Giovanni il Battista è rinchiuso in carcere per la questione di Erodiade e non ha la possibilità di confrontare le sue perplessità direttamente con Gesù, per questo invia due dei suoi affinché siano loro a porre in tutta sincerità la domanda:  Ma ci siamo sbagliati su di te?

Trovo che già il fatto di porre delle domande a Gesù sia pieno di coraggio, anche perché alle orecchie dei seguaci del Battista poteva suonare come una debolezza: ma come un profeta ha dei dubbi? È attraversato dalle incertezze? Se non sa vedere chiaro lui che è un uomo di Dio, come potremo noi avere dei punti di riferimento certi e affidabili?

Non è banale saper fare delle domande, giuste, intelligenti, vere. Penso sia capitato a tutti di assistere a quanto accade dopo una conferenza, dopo una relazione  magari intensa e profonda, quando si apre lo spazio alle domande, di assistere a uno o più interventi che o pongono interrogativi di cui sa già la risposta oppure interventi che a loro volta vogliono essere altrettante conferenze… Mentre la domanda è preziosa, importante, ha bisogno di un cuore sincero che cerca. La domanda è il confine che sancisce la distanza tra le aspettative che uno legittimamente possiede e l’attesa di qualcosa di inedito.

 

Giovanni il Battista, personaggio dell’avvento, è l’uomo che sa porre le domande perché  vive su quel crinale in cui da una parte hai le tue aspettative di un Dio che venga come fuoco, come scure, come giustiziere e giudice a fare pulizia del male del mondo, salvo poi misurarsi con una realtà nella quale Dio non corrisponde affatto a quello che tu ti aspetteresti e così non accade nulla di ciò per cui avevi pregato, non cambiano le situazioni per le quali avevi chiesto un intervento dall’alto… e dall’altra attendi da Dio qualcosa di diverso, di nuovo, una strada, un segno, e in qualche modo ti fidi di lui, anzi ti affidi a lui…

La domanda del Battista sta proprio su questo crinale ed è una domanda che ci siamo fatti anche noi, magari non una, ma tante volte: Ma Signore, ci siamo sbagliati anche noi su di te?

Non dobbiamo avere paura delle domande. Non di rado le persone mi confidano con timore un certo senso di colpa per il solo fatto di essersi posti dei dubbi sulla fede.

Se Giovanni non avesse avuto il coraggio di dare dignità al suo dubbio e di esprimerlo e condividerlo, non solo sarebbe rimasto in una condizione di incertezza, ma avrebbe avuto di che mugugnare nei confronti di Gesù, di lamentarsi delle cose che andava facendo e dicendo… non è questa la reazione più infruttuosa e diffusa quando le cose non vanno secondo le nostre aspettative? Ci viene più semplice crogiolarci nel parlare male, nel lamentarci… anche di Dio, anziché dare dignità ai nostri interrogativi, che è la fessura attraverso la quale si inserisce la novità di Dio nella vita.

Mi sembra già questa una prima nota preziosa che la parola di Dio ci consegna oggi: abbiamo il coraggio del dubbio perché anche le nostre domande e perplessità hanno una dignità che è possibile condividere e che sono necessarie affinché possiamo non rimanere legati alle nostre aspettative, ma possiamo aprirci alle attese di Dio.

E allora chiediamocelo: Ci siamo sbagliati anche noi, Signore, nel farci una certa idea di te?

Quando avevamo pensato che credere in Dio ci avrebbe protetto dalle sciagure della vita… quando avevamo creduto che dicendo le preghiere ci avresti ascoltato… quando avevamo immaginato che facendo qualcosa di buono per gli altri, ci avrebbe fatto guadagnare il paradiso…  e poi, anche noi come Giovanni, ci saremmo aspettati da te un poco di giustizia in questo mondo!

E invece eccoci qui, che pena questo nostro tempo contrassegnato da una parte dal disperato esodo di centinaia di migliaia di persone e da un terrorismo forsennato e disumano; dall’altra dal dilagare della corruzione e degli scandali, dallo stillicidio quotidiano di privilegi di pochi, arroganza di troppi, egoismi fiscali corporativi regionali etnici e razzisti, dal liberismo ad oltranza che maschera ipocrisie e giochi degli affari, da una politica svuotata e svilita.

E noi, ridotti ad essere ormai dei guardoni martoriati da ciò che ogni giorno i burattinai dei media decidono di far esistere e di farci vedere, rischiamo di perdere i nostri orizzonti di riferimento e la speranza di giustizia e di rigenerazione.

In tutto questo la nostra fede non si è mai scandalizzata di Gesù? È un passaggio necessario, come lo è stato per Giovanni probabilmente. Egli che era un uomo di grande statura morale, uno tutto d’un pezzo, anticonformista al massimo, come appartenente a una famiglia sacerdotale aveva dinnanzi a sé un futuro assicurato, e invece si mette in gioco per Dio e va a predicare nel deserto…

Gesù lo elogia: non è una canna che si piega ad ogni vento, non è nemmeno uno che frequenta i salotti della Gerusalemme bene… e potremmo continuare a elencare una serie di indicatori della statura morale e della coerenza del Battista, al punto che Gesù vede in lui in assoluto il più grande uomo di ogni tempo!

Ma c’è uno scandalo attraverso il quale Giovanni deve passare e per il quale il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

Un cristiano ad un certo punto del suo cammino di fede si trova a fare i conti con questo scandalo, con un inciampo in cui il discepolo si deve imbattere prima o poi, perché deve accadere come accade a Pietro che di fronte a un Cristo che si perde per amore, che perde non solo il tempo con i poveri, ma perde anche la vita per loro, ecco di fronte a un Dio così, il nostro sistema religioso subisce un cortocircuito.

Come risponde Gesù alla domanda del Battista? Prima ancora delle parole compie dei gesti eloquenti, chiarissimi: Guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi… Che è quanto annunciavano i profeti nel Primo testamento perché Dio non lo puoi ridurre ai tuoi confini mentali, ai tuoi impianti logici.

Infatti nella lettura di Isaia, il re persiano Ciro che farà uscire Israele dall’esilio di Babilonia (538 c.C.) viene chiamato dall’Eterno suo eletto, letteralmente, suo messia! Perché? La risposta ci viene dal famoso cilindro di Ciro[1], di cui nel 1971 le Nazioni Unite hanno pubblicato il testo intero in tutte le lingue dei paesi membri come la prima dichiarazione dei diritti umani della storia.

Chi s’avvicina alla storia dell’Iran antico quando si parla dell’impero persiano e si imbatte nel termine «Re dei re» lo intende come un titolo per esaltare la maestosità e grandezza dei conquistatori persiani, invece in questo termine si nasconde una prospettiva completamente nuova per quel tempo. Infatti il re persiano quando conquistava un paese come si legge in questa dichiarazione di Ciro il grande dopo la conquista di Babilonia: 1. Riconosceva ai vinti il diritto alla libertà religiosa. I persiani non hanno mai tentato a imporre la propria religione ai vinti. 2. Riconosceva il diritto di mantenere la propria lingua. Non esiste nessuna testimonianza storica che i persiani abbiano tentato d’imporre la propria lingua ai vinti. 3. Riconosceva il diritto di mantenere la propria amministrazione statale e sistema politico fino a poter mantenere il proprio re che doveva riconoscere il Re persiano, il conquistatore, come sovrano da cui nasce il titolo «Re dei Re».

Ecco il profeta riconosce che una prospettiva politica di questo genere è volontà di Dio! Non deve essere stato facile per il profeta presentare Ciro come il messia di Dio! un re pagano, saggio e intelligente, ma pur sempre pagano!

Ecco, Dio è sempre più grande dei nostri recinti, occorre che impariamo in quella sapiente pedagogia della fede che il Signore conduce con noi, a domandarci sempre se quel Dio che noi magari per anni abbiamo pregato, quel Cristo che abbiamo creduto fin dal catechismo, sia davvero tale o non sia piuttosto un’immagine deformata che ci siamo fatti di lui.

Succede che a forza di dirci cristiani, e credendo di esserlo, ci siamo vaccinati  e resi immuni e indifferenti alla provocazione del Vangelo. Il vangelo è uno scandalo ancora oggi per chi lo vive. Proviamo a domandarci: cosa saremmo noi senza il Cristo? Cosa cambierebbe della mia vita se smettessi di amarlo e di seguirlo?

Non siamo noi infatti i malati descritti dal Vangelo, sui quali Gesù si curva con immenso amore e pazienza? Non siamo noi i malati di qualunquismo, noi paralizzati dai pregiudizi, noi gli intossicati dall’invidia e come lebbrosi inchiodati nelle nostre paturnie, sordi a ogni parola di tenerezza e di fiducia?

Senza un Dio che si curva sulle nostre ferite, sulle nostre incapacità e ci rialza, chi saremmo noi? Anzi, con un Dio così dobbiamo chiederci chi sia il vero prigioniero.

Chi è più libero: Giovanni Battista che si pone dubbi su Gesù o Erode che non si pone alcuna domanda?

Chi è il recluso: Giovanni che dalle tenebre di Macheronte si interroga oppure Erode che sta chiuso nel palazzo dei suoi intrighi e lotte di potere?

(Is 45, 1-8; Rm 9, 1-5; Lc 7,18-28)

[1] Il cilindro di Ciro il grande, attualmente al British Museum – un cilindro di argilla cotta di circa 30 cm di lunghezza scolpito in lingua antica persiana Aryan con caratteri cuneiforme trovato in 1878 negli scavi di un sito presso Babilonia-  è la prima dichiarazione dei diritti umani e risale al 539 anni prima di Cristo.