Intervistiamo Sarah Nocita, consulente legale in materia di immigrazione per il Comune di Milano.

Ciao Sarah, dai, presentati tu!

Lavoro da poco meno di vent’anni come consulente legale nell’ambito del diritto degli stranieri e ho avuto la fortuna di farlo all’interno dell’Ufficio Stranieri del Comune di Milano. È stato lì che ho maturato la mia esperienza; un ambito importante considerato che il Comune di Milano è stato pioniere dell’accoglienza dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale.

Già all’inizio degli anni Novanta quest’ufficio era funzionante e accoglieva le richieste di consulenza e accoglienza dei profughi presenti a Milano; era appena entrata in vigore la Legge 39/90, primo provvedimento in materia di asilo politico, e ancora non era stato disciplinato e organizzato il Sistema di accoglienza dei richiedenti asilo.

Sono anche Presidente di un’Associazione che fa accoglienza di migranti. Quindi posso dire di essere un tecnico giurista che conosce non solo le norme ma anche la realtà milanese.

Ho vissuto questi vent’anni di migrazione a Milano dalla prospettiva giuridica. Questo mi ha consentito di comprendere abbastanza bene anche la realtà dei migranti in quanto tutte le politiche in tema di immigrazione passano attraverso le norme che regolano la loro condizione di soggiorno. Questo è il punto di partenza e da qui discende ciò che possono o non possono fare, una politica di inclusione e di esclusione.

Sono anche una delle primissime volontarie di Arché. Un’esperienza che fa parte della mia vita e della mia storia, come tanti di noi volontari della prima ora, ex ragazzi di padre Giuseppe, che l’abbiamo seguito su questa strada, che ci ha segnato e un po’ costruito da un punto di vista professionale.

“Non possono venire tutti qua”. Possono?

Assolutamente sì. Dipende per quale ragione scelgono o non scelgono di venire quaCi sono diversi canali d’ingresso regolare che devono essere seguiti nel momento in cui uno vuole venire in Italia o in Europa. Lavoro, studio o ricongiungimento familiare. In questi tre casi la legge detta delle condizioni particolari e delle procedure da seguire.

Se invece parliamo dei cosiddetti migranti “forzati”, quelli che non scelgono di partire, ma sono obbligati a farlo per tutta una serie di condizioni del Paese d’origine, quali guerre, calamità naturali, problematiche legate a delle condizioni personali ben precise, allora questi sì che hanno diritto di mettere piede in Italia, in Europa. Hanno “diritto” che non vuol dire poi permanere qua, ma diritto di mettere piede in Italia, che è un porto sicuro, e di presentare una richiesta di protezione che verrà valutata dalle autorità competenti.

Questo è un principio cardine che si sta mettendo in discussione con un processo di esternalizzazione dei controlli di frontiera, delegando a Stati terzi, in primis la Libia, e poi il Ciad e il Niger, il controllo delle frontiere europee.

Il cosiddetto “decreto sicurezza”, oggi legge, quali conseguenze immediate suscita sul territorio milanese, quello che tu conosci meglio?

Il decreto sicurezza ha delle conseguenze importanti ma limitate a una fetta di popolazione immigrata, poco significativa rispetto al totale dei migranti presenti regolarmente in Italia. Quindi è bene dire che è stato utilizzato con finalità propagandistiche. Ha invece un impatto molto importante sui richiedenti protezione internazionale e sugli irregolari. Ti parlo in particolare dei richiedenti protezione internazionale. Ci sono, a mio avviso, quattro cose che sono peraltro state deliberate scientemente dal Ministro degli Interni, che ha sposato una politica ben precisa e che ha incaricato, secondo me, fini giuristi di costruire questo testo normativo dove niente è lasciato al caso.

1. La ridefinizione delle procedure di esame delle richieste di protezione internazionale che in prospettiva dovrebbero essere valutate al confine, che sia terrestre o marittimo, con soggetti che verranno trattenuti in centri chiusi. Procedure semplificate, molto veloci; non è facile da capire ma cambia radicalmente la prospettiva perché quei pochi che arriveranno verranno valutati in frontiera e non impatteranno sui territori.

2. Il secondo grosso impatto è invece per chi è già qui e per coloro ai quali la domanda di protezione è in corso di esame. È stata abrogata la cosiddetta protezione umanitaria, che veniva riconosciuta a una fetta importante di coloro che non risultavano avere i requisiti per ottenere la protezione internazionale, ma risultavano avere i requisiti per questa protezione umanitaria. È stata introdotta una forma residuale di protezione che si chiama protezione speciale che però non coincide con la protezione umanitaria; il risultato è che molte richieste di protezione verranno rigettate.

Da questo punto di vista probabilmente l’impatto sarà la riduzione del numero dei soggetti cui verrà riconosciuta la forma di protezione e di conseguenza potrebbe aumentare il numero degli irregolari, parliamo di almeno due o tre anni; poi c’è tutto il tempo dei ricorsi, però sicuramente è stata tolta una forma di protezione che garantiva l’accesso a percorsi di integrazione sociale.

3. Il terzo effetto riguarda chi aveva già ottenuto la protezione umanitaria ed era ancora magari nel sistema di accoglienza straordinario gestito dalle Prefetture: non può più entrare nello Sprar che è il Sistema ordinario di accoglienza dei titolari di protezione internazionale. A questa fetta di popolazione che ha ottenuto una protezione viene impedito di accedere a un sistema che punta all’integrazione e alla promozione di percorsi di inclusione nei territori. Lo Sprar si fonda proprio sulla collaborazione con i Comuni, quindi è una logica locale di integrazione.

Questa opportunità viene cancellata, di conseguenza tutte queste persone vengono messe per strada. E non c’è un problema economico, perché lo Sprar adesso ha dei posti vuoti che potrebbe riempire con queste persone, dando la possibilità di completare il percorso di integrazione: la scelta scellerata è quella di lasciarli sul territorio in modo da dire “Vedete? Ci stanno invadendo!”.

E qui parliamo di Milano, di tantissime persone che sono accolte nei CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) gestiti dalla Prefettura a Milano e che a breve si troveranno senza un posto dove stare. Non parliamo solo di giovani uomini, ma anche di donne con bambini, di nuclei con soggetti vulnerabili. Non ci sono deroghe a questa regola: chi ha ottenuto la protezione umanitaria non entra più nello Sprar.

4. Infine, la norma che vieta l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo, che fior di giuristi ritengono sia palesemente incostituzionale. Per il momento si sta facendo strada un’interpretazione costituzionalmente orientata che dice che in realtà la norma non vieta l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo; di conseguenza a breve vedremo probabilmente un pullulare di pronunce dei Tribunali in cui verrà detto che le anagrafi devono iscrivere i richiedenti asilo. Noi giuristi, invece, speriamo che la questione di incostituzionalità venga sollevata perché la Corte probabilmente dichiarerebbe la norma incostituzionale e questo sarebbe un messaggio chiaro per il Ministero dell’Interno.

Chiara ed esaustiva. Torniamo indietro nel tempo, inizio 2018: quale altra strada avremmo potuto percorrere invece di questo Decreto?

La strada da percorrere era una strada da percorrere insieme all’Europa. Non da soli. Tre cose mi vengono in mente:

1. Una riforma del “Regolamento di Dublino” seguendo la proposta del Parlamento Europeo (bocciata in sede di votazione) di un nuovo regolamento che sostanzialmente preveda le quote di ricollocamento. Cioè i migranti arrivano nel primo porto sicuro che sia l’Italia, che sia la Grecia, che sia la Spagna e in base a dei meccanismi proporzionali vengono assegnati ai vari paesi europei. Prima dell’assegnazione viene valutato se ci sono dei familiari in altri Paesi europei (assolutamente promosso il ricongiungimento con i familiari già presenti sul territorio europeo) e se questi familiari non ci sono allora si procede alla ridistribuzione.

In via sperimentale la relocation di migranti dalla Grecia e dall’Italia ad altri paesi europei ha funzionato con numeri esigui. Se questo meccanismo venisse istituzionalizzato andrebbe a tutelare tutti, sia i paesi di primo sbarco che quelli continentali.

2. L’altro percorso da perseguire con forza è quello dei corridoi umanitari dalla Libia, dall’Egitto, dal Ciad, ecc., affidati a organizzazioni internazionali che attraverso un sistema normato a livello europeo rilasciano visti umanitari a soggetti in condizione di particolare vulnerabilità o provenienti da Paesi non sicuri ma presenti in paesi terzi (cioè arrivati in un paese terzo rispetto al loro e all’Italia) e da lì ricollocati in Europa, con percorsi sicuri e legali a tutela di tutti.

3. Infine, in Italia si sarebbe dovuto implementare lo Sprar che doveva diventare l’unico sistema di accoglienza: tra l’altro è stato preso a modello in Europa e ora viene smantellato. Avrebbe permesso di eliminare tutti i grandi centri straordinari che ormai non avevano più niente di straordinario, in mano talvolta anche alle mafie o a realtà che certo non avevano a cuore né l’integrazione né la tutela di queste persone. Questo modello permette a ogni Comune di avere la sua piccola, piccolissima quota di titolari di protezione da integrare e inserire nel territorio con le proprie risorse.

Sarebbe bastato e basterebbe fare queste tre cose. Purtroppo, l’Europa due non le ha volute e l’ampliamento dello Sprar era un’idea del precedente governo: nel Comune di Milano avevano chiesto di passare da 400 a 1000 posti. Adesso chiaramente tutto è bloccato e per l’attuale governo lo Sprar è un sistema che andrà a esaurimento.

Ok, parliamo allora di futuro. Dove andiamo a prendere la speranza su un tema del genere?

Potrebbe sembrare un concetto banale, però parlo con cognizione di causa perché lo vedo tutti i giorni: la speranza la troviamo nelle persone che incontriamo. Queste persone sono l’immagine dei diritti che vanno tutelati e ci obbligano a continuare a battagliare perché i loro diritti fondamentali vengano garantiti. Chi li potrà garantire?

Nell’immediato sicuramente i Tribunali, che vuoi dire le Corti italiane, i Tribunali di primo grado, le Corti d’Appello, la Corte di Cassazione. Proprio la Corte di Cassazione nel febbraio 2018 ha emesso una sentenza stupenda sulla protezione umanitaria (e questa è stata la ragione per cui Salvini è intervenuto abrogando la norma) nella quale ha dato un’interpretazione straordinaria della norma, in linea con la Costituzione. Oltre alle Corti italiane, altre due corti possono intervenire: la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Corte di giustizia dell’Unione Europea con sede in Lussemburgo che interpreta la normativa europea.

Sarebbe assai significativo se una Corte abolisse una norma vessillo come questa: l’impatto sulla società civile sarebbe importante perché sono in discussione i diritti fondamentali delle persone, di tutte le persone. Se iniziano a mettere in discussione il diritto fondamentale alla vita, alla salute e alla libertà personale di persone straniere, è facile che i prossimi a essere colpiti saranno i più deboli tra gli italiani, i malati, i poveri.

La disciplina sull’immigrazione è la cartina di tornasole di come vengono garantiti i diritti in un Paese, perché il grado di tutela e di garanzia dei diritti che tu riconosci al migrante dimostra che tipo di idea quel paese ha sui diritti fondamentali. Stiamo andando in una brutta direzione e bisogna lottare: nel Decreto Salvini c’è una norma che vieta gli assembramenti: quella norma è ad omnes… ci riguarda tutti.

E le opposizioni?

Devo purtroppo constatare che abbiamo delle opposizioni afasiche da questo punto di vista, anche perché purtroppo hanno fatto da precursori rispetto alla politica attuale; è un dato di fatto. Sono state il braccio operativo dell’Europa, abbiamo fatto quello che l’Europa ci chiedeva, né più né meno.