Curare i figli Amin e Nuh, invalidi, senza farsi fermare dai pregiudizi e dalle difficoltà dell’emigrazione. È la missione della vita a cui la trentasettenne Abel si sta dedicando: prima abbandonando l’Egitto per raggiungere in Italia il marito Said e poi assistendo i figli malati ventiquattro ore su ventiquattro, 365 giorni l’anno.

Al suo fianco ci sono anche gli educatori e i volontari di Fondazione Arché che ogni giorno le garantiscono assistenza domiciliare. Al di là di pregiudizi, di differenze religiose e di obblighi sociali fuori dalla storia come quelli dell’antica tribù egiziana che hanno imposto a Said e Abel, cugini di primo grado, di sposarsi.

Della sua storia e dell’impegno di Arché a fianco di Abel e dei suoi figli, ne ha scritto sul Bilancio Sociale 2018 Paola Ehsaei, referente milanese dell’assistenza domiciliare.

Abel è partita dall’Egitto per venire in Italia con una grande speranza: curare Amin, il suo figlio maggiore, affetto da tetraparesi, invalido al 100%.

Abel ha dovuto subire nel nostro paese una serie di giudizi e insinuazioni neanche troppo velate riguardanti la malattia di Amin: “E ci credo che è così tuo figlio, hai sposato tuo cugino!”. Abel e il marito Said, infatti, appartengono a una tribù nobile egiziana ed è tradizione che, per preservare il ceppo nobiliare, i cugini dalla parte del padre si sposino tra loro. Abel ha quindi 3 figli, in questo caso 3 principi: Amil, Jamil e Nuh.

Abel e Said qui in Italia, a Milano, hanno trovato una casa; il marito lavora mentre la principale occupazione di Abel è prendersi cura con tanto amore dei suoi figli. Abel ha trovato anche altri tipi di casa: in Arché e all’ospedale Fatebenefratelli presso il nucleo disabilità.

Arché affianca quotidianamente Abel nella cura e gestione dei bambini… e che bambini! Amin, il primogenito, necessita di cure e controllo per 24 ore al giorno, Jamil, che non ha problemi di salute, è un bambino vivace, curioso, predisposto a conoscere gli altri e tutto il mondo che lo circonda. Ha seguito volentieri la mamma e i suoi fratelli: sa che sono qua per curare Amin e lui aiuta la sua mamma! Amin ha bisogno di qualcuno che gli pulisca la bocca, che gli cambi posizione delle gambe e della schiena. Jamil, piccolo uomo di casa, a soli 3 anni sa cosa deve fare! E si sobbarca questa grande responsabilità quando il padre è fuori casa per lavoro.

Jamil a volte inavvertitamente fa male ad Amin durante il gioco. Ma Claudia, l’educatrice, è a casa loro anche per lui! Claudia è la figura di riferimento per la mamma, ma anche per Jamil: con la sua presenza costante e di valore il piccolo Jamil riscopre uno spazio di gioco e di attenzione tutto suo, può essere un bimbo senza pensieri, può saltare e urlare senza paura di fare male o disturbare i fratelli che riposano o fanno la terapia a domicilio (fisioterapia e logopedia). I fratelli sì, perché anche il figlio più piccolo di Abel e Said, Nuh, si è scoperto avere una patologia addirittura più grave di quella del fratello, essendo affetto da plagiocefalia e ipotonico.

Arché c’è. Anche in questa occasione, sempre al fianco della famiglia e della mamma che ha scoperto da pochissimo della malattia del figlio più piccolo. Una mamma che ancora deve interiorizzare e capire la gravità del piccolo. Arché c’è quando la pediatra dice che “i figli di Abel puzzano” non capendo che ciò è dovuto ai cibi che mangiano o alle medicine che purtroppo sono tenuti a prendere.

Arché c’è quando a scuola non riescono a far compilare il modulo di iscrizione a Abel perché sta studiando l’italiano aiutata da Claudia ma ancora non lo padroneggia. Arché c’è quando Amin sta male a scuola e Abel non può arrivare in tempo dovendo prendere in braccio Nuh per tutto il tragitto e Jamil per mano.

Arché c’è e contestualizza anche quando le persone che entrano a domicilio dicono che la casa non è pulita a dovere.

Arché c’è e ci sarà sempre nella differenza. Sappiamo bene che il tema dello straniero è un argomento politico ed elettorale, ma per noi continua ad essere un tema sociale e culturale. Abel e Said sono musulmani. Inizialmente hanno mostrato delle resistenze ma ora Claudia, e Arché con lei, sono entrati a casa, la famiglia si fida, c’è una relazione significativa come base di tutto.

Lavoriamo quotidianamente negli interventi domiciliari o sul territorio per la tutela dei diritti umani, nel rispetto della persona in quanto tale. La nemicalizzazione del diverso impedisce lo sviluppo della comunità. Dopo tutto dove si esercitano i diritti dell’uomo? Nei luoghi più piccoli, nel quotidiano: a casa, a scuola, dal pediatra, al supermercato, dal farmacista. Tuttavia questi piccoli luoghi rappresentano il luogo della singola famiglia, del singolo individuo.

 

Questi sono i luoghi dove ogni uomo, donna o bambino cerca giustizia e dignità senza discriminazione. Arché c’è e ci sarà sempre in questi luoghi.