c’è Dio perché si accoglie la fragilità, la fatica delle persone.

Io ho avuto un caro amico di nome Tonino Bello che morendo ha voluto lasciarmi in dono la sua stola sacerdotale e prima di morire, ci ha detto: “Io non potrò più andare a trovare Bartolo, ma in Bartolo, schiacciato nella sua povertà, nella sua fragilità, con i suoi limiti ci sono i frammenti di Dio”.

Perché lo trovate scritto che noi siamo “Uomo a sua Immagine e Somiglianza”, ma la meraviglia di Tonino Bello era nel dire che quella scatola di cartone, quei quattro stracci sotto i quali dormiva Bartolo erano un Ostensorio, perché lì ci sono frammenti di Dio ed allora vi devo dire che queste accoglienze, che questa CasArché in questo senso è un Ostensorio.

Quante persone sono costrette a fare genuflessione per tirare a campare e dobbiamo evitare un pericolo che abbiamo visto anche nel nostro paese: evitare di fare delle sofferenze delle persone l’occasione per gestire i bisogni, senza lucidità sui meccanismi che stanno alle radici.

don luigi ciotti

Patrizia Toia, Don Luigi Ciotti, p. Giuseppe Bettoni, Anna Scavuzzo e Pierfrancesco Majorino

Noi dobbiamo lottare su quelli che sono i meccanismi, le cause di tutto questo.

Allora amici e se permettete amiche siamo stanchi di appelli, gli appelli sono importanti, io li firmo, quelli giusti, sono importanti, ma è ancora possibile concepire una società in cui le risorse sono nelle mani di pochi e i meno privilegiati sono costretti a raccogliere le briciole ed a fare genuflessioni perché c’è un mondo, sempre più a doppia corsia.

Prima del Covid, voi lo sapete molto bene, in Italia avevamo 5 milioni di povertà assoluta.

Povertà assoluta vuol dire vivere sotto la soglia della dignità umana. 9 milioni prima del Covid di povertà relativa. L’Istat ci dice che è aumentata fortemente la povertà assoluta ed è esplosa la povertà relativa.

Ma prima del Covid l’Italia era l’ultimo posto per la povertà educativa e per la dispersione scolastica.

Io dico sempre che maestri e professori sono impegnati e mettono tutto per un atto d’amore verso i loro ragazzi, non lo fanno solo per professione quando li accompagnano in un certo modo, ma lo fanno anche per vocazione.

Perdiamo il 40% di giovani nelle aule delle università, noi siamo la culla della civiltà, ci rendiamo conto di tutto questo? Avevamo prima 2 milioni di ragazzi che avevano terminato la scuola, ma non c’era una prospettiva di lavoro e questo dato si è amplificato alla grande, ci diciamo questi numeri perché sono volti e nomi di persone per cogliere quella fragilità che qui è stata sottolineata.

Ma attenzione, voi me lo insegnate, l’Italia è fra le 8 nazioni più ricche del pianeta noi siamo l’ottavo paese al mondo per la ricchezza patrimoniale, allora uno mi deve spiegare perché la povertà di determinate fasce di popolazione continua a crescere. E voi lo sapete molto bene che c’è una parola che entra con forza nella nostra riflessione: disuguaglianza.

Il 10% dei più benestanti, in termini patrimoniali, possiede oltre 6 volte di più della metà dei poveri, questo è quello che avviene nel nostro paese e la disuguaglianza colpisce di più i migranti, gli stranieri, le donne nel nostro paese, i minori e i giovani.

Pensate cosa diceva Tonino Bello nel 1992, era diventato Presidente di Post Christi, il movimento per la giustizia e per la pace e nel 1992 disse: la sua preoccupazione di un’Europa, che vedeva crescere, cassa comune invece che casa comune.

È quello che rischiamo di avere: un’Europa a cassa comune.

Avete visto quante riunioni hanno fatto per distribuire questo denaro, ben venga questo denaro, io mi chiedo in quale direzione questo denaro verrà investito. Abbiamo bisogno non di mercanti in Europa ma di fratelli, abbiamo bisogno di avere oggi più che mai un nuovo umanesimo, il sogno dei padri fondatori dell’Europa.

Siamo nulla sulla scena del mondo, se l’Europa non si mette insieme, ma mi chiedo come è possibile che per rilanciare con tutto questo denaro che arriva si debba chiudere e si debba licenziare.

Il tema dell’occupazione, stiamo vedendo chiudere decine di fabbriche, allora un grande rilancio ma in questo momento vediamo che certe scelte che ci sovrastano, ci passano sopra stanno mandando a casa migliaia e migliaia di persone, con la ricaduta sulle famiglie, sui più piccoli e sui più fragili.

Come spiegare, lo chiedo ai cittadini comuni, che per dare una spinta in avanti all’economia si devono spingere indietro i loro diritti?

Ecco allora, vi prego, non dobbiamo permettere di diventare complici di quell’olocausto di vite e di speranze che si compie ogni giorno sotto i nostri occhi.

Il sociale non è un costo ma un grande investimento, i costi per poi rimediare ai disastri di politiche che non vengono fatte sono 100 volte di più. Oltre ai danni umani, alle sofferenze e alle fragilità.

L’Europa non ha dato ancora l’ok a quel diritto alla salute: il 75% dei vaccini li ha fatti l’America, li ha fatti l’Europa, l’ha fatto qualche altro paese nel mondo, l’Africa solo il 2%.

Ma vi pare possibile che il primo diritto di ogni persona, il diritto di vivere venga negato in questo modo?

È un crimine contro l’umanità.

È per questo che il posto per l’economia deve essere fra l’etica e l’ecologia, e soprattutto noi dobbiamo diventare più forti, più capaci, più coraggiosi e soprattutto dobbiamo accettare una sfida che voi fate, ad accogliere le persone, a un impegno politico per la lotta dei diritti a fianco dei doveri che tutti noi abbiamo.

Perché la cultura è responsabilità e la responsabilità è cultura.

Ecco noi dobbiamo veramente vivere tutto questo e viverlo certamente in un certo modo.

Io lo so, l’ho sentito dire lì: guardate la fragilità, perché quando quei ragazzi hanno parlato del loro volontariato, quelli più piccoli, quelli ventenni, qualcuno scopre delle cose e qualcuno ha detto ce la voglio mettere tutta.

I dubbi sono più strani delle certezze, ma è bello che questi ragazzi si mettano in gioco come è bello sentire da quel ragazzo che adesso è un adulto “avevo 16 anni quando p. Giuseppe mi ha buttato lì ad immergermi dentro ai problemi degli altri”, dobbiamo continuare ad immergerci nei nostri territori, nelle nostre realtà, ma fragili, non dobbiamo temere di dirci che siamo fragili, io so di esserlo.

Fragile è la condizione umana, saperlo è ciò che ci rende più forti.

Una società forte accoglie e riconosce la fragilità degli altri, una società che si chiude, che innalza i muri, che respinge i migranti, i poveri, i diversi allontana la fragilità degli altri per non riconoscere la propria.

don luigi ciotti

Don Luigi Ciotti in uno degli istanti del suo intervento

Quelli che respingono non riconoscono la loro fragilità.

La nostra è una società debole che si crede forte e che quindi respinge e che quindi non fa ius soli. Siamo qui per incoraggiare quanti sono impegnati, abbiamo anche il dovere di alzare la voce anche se molti preferiscono un prudente silenzio, dobbiamo avere il coraggio di avere più coraggio tutti, dobbiamo osare di più, oggi più che mai.

Solo una società cosciente della propria fragilità è una società aperta, ricettiva, solidale. Non corriamo il rischio, lo dico a me stesso, di sentirci comodamente dalla parte giusta, la parte giusta non è un luogo dove stare ma un orizzonte da raggiungere e da raggiungere possibilmente insieme.

Un solo, piccolo, particolare: c’è un diritto che Dio ha voluto per tutte le persone: la libertà. È l’espressione dell’umana dignità, il primo compito che si assegna alla vita è di impegnare la nostra libertà per liberare le persone che ancora libere non sono.

Siamo al servizio della libertà, la libertà è un impegno.

La più grande ferita, la più grande umiliazione della persona umana è la privazione della libertà. L’Italia è un paese non ancora libero. E se misuriamo la libertà col metro della dignità, il metro più giusto ed affidabile, dobbiamo onestamente dirci che la libertà nel nostro paese non è ancora un bene comune, un bene universale per tutti.

Chi è senza lavoro non è libero, chi è povero non è libero, chi è schiacciato dalle mafie non è libero, 200 anni che parliamo di mafia, nonostante l’impegno e la generosità e i passi in avanti di molti.

La corruzione non ci rende liberi, ma pensiamo anche a tutte le altre situazioni che schiacciano la libertà e la vita delle persone: chi è senza casa, chi non ha i mezzi per curarsi, per studiare, chi è oppresso, la solitudine, chi è schiacciato dai bisogni, chi è privato dei diritti.

Non sono libere le vittime dell’usura, della droga, del lavoro nero, del riciclaggio, del caporalato ma anche chi soffoca le imprese sane come anche i giochi ed altri interessi.

È un diritto quello della libertà che Dio ha voluto per tutte le persone e che chiede a noi di impegnare un po’della nostra libertà per chi libero non è.

don luigi ciotti

L’abbraccio tra Don Luigi Ciotti e p. Giuseppe Bettoni

Don Luigi Ciotti

Presidente di Libera Contro le Mafie

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