Il filosofo Miguel Benasayag, col microfono nella foto, è stato ospite dell’Arché Live 2017

Diciamolo chiaramente: non abbiamo assolutamente nessuna idea di ciò che stiamo vivendo. Se c’è qualcosa che pare oggi certa, è che non abbiamo finito di contare i nostri morti e constatare i danni sanitari, umani e economici causati dalla diffusione mondiale del Coronavirus. Sappiamo inoltre che, in fin dei conti, ci aspetteranno tristezza e miseria. Come sempre, esse colpiranno più duramente i più fragili tra di noi. Dubitiamo, anneghiamo, ora dopo ora, in un mare d’informazioni per giungere alla conclusione che i ministri e i potenti del mondo non ne sanno, infine, granché più di noi.

Nonostante ciò, se apriamo bene i nostri occhi e le nostre orecchie, saremo sorpresi di scoprire che è possibile, a livello di un paese (e pure di un continente), prendere delle misure radicali per proteggere le popolazioni. Quelle stesse misure che da almeno un decennio vengono presentate come impossibili e inattuabili quando si tratta di lottare contro il riscaldamento climatico, di porre un freno all’inquinamento, ai pesticidi oppure di vietare semplicemente gli interferenti endocrini. Quelle stesse misure che puntano a rinforzare i nostri sistemi sanitari che adesso, nell’urgenza, appaiono necessarie e vengono applicate senza esitazione alcuna ma che sono sempre state sacrificate in nome di un realismo economico che ci metteva in guardia, categoricamente, sulla loro insostenibilità. Coloro che si opponevano alla distruzione della nostra struttura sociale, che inveivano affinché le risorse economiche di cui disponiamo venissero utilizzare in maniera differente, sono stati troppo spesso accusati di essere idealisti, populisti o ingenui sognatori. Ma vediamo bene, purtroppo, il prezzo che quel “realismo” ci costringe a pagare oggi, di fronte a una crisi sanitaria maggiore, a una situazione molto “reale”. Facciamo quasi fatica a crederci.

In pochi giorni, i responsabili politici hanno saputo miracolosamente trovare la volontà e le risorse (etiche e finanziarie) che mancavano quando era questione di regolare l’industria automobilistica, di accogliere degnamente i rifugiati e i migranti o di rafforzare la struttura sociale dei nostri paesi.

Ecco quindi ciò che avremo perlomeno imparato: il fatalismo economico, la distruzione dei nostri ecosistemi in nome di logiche industriali, la bulimia antropofagica delle banche, i diktat del Fondo Monetario Internazionale (e la conseguente distruzione dei nostri servizi pubblici), tutte quelle realtà che i “sinistrorsi” immaturi non accettavano possono saltare, possono essere rifiutate. Ovviamente tenteranno di spiegarci, una volta passato l’orrore, che queste misure erano necessarie perché la vita era in pericolo. I più perspicaci di noi risponderanno allora che la chimica, l’inquinamento atmosferico e l’industria petrolifera distruggono concretamente il vivente da tempo, non domani o dopodomani.

“I più perspicaci di noi” non significa in alcun caso la maggior parte delle persone. La minaccia del disastro ecologico è vista, dalla maggior parte, come più lontana, meno immediata. Innanzitutto, pare, perché essa non tange ancora direttamente (o meglio lo fa senza che le persone lo appercepiscano) una parte della popolazione mondiale che vive nel comfort. Inoltre, perché questa minaccia include un numero considerabile di variabili che restano sconosciute o oscure alla maggioranza che, nella difficoltà di rappresentarsele, ha di conseguenza difficoltà a sentirsi coinvolta e ad agire. Al contrario, una minaccia come quella della pandemia che viviamo attualmente appare come immediata: possiamo morirne, oggi, ora. Bisogna proteggersi, agire. La questione centrale è quindi comprendere cosa determini il carattere d’immediatezza della minaccia. Si tratta realmente di un carattere intrinseco a questa pandemia che la differenzierebbe, ad esempio, dalla minaccia ecologica? Guardando la situazione da vicino, ci sembra che ciò che ha contribuito in maniera decisiva a rendere questa pandemia una minaccia immediata sia in buona parte l’azione dei governi e il dispositivo disciplinare che è stato messo in atto.

Detto altrimenti, ciò che ha reso la minaccia immediata non è tanto la mortalità del virus (carattere intrinseco) quanto l’azione disciplinare dei governanti.

Si tratta per noi di una lezione fondamentale, di cui bisogna e bisognerà ricordarsi: se tutto ciò che percepiamo non è per forza appercepito (al senso di Leibniz), è certo che per passare da una percezione (ciò in cui siamo immersi) a un’appercezione (un’immagine chiara a partire della quale e rispetto alla quale agire) c’è bisogno di un’azione. In questo caso particolare, vi è stato bisogno di un’azione coercitiva dei governi. È quindi l’atto di découpage (“ritaglio”) e d’identificazione di una minaccia in quanto immediata che può farci passare da una percezione diffusa a un’appercezione chiara. Perché, quindi, non riusciamo ad agire allo stesso modo per quanto riguarda le altre minacce? Poiché esiste solo una minoranza di persone, che sta aumentando sempre più, che appercepisce la minaccia immediata del disastro ecologico (molti scienziati, qualche figura-simbolo come Greta Thunberg,…). Ciò che però non esiste è un’azione dei governi e un movimento di legittimazione (che non deve per forza essere disciplinare) di quest’appercezione di una minoranza, cioè un atto di découpage necessario all’azione.

Non sappiamo chi sarà ancora qui domani e chi dovremo invece piangere. Sappiamo però che non bisognerà perdere la memoria. Perché questa pandemia non è un “incidente” ma un evento che ci si attende da venticinque anni. Come in “Delitto e castigo”, coloro che hanno commesso e perpetuano ogni giorno l’ecocidio sanno di essere colpevoli, conoscono i loro delitti e aspettano il “castigo”. Non perdiamo la memoria, non soltanto per erigere monumenti, ma anche per ricordarsi che è possibile limitare la barbarie economicista e che gli (ir)responsabili possono e devono applicare dei piani di protezione della vita e della cultura. Non perdiamo la memoria rispetto alla capacità che hanno mostrato i governi, quando lo vogliono davvero, di rendere una minaccia immediata e appercettibile.

Proviamo, in futuro, a non fidarci di questi (ir)responsabili che ci parleranno ancora della sacrosanta “realtà economica”. Una volta terminata la pandemia, che ci si ricordi che abbiamo saputo e abbiamo agito seguendo il nostro desiderio di libertà, nonostante non fossimo in possesso di un sapere completo. Impariamo quindi ad agire in e per un’epoca oscura e complessa, ossia ad attivarci e impegnarci accettando un certo grado d’incertezza, senza aspettare l’ultima informazione capace d’innescare l’azione. Se esiste un non-sapere strutturale situato al cuore di ogni situazione complessa, ricordiamoci che sapevamo, nell’oscurità, che è possibile agire altrimenti, che la sola cosa “reale” che esiste è la non-volontà dei governanti del mondo di agire in una certa direzione e in maniera responsabile. Che il nostro desiderio di libertà, non di un sapere totalizzante, sia la luce che ci guida nell’oscurità della complessità.

Collettivo Malgré Tout