Ho conosciuto Arché nel 2008, confrontandomi con una condizione tra le più comuni, la condizione per eccellenza: l’essere figli; di uomini e donne imperfetti, come tutti portatori di complessità e contraddizioni. Il lavoro domiciliare – costringendo l’educatore a entrare in punta di piedi tra mura domestiche altre – agevola il processo di comprensione dei legami familiari, consentendo di rileggerli e significarli diversamente.

Per quanto la professione preveda una dimensione di ascolto caratterizzata il più possibile dall’assenza di giudizio, inevitabilmente ho sempre accompagnato il mio ruolo di osservatrice partecipante al mio punto di vista, costituito anche dal mio essere figlia. Ho indossato pregiudizi e vissuti, come fossero lenti attraverso le quali osservare dinamiche familiari, sfalsando e giudicando le relazioni che prendono forma in una dimensione privata, attraverso le mie chiavi di lettura personali e professionali.

Nel romanzo Il bar delle grandi speranze (Piemme, 2014) è tratteggiato in modo illuminante il rapporto di dipendenza e debito che spesso si instaura tra genitori e figli. L’autore, JR Moehringer, descrive magistralmente l’ormai interiorizzata ossessione per il benessere della madre, che lo porta a sentirsi fortemente in colpa quando è felice lontano da lei.

Moehringer scrive: «Nel momento cruciale del nostro addio non avevo detto niente di profondo. […] E questo era un motivo che mi faceva vergognare ancora di più: non ero abbastanza traumatizzato. Ero eccitato per l’inizio della mia nuova vita, il che significava che ero un ingrato e un figlio degenere. Abbandonavo mia madre senza il minimo senso di colpa, le voltavo allegramente le spalle».

Ho sempre associato la parola responsabilità – declinata in termini di quotidianità o assolutezza – agli adulti, riferendomi con essa a quanto incidono scelte ed errori, stati di salute o di malattia, nelle vite dei minori a loro affidati. In maniera riflessa ma latente, ho imparato nel tempo a considerare altrettanto incisivo il grado di responsabilità di un figlio nei confronti dell’adulto. Come Montuschi scriveva nel 1993, «La responsabilità morale della persona […] è legata […] al comportamento che si appresta ad agire» in una precisa situazione di esistenza, in presenza del sentimento provato.

Dopo aver incontrato giovani uomini e donne in divenire, che spesso arrivano ad elemosinare attenzioni di adulti distratti attraverso gesti disperati e disperanti, oggi considero un simile sentimento di vergogna non represso – lo stesso dolce e amaro senso di colpa descritto nel romanzo – come uno dei più significativi e imprescindibili passaggi verso un’affermazione del sé, capace di interrompere la dipendenza affettiva dall’altro.

Grazie a questi anni in Arché, guardo a una vicendevole assunzione di responsabilità non ossessiva ma consapevole, a madri e padri capaci di svezzare – e svezzarsi dai propri figli – gradualmente, come a una delle funzioni per me più inaspettate dell’educativa domiciliare.

di Simona Medici
Educatrice assistenza domiciliare minori