Abbiamo voluto fortemente questa celebrazione, sia io che le volontarie della prima ora perché abbiamo un debito di riconoscenza, di affetto e di umanità nei confronti dei nostri piccoli amici, ma anche dei grandi amici che l’Aids si è portata via in questi anni.

Abbiamo ricevuto tanto dallo stare accanto a loro. E, senza sembrare presuntuoso ma credo di dare voce al pensiero di tanti di noi, accogliendo nelle nostre vite queste creature fragili, lasciando spazio nei nostri cuori a questi piccoli, ci è stata dato di accogliere Gesù, e quindi, stando alle stesse parole del vangelo di fare una qualche esperienza di Dio, l’Eterno.

Se oggi siamo qui è per ringraziare il Signore non tanto per quello che abbiamo potuto fare noi nelle notti in ospedale, nei viaggi improbabili, in vacanza nelle ore trascorse a farli giocare, ma soprattutto per quello che loro hanno donato a noi, al prezzo di una grande sofferenza e di un grande dolore. Li vogliamo ricordare così, e «ri-cordare» come dice la parola stessa, è riportare al cuore, tenere viva questa eredità preziosa.

Matteo nello scritto dell’inverno 1995, che è la seconda lettura che abbiamo ascoltato, evocava l’immagine di un albero sempreverde, con le radici ben piantate per terra e i rami alti fino a toccare il cielo come pennelli pronti a ricolorare l’arcobaleno.

Ricolorare l’arcobaleno significa tornare a inventare la speranza proprio a partire dall’esperienza della fragilità e della debolezza. Ma noi dobbiamo ricordare, fare memoria perché ci dimentichiamo e vogliamo costruire speranza a partire dalla grandezza, dal potere, dalla supremazia. Il vangelo ci ricorda che neanche i discepoli erano esenti da queste logiche, anzi speravano in cuor loro di poter contare di più, di essere più considerati, di diventare più potenti… Nacque poi una discussione tra loro, chi di loro fosse più grande.

Non avevano ancora capito che avevano accanto a loro Gesù.

Avevano lì a fianco Gesù che era Dio, che era nella condizione di Dio, come diceva Paolo nella prima lettura, ma che si è abbassato, si è umiliato, si è fatto tapino… sì proprio così dice il testo greco: e)tapei¿nwsen… e loro a discutere chi contasse di più, chi fosse più bravo… come ci appaiono ridicoli. E noi con loro, perché dimentichiamo. Ecco perché fare memoria dei nostri amici che ci hanno preceduto.

Perché poi succede che queste categorie nella tradizione religiosa e filosofica sono sempre state applicate anche a Dio, così che si parla di onnipotente, infinito, assoluto… Ma sono questi i veri attributi del Dio cristiano? È questa la sua identità? Non è piuttosto quello che diceva Gesù e che lui stesso ha vissuto per primo? La fragilità di Dio si manifesta anzitutto nel suo farsi bambino, come l’imminenza del Natale ci ricorda. Nulla al mondo è più fragile di un neonato: è talmente dipendente da altri che, se lasciato a se stesso, sopravvive poche ore. Il mistero dell’incarnazione segna l’ingresso pieno del Verbo nella fragilità della storia e della debolezza della natura.

Non solo, l’umanità assunta da Gesù non è un’umanità qualunque: Gesù nasce dalla parte dei poveri, di coloro che non hanno privilegi, non hanno agi, anzi la sua esistenza è segnata sin dall’inizio dalla sofferenza e dal silenzio.

Ed è lì che rivela di che pasta è fatto il nostro Dio! E la croce, sulla quale Gesù non fa più miracoli, rivela in maniera ancor più evidente la fragilità di Dio, una fragilità che consiste nell’essere totalmente per gli altri. Gesù ci parla di un Dio che è amore, un amore che si piega sulla nostra malvagità riscattandola dal male, rinunciando a ogni forma di vendetta per fare spazio alla gratuità che prende corpo nella misericordia e nel perdono.

Non solo, ma l’incontro con il volto debole e fragile di Dio avviene sempre passando ancora oggi attraverso il volto debole e fragile dell’altro che ci interpella. E l’abbiamo vissuto quotidianamente, e anziché motivo di paura, di paralisi, la fragilità è condizione per l’apertura all’altro, è stimolo per uscire dalla nostra autoreferenzialità. Qui si salda invincibilmente il mondo di emozioni e di sentimenti che viviamo con la fede, con l’esperienza spirituale.

I nostri piccoli amici ce lo hanno insegnato, se siamo qui e li vogliamo ricordare uno per uno, è perché vogliamo pregare il Signore perché la loro sofferenza non sia stata invano! E non sarà stata invano se abbiamo il coraggio di continuare a coltivare questa speranza nelle sfide che continuamente la storia del mondo ci pone innanzi.

Mentre scorrono i loro nomi e nel cuore si affacciano il ricordo del loro sguardo, dei loro gesti, dei momenti e dei giorni trascorsi insieme nelle loro case, in ospedale o in montagna… avvertiamo di fare un’esperienza straordinaria: siamo fatti per la comunione e, a dispetto della morte, andiamo verso la comunione. La morte sembra sottrarci affetti e strappare via i legami che abbiamo costruito, ma non è vero, almeno del tutto. Perché ci è dato di vivere una comunione spirituale, una comunione che nessun virus e nessun batterio ci potrà mai più strappare.

Cos’è il morire? Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l’oceano. È uno spettacolo di rara bellezza ed io rimango ad osservarla fino a che svanisce all’orizzonte e qualcuno accanto a me dice: «È andata!».

Andata! Dove? È sparita dalla mia vista: questo è tutto. Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi.

Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice: «È andata!» ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altre voci  levano un grido di gioia: «Eccola che arriva!».  E questo è il morire (Gigi Avanti).