Nel lavoro quotidiano del Terzo Settore, fatto di ascolto, presenza e relazioni costruite nel tempo, le parole non sono mai neutre: possono accogliere o escludere, costruire ponti o alzare muri. Per questo, quando un termine nuovo entra nel dibattito pubblico con apparente innocenza, abbiamo il dovere di fermarci e interrogarlo.

Remigrazione è una di queste parole.

A prima vista potrebbe sembrare un termine tecnico, quasi amministrativo. Evoca qualcosa di ordinato, forse perfino ragionevole: un ritorno, un movimento regolato, una gestione. Ma chi, come noi, opera accanto a famiglie in condizioni di fragilità sa che dietro questa neutralità si nasconde una profonda distanza dalla realtà.

Secondo la definizione, si tratta di un “ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine”: non una scelta, dunque, ma un allontanamento imposto.

Emerge qui una prima responsabilità: chiamare le cose con il loro nome.

Nel nostro lavoro incontriamo storie: madri sole, padri in cerca di un lavoro stabile, bambini nati e cresciuti in Italia che parlano il nostro dialetto e frequentano le nostre scuole, convivendo sogni e paure con i loro coetanei. Parlare di “remigrazione” come se si trattasse di un processo neutro significa cancellare queste storie, ridurle a categorie, numeri, problemi da risolvere.

È una distanza che non possiamo accettare.

[📸 Joe Crupier, unsplash]

Nel dibattito pubblico, soprattutto quando diventa acceso, il linguaggio viene spesso utilizzato per rendere più accettabili posizioni che, espresse in modo diretto, susciterebbero reazioni più forti. È una dinamica nota: si attenua la forma, ma non si modifica la sostanza.

Il termine “remigrazione” si colloca in questo spazio.

Dietro la sua apparente neutralità si intravede un’idea di società selettiva, dove l’appartenenza è misurata su criteri arbitrari e facilmente manipolabili: il grado di integrazione, l’origine culturale, la percezione di “compatibilità”. Categorie che, nel concreto, rischiano di trasformarsi in strumenti di esclusione.

Chi decide cosa significa essere “integrati”? Chi stabilisce quando una persona appartiene davvero a un luogo?

Nel lavoro sociale sappiamo che l’integrazione non è una linea retta, né un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. È un processo fatto di passi avanti e indietro, di tentativi e di relazioni. È un cammino che riguarda tutti: chi arriva e chi accoglie.

Ridurre tutto questo a un giudizio, e collegarlo alla possibilità di essere allontanati, introduce una logica che mina alla base la fiducia, elemento essenziale di ogni comunità.

L’annuncio di un evento dedicato alla “remigrazione” nel cuore di Milano, in piazza Duomo, pone una questione che va oltre il singolo appuntamento. Interroga il significato degli spazi pubblici e il tipo di convivenza che vogliamo costruire.

Le piazze, soprattutto in una città come Milano, sono simboli: raccontano la nostra storia, rappresentano valori condivisi, custodiscono la memoria di ciò che siamo stati e indicano la direzione verso cui vogliamo andare.

Sebbene sia legittimo discutere di politiche migratorie, c’è un confine netto tra il confronto democratico e una narrazione che mette in dubbio la dignità umana.

In Fondazione Arché – lavorando nei quartieri, nelle periferie, nelle case d’accoglienza – vediamo ogni giorno quanto sia prezioso e fragile l’equilibrio della convivenza. Bastano poche parole sbagliate, pochi messaggi distorti, per alimentare diffidenza e paura.

Per questo non possiamo considerare neutro un evento che ruota attorno a un concetto come quello di “remigrazione”.

Chi opera nel sociale sa che ogni semplificazione eccessiva produce ingiustizia.

Dietro ogni etichetta – “migrante”, “straniero”, “irregolare” – c’è una persona con una storia unica. E quando si passa dalle parole alle politiche, il rischio è che queste storie vengano ignorate.

Considerare qualcuno “rimandabile indietro” sulla base di criteri generici non colpisce solo i diritti del singolo, ma svuota di senso l’intera comunità.

Una comunità è tale quando riconosce e valorizza le differenze, non quando le seleziona.

Il nostro non è un allarme, ma un invito alla responsabilità:

  • Di chi usa le parole nello spazio pubblico.
  • Delle istituzioni, nel legittimare o meno certe narrazioni.
  • Di tutti noi, nel non cedere alla tentazione di semplificare problemi complessi.

I cambiamenti duraturi nascono dalla prossimità: dallo stare accanto, dall’ascoltare, dal costruire relazioni. È un lavoro lento, spesso invisibile, ma fondamentale.

È in questo spazio che si costruisce l’inclusione reale, quella che non ha bisogno di slogan.

La storia europea ci ha già insegnato cosa accade quando si iniziano a classificare le persone in base all’origine o all’appartenenza a una determinata categoria. Non è necessario evocare scenari estremi per riconoscere i segnali di una deriva: basta osservare come cambia il linguaggio, come si spostano i confini di ciò che è considerato accettabile.

Per questo è importante fermarsi oggi, prima che certe parole diventino normalità.

Non si tratta di impedire il dibattito, ma di orientarlo verso ciò che tiene insieme le nostre comunità: il rispetto della dignità umana, l’uguaglianza, la possibilità per ciascuno di trovare un posto nella società.

Come realtà impegnata da anni nel sociale, scegliamo di stare dalla parte delle persone. Di tutte le persone.

Scegliamo un linguaggio che illumini anziché nascondere.
Scegliamo pratiche che includano anziché escludere.
Scegliamo di continuare a costruire, ogni giorno, spazi di incontro e di fiducia.

Perché la qualità di una società non si misura della sua capacità di selezionare, ma dalla forza con cui riesce ad accogliere senza perdere la propria umanità.

E le parole, in questo, fanno la differenza.

 

Simone Zambelli, assistente sociale