10 giugno 2015: giornata di sole, di feste di chiusura della scuola. «Arriverò in tempo per lo spettacolino di mia figlia?», mi ritrovo a chiedermi mentre ascolto distrattamente i dati snocciolati su infinite slide.

Stipati in una sbiadita stanza di Asl Milano, a seguire la prima Conferenza territoriale sulla salute mentale, sentiamo che «una quota importante di accessi alla Neuropsichiatria infantile riguarda minori adottati (8,2%) con alcuni picchi in età adolescenziale. Il 4% dei minori in comunità e/o affido sono adottati».

Ecco, l’attenzione ritorna nella stanza: possibile?

L’adozione è certamente un fenomeno sempre più articolato, anche alla luce delle trasformazioni socio-culturali attuali. Dai dati della Commissione per le adozioni internazionali (Cai), l’Italia risulta il secondo Paese d’accoglienza di bambini adottivi, dopo gli Stati Uniti, con 2.825 adozioni nel solo anno 2013; la Lombardia rappresenta la Regione italiana con più adozioni.

Cosa porta un’adozione a “funzionare” e cosa invece la espone al rischio di un fallimento? Vi è un rischio maggiore di insorgenza di sofferenze psichiche nei minori adottati?

Intorno al tema dell’adozione, sono stati compiuti diversi studi, negli ultimi 15 anni, volti a identificare i fattori di rischio e di protezione, per il buon esito del processo adottivo e dello sviluppo del bambino. Gli studi convergono nell’individuazione di elementi rilevanti a livello del minore, del nucleo familiare che accoglie e del sistema istituzionale predisposto alla cura del percorso.

Rispetto al minore, pare costituiscano fattori di rischio un’età “avanzata” (maggiore di 7 anni) al momento dell’adozione, la presenza di problemi di salute o disabilità, esperienze pregresse traumatiche, una certa complessità della storia pre-adottiva.

Particolare riguardo è stato dato all’approfondimento degli stili di attaccamento, cioè di quella peculiare modalità di relazione che ogni bambino instaura con le proprie figure di riferimento (in generale i genitori) nei primi due anni di vita e che va poi a orientare lo “stile relazionale” della persona, come ognuno di noi si approccia agli altri e al mondo.

Si è visto come nei bambini adottati prevalga leggermente uno stile di attaccamento insicuro e che un terzo dei bambini adottati mostri modalità di attaccamento (di tipo disorganizzato) che li rende più vulnerabili dal punto di vista psichico. Si tratta di bambini che, anche in virtù delle dolorose esperienze traumatiche e abbandoniche subite, faticano a riconoscere negli altri (anche nei nuovi genitori) delle persone a cui potersi affidare senza timore, per ricevere protezione e guida, un porto sicuro da cui partire e tornare nel percorso della vita.

Gli studi hanno poi messo in luce alcuni fattori di rischio del nucleo familiare accogliente, quali ad esempio una certa rigidità nello stile educativo e nelle aspettative nei confronti del bambino, una generale “motivazione filantropica”, non accompagnata da una rielaborazione della propria storia personale e da una forte condivisione del progetto adottivo. Anche per i genitori, poi, gioca un ruolo importante lo stile di attaccamento personale, con quali occhi guardano al mondo, con quale sicurezza fanno fronte agli imprevisti della vita.

Tutti gli studi, infine, convergono nell’identificare, però, come elemento discriminante, la presenza o meno di un adeguato sostegno istituzionalealle famiglie adottive, non solo pre-adozione, ma anche nel percorso post-adottivo.

È ormai chiaro che l’adozione non è un evento puntuale ma un “life long process” all’interno del quale la negoziazione delle relazioni di appartenenza si propongono e ripropongono lungo tutto l’arco della vita. Il sostegno post-adottivo riveste un ruolo importante nel promuovere processi di attaccamento protettivi e sicuri e prevenire l’insorgenza di sofferenze psicologiche e patologie.

Le Linee guida del Cismai (2013) includono la costruzione di un progetto di intervento post-adottivo che tenga conto della specificità del disagio e che comprenda e integri interventi di diversa natura (educativi, sociali, psicologici) orientati al bambino e all’interno nucleo familiare, in un’ottica “ecologica” che includa i contesti. Si parte dal presupposto che l’adozione è «una misura pubblica di protezione» (J. Palacio) e che, se opportunamente sostenuta, sia già di per sé «una forma di cura per i bambini traumatizzati».

Certo, bisogna avere il coraggio di stare di fronte alle domande ineludibili, al “chi sono”, al “da dove vengo”, al “chi sei tu, che ti fai chiamare papà”, “da quale storia vieni?”, “chi sono io per te?”. Bisogna poi avere il coraggio, come operatori, di chiedersi anche “chi sarai?”, di non cercare il senso delle storie che incontriamo solo nel loro passato, ma di imparare a guardare oltre, a scrutare insieme il futuro. Perché, Arché lo sa, «il futuro entra in noi molto prima che accada» (Rilke). Sta a noi coglierlo.

Tiziana La Rocca

psicologa cooperativa sociale Nivalis

Immagine| @Philippe Put