Prendo in prestito per qualche secondo le parole di un tizio qualunque e ci gioco un po’: tutti i teatri felici si somigliano; il Teatro Franco Parenti è felice a modo suo. Le poltrone sono sempre rosse e morbide. Le luci sono sempre soffuse e calde, prima di spegnersi. Eppure, là nel Café Rouge, mi è sembrato di essere in un luogo in cui la performatività sacrale di stare su un palco a dire cose importanti diventa quella di un racconto attorno al fuoco di cui sei partecipe in prima persona.

Una parte cinica di me, che lascio sfogare ora per non rovinarci il resto della lettura, potrebbe dire che «ce la siamo raccontata fra di noi», ma non c’eravamo solo «noi». A parte che, seduti di fianco e dietro di me, c’erano almeno quattro tra bambini e bambine, e il solo fatto che ci fossero loro sconfessa la verità secondo cui siamo autoreferenziali – che poi i bambini e le bambine abbiano resistito malvolentieri a sedere è un altro discorso, ma non cambia il senso.
L’altra verità è che ho cominciato a far parte di questo «noi» solo un mese e mezzo fa, e mi sembra di aver atteso per una vita un momento professionale come questo. Il mio lavoro è diventato (anche) partecipare a incontri interessanti con persone incredibili in luoghi speciali, sentendomi immediatamente parte integrante di questo meccanismo. Non in quanto protagonista – lungi da me voler rubare la scena ad attori e attrici ben più talentuose nel Terzo Settore e nel giornalismo – ma diciamo almeno come assistente alla regia che porta il caffè al direttore. E il modo in cui questo Vita Day è riuscito a parlarmi, a coinvolgermi nella mia (in)esperienza, è il segnale più evidente che la giornata abbia raggiunto il suo scopo. Ed eccomi qui, a portare il metaforico caffè e scrivere queste righe.
Mi sono sentito nuovamente un universitario entusiasta – ho vergato a mano dieci paginette di appunti sui sette momenti che si sono susseguiti – e ho capito che queste belle parole scambiate oggi non potevano rimanere confinate nello spazio teatrale, ma dovevano permeare altrove. Ecco, quindi, una selezione totalmente arbitraria di spunti di riflessione, consigli e appelli che provengono dagli ospiti e dalle ospiti di “Vita Day 2025 – Ci Riguarda”.
Massimo Cirri, psicologo e conduttore radiofonico
«Penso che si possa sopravvivere ai cambiamenti del mondo dell’informazione soprattutto diventando comunità. L’obiettivo di Vita è raccontare il bello del Terzo Settore, ed è vero che a volte il racconto positivo può stancare il pubblico. Ma io sono di scuola basagliana, perciò vi dico: andate oltre il vostro mandato, trovate modi nuovi di narrare. A me piacerebbe fare un programma radio in cui ogni martedì alle undici del mattino poter chiamare sette persone che fanno un lavoro di cura. È importante sentire la voce sia del curato che del curante, perché mentre quest’ultimo cura l’altro, cura un po’ anche se stesso; e non c’è un motivo per la scelta del giorno e dell’ora, è solo per cogliere la vita nel momento in cui accade».

📸 Ciro Pellegrino con Anna Spena
Ciro Pellegrino, giornalista
«Il racconto degli emarginati non basta, perché dopo aver raccontato bisogna anche saper rispondere alle domande e alle necessità che vengono dagli emarginati. Fare una breve narrazione serve solo all’ego di chi scrive; invece, vivere approfonditamente quella realtà è difficile, ma molto più utile. Dobbiamo cominciare a togliere aggettivi, e insistere piuttosto sulla realtà».
Rosy Russo, comunicatrice e ideatrice di Parole O_stili
«Ci troviamo in un cambiamento d’epoca, non più in un’epoca di cambiamento. È un momento complesso, e le narrazioni dovrebbero alleggerire le persone dal peso di questa complessità per far capire che si può vivere bene anche in questa dissonanza. La strada non è mai dritta, ma anche dagli errori possiamo imparare per il futuro».

📸 Rosy Russo con Daria Capitani
Cecilia Pellizzari, direttrice editoriale di Scomodo
«Il nostro obiettivo non è solo quello di dare voce ai giovani: la vera sfida sta nel dare un ruolo di potere ai giovani. Solitamente si pensa ai giovani come membri delle community virtuali su internet; ma le community hanno solo molti like, mentre noi ci definiamo una “comunità reale” perché chi ne fa parte è sempre un membro attivo. Questo non vuol dire che tutti i giovani siano attivi, ma allo stesso modo non accettiamo la retorica per cui tutti i giovani siano socialmente o politicamente sdraiati, anche se la narrazione che viene fatta dei pre- e degli adolescenti spesso finisce con il diventare un’etichetta in cui inevitabilmente questi si riconoscono. Tant’è vero che l’impossibilità a concepire un proprio futuro stabile è diventata la nostra cifra generazionale. Perciò, il nostro obiettivo è quello di andare oltre il dissenso e l’indignazione a oltranza: ci organizziamo per costruire e avere un effetto positivo sulla realtà».
Adolfo Ceretti, professore di criminologia
«Spesso si ha l’idea che un comportamento violento debba essere controbilanciato con un comportamento uguale e contrario. È il grande problema della giustizia, che “restituisce il colpo”, rispondendo al male con altro male. L’idea rivoluzionaria alla base della giustizia riparativa sta nel fatto che abbiamo identificato la crisi della giustizia non in una matrice politica o tecnica, ma attribuendole un significato antropologico, iniziando a guardare con occhi nuovi gli effetti distruttivi dei reati sulle persone e sulle comunità coinvolte. Ovviamente abbiamo bisogno di chi “fischi i falli”, e per questo noi vogliamo affiancare la logica preesistente, senza sostituirla. Ma la nostra idea è che ci si possa incontrare per ricomporre la ferita e trovare una nuova narrazione per ciò che è accaduto».
Gianni Biondillo, scrittore
«A volte si dice che le periferie “sono tutte uguali”, ma non è vero. Anzi, le periferie non esistono più. Non sono luoghi nuovi, perché alcune zone chiamate di periferia addirittura esistono da più di cento anni; non sono più luoghi operai, perché ormai sono abitati da persone molto diverse fra loro. Sono zone che hanno bisogno di ritrovare la loro dignità, e per farlo dovremmo abbandonare la retorica della periferia per ritornare a parlare di quartieri, delle loro storie, delle loro qualità».
Alessandro Sortino, giornalista
«In un mondo in cui la fotografia può già essere creata artificialmente, un giornalista deve essere il garante della complessità del reale attraverso il racconto di un vissuto in prima persona. La costruzione narrativa deve risuonare con la persona che legge per restituire la verità della storia. Ma soprattutto, un giornalista deve essere disposto a sentirsi cambiato dopo aver sperimentato la relazione umana fra sé e l’oggetto della storia».

📸 Locandina di Vita Day 2025
E adesso, che fare? Mi diverto più nelle introduzioni che nelle conclusioni e credo che ve ne stiate già accorgendo. Si dice: «Facile parlare dopo, a cose fatte», ma io dissento. È molto più facile parlare prima, quando il foglio è bianco e hai ancora tutto il Vita davanti. Proprio ieri ho scoperto che forse questo pensiero non è del tutto sbagliato: «La meta è partire», scriveva Riccardo Bonacina citando Ungaretti; qualcun altro ha detto che spesso, nel giornalismo, l’ultima riga si può cancellare per evitare frasi stucchevoli. Allora quella riga l’ho cancellata, perché già all’inizio eravamo arrivati.
Vincenzo Luca Borriello