Viola ha un fidanzato di qualche anno più grande. Vuole uscire la sera per stare con lui, ma i genitori non vogliono. Le dicono che ha solo 14 anni, non può andare e tornare come vuole. Lei ha una paura terribile: se li ascolta, non riuscirà mai a diventare grande.

Un giorno il ragazzo tronca la relazione, a lei crolla il mondo addosso: quella era la sua unica strada verso l’emancipazione. In bagno, apre l’armadietto dei medicinali e inghiotte due pacchetti di pastiglie.

Poi c’è Federico. Il cappellino schiacciato sulla fronte, gli occhi al pavimento, le braccia incrociate. C’è un muro invisibile che lo separa da tutto quello che lo circonda. In generale, si rintana nel suo silenzio.

Anche perché, le poche volte che ha provato a lasciarsi andare, si è trovato tra le mani una tale inaspettata rabbia che lui stesso si è spaventato e non è riuscito a contenerla. Infatti, ha finito per litigare con un coetaneo per una sciocchezza, lo ha picchiato e si è preso una denuncia.

Cosa succede agli adolescenti di oggi? Cosa succede a “quelli” come Viola e Federico? Il tema è di grande attualità: già nel 2011, la Direzione regionale Sanità della Lombardia decise di costituire un gruppo di approfondimento tecnico per confrontarsi sul tema dell’acuzie psichiatrica in preadolescenza e adolescenza. Il motivo? Sono sempre più frequenti situazioni critiche che arrivano in Pronto Soccorso senza essere note precedentemente ai servizi di ascolto. «È chiaro», dice lo studio, «che il ritardo della diagnosi e della preventiva presa in carico determinano un peggioramento delle condizioni o una criticizzazione».

Le condizioni di sofferenza psichica di cui si parla riguardano per esempio depressione, disturbo del comportamento, discontrollo degli impulsi, disturbi da stress post traumatico, disturbi psicotici, bipolari, alimentari, tentativi di suicidio, abuso di sostanze e molto altro. La maggiorparte sono ragazzini italiani, molti però anche i migranti con grandi esperienze di trauma e deprivazione.

Di recente, poi, è arrivato anche uno studio di Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità e a cui Regione Lombardia ha aderito: rappresenta una delle più significative esperienze di raccolta dati sulla salute e sul benessere dei giovani studenti di 11, 13 e 15 anni.

E ancora, ecco l’ultimo “allarme” lanciato dall’Oms: è sempre più in crescita il numero di bambini e adolescenti che presentano disturbi dell’umore. Per questo motivo, in questi ultimi anni il ricorso ai farmaci antidepressivi è stato sempre più frequente, ma fondamentale sarebbe piuttosto la prevenzione di simili disturbi che, molte volte, sono causati da problemi familiari.

Insomma, è fondamentale che i bambini, ma anche gli adolescenti, crescano in un ambiente sano, che siano continuamente sostenuti moralmente dai propri genitori: se non vengono incoraggiati,ascoltati e motivati alla ricerca dell’identità e dell’autostima, si rischia di imbattersi in forti disagi.

Le radici sono numerose e difficili da rintracciare. «I pretesti sono tanti, magari una rottura sentimentale, una lite coi genitori, coi compagni, un brutto voto», spiega Alessandra Granata, psicoterapeuta dell’associazione “L’Amico Charly”, «ma i veri motivi sono dentro, e dipendono da come gli adolescenti vivono le cose. Magari, sono stati trattati troppo bene in famiglia e non sono capaci di tollerare le frustrazioni, o al contrario provano già un grande dolore familiare e vogliono fuggire dalla sofferenza, oppure se i genitori hanno investito tutto nel rapporto col figlio, e quindi in famiglia passa l’idea che una separazione sia il crollo del mondo, quando a un ragazzino capita di essere lasciato vive la cosa come una tragedia».

Il punto è, stando all’esperienza dell’associazione, che non necessariamente il disagio giovanile nasce da famiglie problematiche, economicamente povere, o separate. «È un fenomeno trasversale», continua Granata, «dipende dai messaggi che passano nelle relazioni familiari, dove si forma la personalità, ma spesso i genitori si impegnano, sono presenti, e il ragazzo ha ugualmente un disagio».

Filippo Petrogalli, psicoterapeuta, lavora da 15 anni per “Farsi Prossimo”: «Una volta, nella sola Milano c’erano 19 centri di aggregazione giovanili, oggi per via dei tagli finanziari ne sono stati chiusi parecchi, insieme ai progetti di educativa di strada. Si tende, insomma, a sovvenzionare solo quello che è urgente, mentre i Cag (Centri di aggregazione giovanile) sono, per così dire, servizi a bassa soglia. Ecco però uno dei risultati: se fai meno prevenzione, aumentano i casi problematici.

Ti ritrovi con più ragazzini che hanno sviluppato una forma di disagio». Ma poi aggiunge: «Atre volte sono inadeguati gli adulti: l’adolescenza è un momento difficile per i ragazzi, ma anche per i genitori: un figlio ti sputa in faccia tutto quello che odia di te, tu rappresenti tutto quello che lui non vuole essere. Lui lo sta facendo perché gli serve per definire se stesso, ma se tu sei un genitore che non ha fatto i conti con la propria adolescenza, allora sei fragile e cedi».

Ma, ancora, potremmo parlare di quei genitori fagocitanti, che crescono figli iperprotetti, ipercoccolati e poco autonomi, o di quelli che “fanno gli amici”, e abdicano al loro ruolo di educatori, incapaci di mettere regole e confini. Basta questo a spiegare tanto disagio? Sicuramente no. Il punto è potenziare strategie di prevenzione. E ascoltare.

Stefania Culurgioni

Immagini| @JAKE ODonnell