“In Italia su quattro persone sieropositive solo una sa di esserlo. Il virus continua ad essere presente nella vita degli italiani e il ruolo della prevenzione è ancora troppo sottovalutato”. È con questo dato che il Dott. Giovanni Rezza – Direttore del MIPI (Dipartimento malattie infettive, parassitarie, immunomediate) – ha aperto la sua lezione magistrale dal titolo: “L’infezione da HIV e l’AIDS nel ventunesimo secolo” al convegno romano tenutosi presso l’Istituto Superiore di Sanità lo scorso 17 Febbraio.

Arché in quanto membro della Consulta Nazionale delle Associazioni per la lotta contro l’AIDS ha preso parte al progetto di ricerca, svolto insieme all’ISS e finanziato dal Ministero della Salute, i cui risultati sono stati presentati in quest’occasione. Obiettivo del progetto era l’individuazione e la sperimentazione di modelli di intervento atti a migliorare l’adesione al test di screening HIV dando uno spaccato della situazione nazionale a trent’anni dalla scoperta del virus.

Nell’ambito delle diverse attività progettuali sono stati messi appunto strumenti di raccolta dati e sono stati intervistati responsabili di centri diagnostico–clinici e trasfusionali presenti sul territorio nazionale. Sono stati inoltre sentiti testimoni significativi individuati tra i professionisti impegnati in differenti contesti riguardanti la salute dei giovani, donne e persone immigrate. Infine, sono state sperimentate specifiche azioni volte favorire l’accesso al test HIV nelle città di Genova, Firenze e Palermo.

Il convegno è stato un momento di confronto per condividere pubblicamente i risultati conseguiti e un invito chiaro a tutte le realtà istituzionali e alle associazioni direttamente coinvolte in questo ambito a fare rete. A trent’anni circa dalla scoperta del virus i risultati presentati dimostrano che l’età media di chi si sottopone al test è 39 anni, mentre su 3.000 infezioni registrate ogni anno metà riguardano i giovani compresi tra i 14 e i 25 anni. L’accesso tempestivo al test può limitare la diffusione del virus e garantire al malato l’inizio tempestivo del percorso terapeutico facendo crescere l’aspettativa di vita e garantendo una migliore qualità dell’esistenza del malato cronico.

L’impegno necessario deve andare anche in direzione di quelle barriere psicologiche che frenano le persone dal sottoporsi al test per l’HIV. Questo deve essere visto come un gesto di responsabilità individuale e collettiva, di tutela della propria e dell’altrui salute, di consapevolezza dell’importanza di prendersi costantemente cura della propria persona riconoscendo le situazioni di rischio e modificando i propri comportamenti prima che si dimostrino lesivi. La prevenzione è un must!