Marco, Gabriele, Mario, Francesco. Sono i nomi di quattro ragazzi, quattro assassini. Sì, assassini, non c’è altro nome per definirli: sono loro che hanno picchiato il loro coetaneo Willy così brutalmente da ucciderlo. Una vita spazzata via in una ventina di minuti. Per cosa? Per una rissa per futili motivi. Di quelle che accadono nei paesi e nei quartieri, ma che solitamente non finiscono così.

Sono girate le loro foto. Tutti si chiedono quali fossero i loro punti di riferimento. E pare chiaro fossero il culto della violenza, la ricchezza ostentata, i motori, il machismo. Il nulla, insomma. Nessuna idealità, nessuna aspirazione che potesse andare al di là di un godimento materiale immediato, effimero. A fare le spese della loro violenza insensata e criminale, è stato un ragazzo di 21 anni, intervenuto per sedare una rissa. Contro di lui si sono accaniti in quattro, come delle bestie violente. Incapaci anche di riconoscere in lui il messo di pace, innocente per definizione, difeso e protetto nei codici che regolamentavano la guerra e la violenza fin dall’antichità.

E cosa ha impedito loro di riconoscere il suo ruolo e la comune appartenenza alla famiglia umana? La furia della violenza di cui erano devoti ammiratori e l’agitazione del momento? Certo, ma a uccidere una persona a mani nude ce ne vuole. Per di più in quattro contro uno. E per venti minuti. Non è come schiacciare un grilletto, è proprio una questione di furia e violenza esercitata senza alcuna inibizione e anzi sentendosi, pienamente, legittimati. Nel giusto. E cosa ha indotto questo pensiero?

C’è un elemento chiave che emerge dalla vicenda: qualcosa che ha reso Willy diverso da loro, che lo privava in quei momenti ai loro occhi di qualunque barlume di umanità, che lo rendeva meritevole del loro disumano esercizio di violenza. C’è bisogna che lo si dica? È il colore della pelle del ventunenne. Willy era nato qui, voleva giocare nella Roma, ma era nero. Probabilmente per quello, non era italiano quanto loro quattro. Quel colore diverso li ha accecati. Li ha resi disumani. La loro violenza è stata così brutale e assassina perché Willy era nero, non era un loro pari secondo la loro concezione malata. Il mancato riconoscimento di un minimo comune denominatore tra loro e lui ha caricato i loro pugni, già allenati a dovere nei loro allenamenti che avrebbero dovuto insegnare il rispetto dell’avversario, non il suo annientamento.

Invece a guidare i loro pugni c’era altro, c’era un senso di superiorità nei confronti di stranieri e, in generale, dei “diversi” che già ha fatto danni incalcolabili nel corso degli anni. È lo stesso sentimento che ha spinto Amedeo Mancini a fare una battuta razzista e riempire di botte Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano di 36 anni, fino a ucciderlo. Lo stesso che ha spinto un gruppo di ragazzi a non aver alcuna pietà sul ventenne Emanuele Morganti fuori da un locale di Alatri. Lo stesso che chiamiamo violenza fascista. È questo il brodo di cultura da cui si origina questo senso di superiorità e che trova espressione in atti efferati. Senza freni e legittimato a tal punto da poterlo esibire, coltivare e metterlo in pratica, senza remore, in strada, nelle palestre, nei bar.