All’inizio della quaresima non vorrei trovarmi nelle condizioni raccontate da un vescovo del Brasile di un curioso episodio di 15 anni fa avvenuto in occasione di una “visita ad limina” dei Vescovi del Brasile. E sapete che quando i vescovi di un Paese vengono a relazionare al Papa, in realtà passano anche attraverso gli altri dicasteri del Vaticano, ebbene arrivati alla Congregazione per la Dottrina della fede, essi avevano dovuto ascoltare una pressante raccomandazione dell’allora Prefetto, il card. Ratzinger che li sollecitava di dire ai loro preti di insistere nella predicazione sul tema del “purgatorio”. Uno di questi vescovi chiese la parola e disse: “Eminenza, come possiamo parlare del purgatorio ad un popolo che spesso è condannato a vivere all’inferno?”.

Ecco non è che la quaresima irrompe come una predica sul purgatorio nelle nostre vite che non sono certamente nelle condizioni della gente del Brasile cui faceva riferimento il vescovo, ma se prendiamo sul serio la nostra vita spirituale, ci rendiamo conto che non è che abbiamo dinanzi a noi un tempo di per sé eccezionale, lo è per alcune caratteristiche esteriori, può essere un richiamo per i più distratti, ma in realtà è un tempo paradigmatico della nostra condizione, nel senso che lungo tutta la nostra vita siamo come il popolo nel deserto in cammino verso la terra della libertà, e sappiamo bene che il cammino è affatto lineare, ma è sottomesso alla tentazione.

Gesù viene a condividere questa esperienza umana… ed è un po’ come se i 40 giorni narrati da Matteo rappresentassero tutta la sua vita, perché di fatto dovrà combattere e misurarsi con la tentazione, fino al Getsemani, fin sulla croce, dove subirà l’ennesimo assalto del tentatore.

Come quei primi 40 giorni, così lungo tutta la sua vita Gesù dovrà sostenere questa battaglia non tanto su chi egli sia, su chi debba essere, un po’ come si domandava il Battista…, perché l’identità di Gesù era ben chiara, lo abbiamo sentito il giorno del suo battesimo al fiume Giordano, quando la voce del Padre lo ha indicato così: Tu sei mio figlio l’amato!
Il problema che gli si presenta è di come realizzare concretamente questa missione. La questione è come vivere da figlio di Dio, cosa comporta, cosa significa?

Questa è la questione: l’essere figlio di Dio non costituisce per Gesù una via eccezionale, una corsia preferenziale in cui tutto gli riesce bene, ma anch’egli si misura sul modo in cui vivere le relazioni costitutive di ogni persona, raccolte nelle tre tentazioni e che sono la relazione con le cose e col creato, la relazione con Dio e la relazione con gli altri.

E non sono mai relazioni statiche, definite una volta per sempre, per questo nella Bibbia l’uomo e la donna devono condurre una lotta interiore, una lotta che non esitiamo a chiamare spirituale, nel senso espresso da Paolo nella seconda lettura quando dice che il discepolo è un atleta, è uno sportivo che per conseguire la vittoria deve saper gareggiare e darsi una disciplina.

Prendiamo sia il linguaggio sportivo che quello della lotta, quello bellico come metafora, così che se c’è una gara devo capire contro chi gareggio, se c’è una guerra, vuol dire che c’è un nemico. E qui dobbiamo fare attenzione perché istintivamente pensiamo di sapere chi sono i nostri nemici, i nostri avversari, e sono coloro che ci invidiano, che ci guardano male, che parlano male di noi… in realtà Gesù ci insegna che mai l’uomo è il male, l’uomo è creato a immagine di Dio, l’uomo piuttosto fa il male, ma non è il male. Anche Gesù avrà tanti nemici: scribi, farisei, erodiani e sacerdoti… ma mai loro sono definiti il male. Cercare di sapere qual è il nostro nemico, chi è colui che ci in-sidia, lett. Colui che vuole sedersi al nostro posto, questo è il senso della lotta spirituale.

Se il tuo matrimonio non funziona non è detto che il tuo nemico è la moglie o il marito… Se quell’amicizia non va non è mai l’altro il tuo nemico. Se sul posto di lavoro, sei guardato o guardi con invidia… non sono gli altri il male. Finché continuiamo a combattere qualcosa che rimane estraneo a noi stessi e la cui responsabilità gettiamo sugli altri, sarà sempre possibile legittimare tutte le guerre, ogni tipo di guerra che sia preventiva, punitiva o presunta umanitaria.

Il vero combattimento è sempre anzitutto interiore: è il mio cuore che si lascia riempire di negatività, di prepotenze, bramosie, affetti sbagliati, menzogne, tenebre… Finché combatto contro gli altri sbaglio. La vera battaglia è combattere le menzogne che si insinuano nel mio cuore, nel mio pensiero, nelle mie azioni. La libertà non me la tolgono gli altri, questo accade perché io consegno a qualcuno la mia libertà.

Diamo un nome allora al nemico o ai nemici che abitano il nostro cuore. Ciascuno di noi in questi quaranta giorni è chiamato a dare un nome alla sua o alle sue tentazioni: sarà la pigrizia, l’avidità, la sensualità, la gola, l’invidia, la bramosia di potere, la falsa religiosità, il pettegolezzo…

Ma per poter dare un nome, abbiamo bisogno di deserto, di silenzio, di ascolto per guardare realmente come anche noi viviamo ciascuna delle tre relazioni costitutive dell’essere umani, dell’essere figli.

Se sei figlio di Dio le pietre diventeranno pane… ecco la prima tentazione: quella di usare il rapporto con le cose, con il creato, con il mondo che ci circonda da autocentrati, propria di chi si mette al centro del mondo, della natura e spadroneggia pensando addirittura, in maniera paradossale che i sassi diventino pane… quando invece nell’uso irresponsabile e malvagio del creato, abitato con voracità, nella centralità del bisogno personale… allora si che tutto diventa pietra e il giardino è ridotto a deserto. Quando invece tutto ciò che mi circonda è un dono da condividere, e non un bene di cui appropriarsi, per la mia voracità, per la mia soddisfazione.

La lotta spirituale consiste nel saper riconoscere la parola di Dio che è scritta dentro ogni dono della sua creazione. Dio ha creato con la sua Parola, ha consegnato ad ogni cosa il suo messaggio. Ascoltiamo allora il grido del creato, come ci ricorda papa Francesco nella Laudato sì’. Potrebbe essere una lettura spirituale in questi quaranta giorni.

La seconda tentazione che consiste nella sfida a buttarsi dal pinnacolo del tempio, riguarda la relazione con Dio. È una relazione che sempre deve lottare contro la tentazione di servirsi di lui anziché servire Dio. È la tentazione per cui vorremmo sempre avere un riscontro da lui, dove Dio deve corrispondere alle mie aspettative. Dove è ridotto a un talismano, a un Dio tappabuchi… Chi è quell’uomo che chiede a Dio di esaudire ogni suo desiderio, se non il figlio dell’ansia, dell’angoscia, della paura?

Gesù ci insegna a vivere nella fede, capaci di credere che il Padre non ci abbandona mai, di essere capaci di sostenere le cose difficili con pazienza. Saper accettare i tempi di Dio e non voler trascinare la realtà laddove noi non siamo capaci di arrivare. Magari la quaresima potrebbe essere l’occasione per prendere in mano L’imitazione di Cristo, un capolavoro della vita spirituale.

Infine la terza tentazione riguarda le nostre relazioni interpersonali, relazioni spesso belle, affettuose, cariche di umanità, ma sempre anche sotto la tentazione del potere, del controllo, delle sottili forme di ricatto…

Se tratto gli altri come cose che servono per nutrire il mio successo, i miei bisogni, rovino la relazione, perché nel momento in cui mi servo di loro, rendo me stesso schiavo dei miei capricci. L’altro è un dono, se siamo capaci di vederlo come creatura di Dio. Come diceva Lévinas «Il fatto che tutti gli uomini siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza, è costituito dalla mia responsabilità di fronte a un volto che mi guarda».

Potrebbe esserci utile la lettura di C. M. Martini: Ritrovare se stessi.

Tentazione in greco si dice peirasmos, dai verbi peirazo, peirao che significano letteralmente, «passare al di là», perché la tentazione o la si attraversa, o altrimenti si soccombe, ci si inchioda lì e diventa vizio. Ma come possiamo combattere, con che mezzi?

La tradizione cristiana ci consegna la triplice strada del digiuno, della preghiera e della condivisione, che sono rispettivamente la risposta alla triplice tentazione. Ma davvero possiamo pensare di digiunare, di essere capaci di sostenere il morso della fame, di saper reggere il vuoto che il desiderio chiede impulsivamente di essere riempito?
Possiamo pensare di ascoltare di più la parola di Dio, anziché domandargli di fare quello che vogliamo noi? Questo è il tempo per domandarci, nella condizione in cui siamo, qual è la parola di Dio per me?

E poi con gli altri, come combattere la bramosia del dominio, del potere, se non trovando occasioni e opportunità di metterci al servizio di chi potere non ne ha?

Sarà per noi una quaresima particolare, anche perché accompagneremo Ivana, una giovane che già lo scorso anno aveva chiesto di diventare cristiana e che questa domenica inizia il catecumenato, ovvero la preparazione immediata perché a Pasqua riceverà il battesimo, la cresima e parteciperà all’Eucaristia.

Tre sacramenti attraverso i quali si immerge nella vita di Gesù ed entra a far parte della sua chiesa.

Anche per noi, cristiani di antica data, la quaresima vorrebbe essere un andare verso la liberazione da ciò che ci tiene schiavi, da ciò che ci impedisce una vita bella, gioiosa, una sequela coraggiosa e audace del Signore. Ed è questo il dono che chiediamo al Signore per lei e per noi.