arcivescovo milano mario delpini

L’Arcivescovo di Milano Mario Delpini

Sabato 4 marzo l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini è stato ospite in CasArché per una visita pastorale.

Dopo il suo arrivo, l’Arcivescovo è stato accolto all’interno della Sala Stoppiglia della Corte di Quarto dove mamme, bambini, operatori e volontari hanno avuto l’occasione di raccontare Arché, la sua storia e i suoi progetti. Parole che l’Arcivescovo Delpini ha colto alla perfezione riassumendo l’essenza di Arché in 3 parole tanto semplici, quanto precise: casa, ripartenza e fraternità.

Casa perché Arché è a tutti gli effetti una casa vera e propria, ma citando direttamente dalle sue parole:

“Come in ogni casa nessuno è qui solo per essere assistito, solo per ricevere: tutti contribuiscono al benessere di tutti”.

Ripartenza perché come dice la nostra stessa mission i progetti di Arché accompagnano mamme e bambini sulla strada dell’autonomia, ma anche perché:

“Se abbiamo fallito, vuol dire che abbiamo anche le risorse per ricominciare e se abbiamo fallito dobbiamo ricordarci che non siamo un fallimento”.

Fraternità perché come detto dallo stesso Arcivescovo Delpini:

“Il nucleo della fraternità di Arché è come un fuoco che può contagiare quello che gli è vicino con passione e promessa di futuro”.

E dopo questo breve, ma interessante momento di riflessione c’è stata una divertente merenda con i presenti che si è conclusa con la sua firma all’interno del nostro Liber Hospitum:

“Non dire mai che il bene che ti è proposto è impossibile, se credi in Dio. Non dire mai io sono un fallimento, io non valgo niente, se credi in Dio. Non dire mai gli altri sono cattivi, se credi in Dio.

Se credi in Dio, sei autorizzato ad aver stima di te, ad aver stima degli altri, ad aver il coraggio del bene.

Questo mi avete insegnato in Arché. Grazie!”

Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

arcivescovo milano mario delpini

La firma dell’Arcivescovo sul nostro Liber Hospitum

Per chi fosse interessato a recuperare l’intervento integrale vi lasciamo di seguito il video completo.

Buona visione!

Di seguito trovate anche il testo completo dell’intervento dell’Arcivescovo Mario Delpini.

Raccoglierei la mia riflessione, alla luce di quanto mi avete raccontato, intorno a tre parole.

La prima parola è che qui siete una casa. Una casa vuole dire una trama di relazioni, una forma anche diversificata di residenza in comunità, di residenza in autonomia; però la casa evoca questo senso di sicurezza, di appartenenza, di sentirsi a casa, come si usa dire in italiano, questo mi sembra che Arché offra: essere casa.

Come in ogni casa nessuno è qui solo per essere assistito, per ricevere, tutti contribuiscono al benessere di tutti, quindi il voler essere in casa vuol dire anche la responsabilità perché, come si è detto, la vita non è un cartone animato, non è che tutti sono sempre bellini, educati, giovani, simpatici; ciascuno di noi ha i suoi spigoli, le sue difficoltà di relazione, perciò la casa è una scuola di realismo, dobbiamo accettare i nostri limiti, accettare i limiti degli altri, però per abitare in casa bisogna cercare l’incontro, l’accoglienza, la benevolenza, la stima vicendevole.

Casa è una parola molto evocativa, perché come tutte le case, è una casa tra le case. Quindi Arché non deve essere un’isola, un luogo che si protegge dal contesto. Anche il fatto del lavoro, anche il fatto dell’inserimento nella città è legato a questo, sì una casa, ma non una cittadella fortificata in cui richiudersi perché si ha paura del mondo, e neanche una casa isolata. Le molte iniziative che voi avete descritto, naturalmente, fanno carico dei bisogni che sono nel territorio, però ci sono anche altre istituzioni che sono presenti come questo nel territorio, quindi l’idea che ci sia la Caritas, la San Vincenzo, che ci siano iniziative nella Parrocchia, nel Decanato, nella Comunità Pastorale che interpretano gli stessi bisogni. Qualche volta il mio timore è che ciascuno lavori nel suo e non ci si accorga di altre iniziative simili. Per cui stabilire collegamenti con il territorio, essere in rete, come diciamo, è un’idea, un modo di interpretare meglio i bisogni e trovare meglio anche le risposte, lavorando insieme, confrontandosi.

Ecco questa è una prima parola che vorrei dire essere casa, una casa fra le case. Quindi la visita pastorale è, sì anche del pastore che deve orientare il gregge, ma qui l’idea del pastore non è che sembra molto adatta al mio modo di fare il Vescovo, invece io preferisco, se devo definire chi è il Vescovo, preferisco dire che è il servitore della unità e della comunione nella Chiesa. Quindi vado in giro in tutte le parrocchie e cerco di visitare le realtà che ci sono come Arché, come altre iniziative: stamattina ho incontrato gli operatori della carità del territorio, oppure le case di riposo… Ecco io mi sento servitore dell’unità, quello che dice: state insieme, collegatevi gli uni gli altri, fate in modo di sapere che magari qui, a 100 metri di distanza, c’è un’altra iniziativa che è come questa, che è simile a questa, che ha bisogno di voi, di cui voi potete aver bisogno.

Quindi la visita pastorale è un piccolo momento di presenza ma che dovrebbe aiutare tutti ad aver la persuasione che siamo un’unica chiesa, un unico Vescovo, quindi vuol dire che apparteniamo a un’unica Chiesa. Ecco questa mi pare la prima parola che voglio dire, la casa e quindi anche il collegamento con il territorio per le cose che si fanno qui. A Roma sarà lo stesso, dovranno collegarsi con il territorio che c’è intorno.

Una seconda parola che ho sentito e che mi sembra riassumere tante delle parole che ho ascoltato, delle esperienze che mi avete raccontato, è che questa è una casa che permette di ricominciare, di riscattare la propria vita. Ricominciare, ripartire con una proiezione verso il futuro, come diceva padre Giuseppe “Inventare ogni giorno la speranza”, avere questa idea che nessuno di noi è soltanto passato, è soltanto vittima di quello che è successo, che magari ha ferito, ha creato traumi, ha creato tante problematiche.

Riscatto, ripartenza, ricominciamento, che significa avere fiducia in sé, avere stima di sé, avere la persuasione che la nostra vita non è un destino già segnato dal fatto che magari uno ha subito delle violenze o ha avuto delle difficoltà nella sua famiglia, nella sua relazione affettiva, nel suo comportamento nei confronti della società. L’idea che tutti noi siamo autorizzati ad avere stima di noi stessi perché abbiamo le risorse per ricominciar. Se abbiamo sbagliato, abbiamo le risorse per riparare. Se abbiamo fallito, abbiamo le risorse per ricominciare. Se anche abbiamo fallito, noi non siamo un fallimento. Se anche abbiamo peccato, noi non siamo un peccato. Siamo persone, uomini e donne libere, che possono anche sbagliare, ma che possono anche fare giusto, possono anche ricominciare.

Questo riguarda sia il tema del lavoro che il tema dell’apertura alla società, di questo progressivo passare all’autonomia, dalla vita in comunità alla vita in ambito sociale, all’avere una propria vita, una propria casa, un proprio lavoro. Ecco, ricominciare, ripartire, riscattarsi, che vuol dire anche però avere fiducia negli altri e talvolta gli altri ci hanno deluso, ci hanno addirittura fatto del male. Non dobbiamo dire che siccome una volta io ho subito del male, allora vuol dire che il mondo è tutto male. Abbiamo stima di noi stessi e abbiamo delle buone ragioni per avere stima degli altri, sapere che gli altri non sono tutti cattivi, imbroglioni, violenti. Arché permette di incontrare le persone che possono dire: questa persona mi aiuta e lo fa perché che ha cuore il mio bene, lo perché la sua professionalità lo abilita ad aiutarmi… Ecco non parliamo troppo male della nostra società e dei tempi che viviamo.

Io sono un po’ allergico alla lamentazione, allergico a quelli che dicono “guarda come è brutta la vita”, “come è difficile”, “come è cattiva la gente”. Ciascuno di noi ha la possibilità di fare del bene e molti lo fanno. Ecco per ripartire bisogna avere stima di sé, ma anche degli altri, avere la capacità di realismo. La speranza non è coltivare sogni, ma è accogliere una promessa e ritenere che la promessa si possa realizzare. La vita è una promessa ed è una promessa perché viene da Dio, non è che noi la possediamo, però possiamo fidarci di noi stessi, degli altri e di Dio. Quindi riscatto, ripartenza, è una parola che riassume quello che avete detto e di cui vi sono grato.

Poi la terza parola che riassume alcune sottolineature che avete fatto si potrebbe dire è fraternità. Arché ha al suo cuore una fraternità, un gruppo di persone che accoglie diverse vocazioni, ma che vive rapporti di fraternità.

Fraternità è una parola molto evangelica, legata alla paternità di Dio e molto promettente per la società. Però che ci sia un nucleo di persone che si dedicano con un’appartenenza promessa a una fraternità non è per costruire un gruppo ristretto, infatti avete sottolineato la varietà delle forme con cui questa associazione convoca, accompagna, i cammini spirituali delle persone che vi appartengono. È un nucleo come un fuoco che può accenderne un altro, che può contagiare l’ambiente in cui vive, perché arda una passione, un amore, un rispetto, una promessa di futuro, anche i ragazzi – tutti devono far parte della fraternità -, però la fraternità ha questo vantaggio, di essere come un nucleo da cui si irradia un calore, un’energia.

Quindi l’intensa vita spirituale, la preghiera, la partecipazione all’Eucaristia che qualifica questa associazione, mi sembra che sia promettente, ed è necessario avere cura perché il tema della fraternità ha anche le sue delicatezze, perché è chiaro che anche l’aspetto formale, istituzionale ha bisogno di essere chiarito e definito. Un gruppo con questa identità può essere quello che dà continuità ad Arché anche nel tempo, affinché non sia solo una specie di impresa che va avanti finché non ha problemi a sostenersi, ma che sia invece un’opera che manifesta la sollecitudine di Dio per i suoi figli anche attraverso la dedizione di alcuni a tempo pieno, di alcuni come volontari, come persone consacrate alla carità.

Ecco queste sono le tre parole con cui io mi sento di riassumere e ringraziare per quanto ho ascoltato, perché ricordo qualche anno fa (giugno 2018) quando si era proprio all’inizio e non c’erano tutti progetti e le iniziative che oggi sono state descritte. Però già allora avevo visto la comunità delle mamme e dei bambini, mi ricordo di aver visto i laboratori… e avevo visto persino padre Giuseppe che è quello che ti fa vedere anche quello che non c’è, sogna, progetta, desidera, sa convocare… Ecco, anche se allora era un inizio, padre Giuseppe già descriveva alcune cose che sono state realizzate e altre che sono state annunciate.

Ringrazio lui e tutti voi!