Nel corso di Generazioni, la prima giornata della generatività sociale, ho raccolto tra le suggestioni una domanda: “Cos’è il welfare?”.

Penso a papa Francesco che nell’enciclica Laudato si’, citando a sua volta Benedetto XVI, sembra denunciare lo stato attuale del welfare internazionale:

“Il mercato da solo (…) non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base”.

Ma l’etimologia del termine mi sfugge e, in attesa di rintracciarla, sorrido a pensare che in qualche modo il welfare debba anche essere wellfare, con due elle, che traduco in caciottesco con fare bene. Lavorare bene.

Chi opera nel terzo settore spesso ha a che fare direttamente con il welfare e lavorando bene contribuisce positivamente allo stesso. In numerose occasioni mi sono trovato a replicare, basandomi sull’esperienza, all’opinione negativa (fondata o infondata che fosse) che aleggia sulla qualità del lavoro all’interno delle organizzazioni non profit che si occupano di welfare.

Non disponendo di statistiche a riguardo (e prima occorrerebbe definire cosa s’intende per qualità del lavoro, e come misurarla), mi soffermo quindi sull’importanza del lavorare bene, oltre che semplicemente del lavorare, come vorrebbero alcune delle critiche che ho raccolto verso il non profit: “Beati voi che non avete niente da fare tutto il giorno!”.

Il lavoro nel terzo settore concerne il benessere (che è poi la traduzione di welfare) delle persone che si affiancano, che solitamente si trovano nelle fasce sociali più deboli della società, e non arricchisce una multinazionale o degli individui, neanche quelli che ci lavorano.

Per questo, oltre che per senso del dovere, per amore verso il lavoro ben fatto e perché si è retribuiti per farlo, la cultura del wellfare, del lavorare bene, dovrebbe caratterizzare, e in tante situazioni caratterizza, il terzo settore. Fare le cose per bene, prima che per il bene. Altrimenti si rischia di cadere nel malaffare.

[Quando, rincasato, indagai l’etimologia di welfare, scoprii che deriva dalla locuzione verbale (to) fare well: passarsela bene, andare bene. Che suona come un augurio per il 2016: passiamocelo bene, buon lavoro!]