Viviamo sommersi dall’odio. Spinti dall’odio. Incitati dall’odio. Istigati all’odio da chi non può far niente per migliorare le cose; così, per nascondere la propria incapacità, trova utile e funzionale additare un bersaglio esterno da odiare, appunto. Perché se riesci a incanalare le tue energie per offendere qualcuno, ritenendolo responsabile di tutti i tuoi mali, allora hai sviato il pericolo di dover fare i conti con la realtà. E scoprire che il vero problema sei tu.

Tra pochi giorni saremo chiamati alle urne per il rinnovo dell’Europarlamento. Quell’Europa unita, vagheggiata per secoli da statisti illuminati (Altiero Spinelli e poi Adenauer, Schuman, De Gasperi), ora è realtà. Ma è un’anatra zoppa, verrebbe da dire. E non soltanto perché ha già perso un pilastro importante, come la Gran Bretagna, ma perché il sogno di un continente unito, non soltanto geograficamente ma politicamente e, in definitiva, umanamente, si scontra con i nazionalisti e i populisti che, almeno stando ai sondaggi, hanno la meglio nella propaganda politica.

Finora, è vero, l’Europa non ha saputo garantire né costruire un’identità comune: un agglomerato di 28 Paesi che è quasi sempre stato in disaccordo su immigrazione, scelte economiche, politiche sociali e strategie di sviluppo. Per molti cittadini, la Comunità europea si traduce in piccoli e semplici privilegi: non dover cambiare i soldi, se vai a Parigi o a Berlino; e viaggiare semplicemente con la Carta d’identità, senza passaporto. Insomma, se l’Europa è un’occasione, è stata spesso un’occasione persa.

Eppure, siamo in Europa. Noi siamo l’Europa. E il fatto – per parafrasare le parole di papa Francesco – che ci siano ancora troppi muri, non deve farci desistere dal sogno di costruire ponti. Perché solo l’Unione europea può garantire ai singoli Paesi un orizzonte più ampio degli sterili e dannosi nazionalismi; può offrire uno spazio comune di libertà e giustizia, dove i diritti e la dignità delle persone siano predominanti rispetto ai gretti interessi di gruppi di potere.