In tv, è una guerra subdola tra dolciumi e regali, luci e strass. Ma si è intensificato anche un fenomeno, nato già da qualche tempo e che ora sta dilagando: cavalcando il vago sentimentalismo dolciastro che aleggia in questi giorni, le più note organizzazioni internazionali fanno a gara a diffondere il proprio invito a donare soldi per progetti di sostentamento ai bambini che nascono nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo.

Un’iniziativa lodevole, assolutamente. Ma la solidarietà deve essere uno stile di vita che va insegnato, non un obolo da esigere attraverso uno sterile e fastidioso pietismo, che fa leva sui sensi di colpa e non sull’educazione personale.

In queste pubblicità, vengono fatti vedere bambini che stanno per morire, alcuni con le mosche sul viso, piangenti, dolenti, affamati. È giusto “estorcere” denaro, calpestando la dignità di chi soffre? Oppure, soltanto perché si tratta di un bambino africano, allora è possibile mostrarlo in video in tutto il suo squallore? Davvero, pur di avere pochi spiccioli, si è disposti a ciò?

Certo, una pubblicità che insegna il valore della solidarietà facendo leva sull’intelligenza e non sul pietismo, potrà coinvolgere poche persone. E, quindi, raccogliere meno soldi. Ma davvero il fine giustifica i mezzi? Davvero si può usare l’immagine e il dolore di poveri bambini per guadagnare?

I nostri spiccioli sicuramente possono dare un pasto a “quel” bambino, ma non risolveranno la situazione di un continente per il quale occorrono risposte politiche, e non l’elemosina di noi benpensanti, comodamente allungati sul divano in queste fredde sere di dicembre.

Perché è assolutamente vero che le raccolte fondi sono necessarie, nessuno lo mette in dubbio; ma se ti chiedo di contribuire economicamente a un progetto, devo convincerti degli obiettivi che voglio raggiungere, non certo devo far leva sui sensi di colpa di ignari spettatori.

Alla Fao, lo scorso anno, papa Francesco disse: «Mentre si parla di nuovi diritti, l’affamato è lì, all’angolo della strada, e chiede diritto di cittadinanza, di essere considerato nella sua condizione, di ricevere una sana alimentazione di base. Ci chiede dignità, non elemosina». Ecco, il mio impegno per questo Natale sarà questo: provare a dare dignità alle persone che incontro. Uomini come me.

Agnese Pellegrini

Immagine | @Fanny