Daniel Goleman, psicologo, nel suo scritto Emotional Intelligence ci spiega come tutte le emozioni siano impulsi ad agire. La radice della parola stessa emozione viene dal verbo latino motere, cioè muovere, ed il prefisso e- connota un muovere a. Questo ci suggerisce che la tendenza ad agire è implicita in ogni emozione, ed il nostro agire può essere diretto solo dalle emozioni che proviamo, oppure smussato e ragionato dalla nostra razionalità.

La prima volta che preparai una torta e la offrii ai colleghi durante una pausa, non ebbi bisogno di chiedere commenti espliciti: uno degli educatori, mentre l’assaggiava, inarcò il labbro superiore  di lato ed arricciò leggermente il naso.

Fu chiaro che non basta avere una madre che è un’ottima cuoca per essere capaci di cucinare bene.

Io e Keith, educatore zambiano nel progetto Arché, trascorriamo ore nel confrontarci. A volte capita che non riusciamo a spiegarci pienamente, e si rimane con la sensazione che la comunicazione abbia avuto dei vuoti, dei punti di non incontro, nonostante i numerosi esempi e le mille parole usate. Però quando sono troppo occupato e di umore pessimo, nel momento in cui gli educatori mettono piede in ufficio capiscono subito che aria tira.

Più le nostre reazioni vengono dirette dalle emozioni che proviamo, più diventa facile capirsi anche tra persone di continenti e con storie di vita diverse. È per questo che con i bambini è facile comunicare: quando entro nelle classi, non mi serve un dizionario per capire se sono rilassati o se c’è tensione dalla lezione precedente.

Questi anni mi hanno insegnato che per condividere la giornata, il lavoro, il progetto che portiamo avanti, allora dobbiamo comprenderci. E se vogliamo comprenderci, allora è sul piano delle emozioni che dobbiamo incontraci, spogliandoci delle nostre cornici culturali.

L’empatia diventa quindi il mezzo di comunicazione migliore: ci permette di comprendere lo stato d’animo, senza perderci in parole a cui possiamo dare significati diversi, senza leggere la situazione attraverso le nostre esperienze e i nostri pregiudizi. E tanto più la nostra reazione è guidata dalla stessa emozione, tanto più saremo compresi dall’altro.

E forse è anche questo uno del fattori di successo dei progetti Arché in Africa. L’implementazione delle attività non è partita dai risultati da ottenere o dalle risorse disponibili, ma dallo stare in relazione e dallo sforzo empatico quotidiano di comprendersi. Ed allora ogni meta, vicina o lontana, è un solido successo.

Gianpietro Gambirasio

Immagine| @JohnSamuel