Poche settimane fa, ho partecipato alla consegna di undici borse di studio ad altrettanti ricercatori italiani impegnati nella lotta contro il cancro. Tutti giovani, tra i 30 e i 40 anni.

Ragazzi che salvano vite e che, se vogliamo essere materiali, permettono anche di far risparmiare alla sanità pubblica un bel po’ di soldi. Alla cerimonia di premiazione, a Milano, sono arrivati da varie regioni italiane.

Tra loro, quattro bellissime e giovani ricercatrici, tra i 35 e i 40 anni, mamme da poco. Che trascorrono in laboratorio dalle 12 alle 14 ore al giorno e che, per questo, portano con sé al lavoro i propri figli: bambini che, a 4 anni, giocano con provette e siringhe, mentre le loro mamme salvano il mondo.

Da donna di 40 anni, mi chiedo in che Paese viviamo e rimango amareggiata per un sistema che paga oro le starlette della tv, mentre abbandona le mamme, professioniste che trascorrono il loro tempo in un’attività di immenso valore sociale, ma alle quali viene chiesto di scegliere tra carriera e maternità.

Perché, pur lavorando con fatica e caparbietà per battere una malattia di cui ancora si sa troppo poco, vengono lasciate da sole, senza rete, senza uno stipendio adeguato, che permetta almeno loro di pagarsi la baby sitter, senza neppure poter contare su asili aziendali, che possano permettere loro di svolgere le proprie ricerche con la tranquillità di una mamma che sa che il proprio figlio è sereno. E sono tutte donne che lavorano in grandi ospedali e centri di ricerca pubblici.

Sogno un Paese che offra alle donne la possibilità di essere pienamente madri, totalmente professioniste. E che, per quanto possibile, dia valore alle persone che “fanno”, nascoste dietro un microscopio, e non a quelle che appaiono, davanti a una telecamera. E che, in questo modo, insegni ai figli, ai bambini, il senso e la dignità del proprio lavoro.

Agnese Pellegrini

Immagine| @tamara mambelli