
Emanuela Tartaglia, interpretata graficamente dall’illustratore Alberto Ispilanti
“Voglio vivere”: una frase potente detta di getto con lo sguardo dritto e il volto fiero di chi lotta per il suo bene.
A pronunciarla un ragazzo poco più che ventenne a una classe di liceali che, una mattina come tante, la docente di lettere mise di fronte alla testimonianza di Bilal. Era il 1999 e io mi trovavo tra quegli studenti.
Bilal ci portò nel duro viaggio che dal Pakistan, nascosto in un container, lo fece giungere in Italia in cerca di futuro a soli 16 anni, proprio la stessa età dei giovani che aveva davanti. Eppure, a noi ragazzi non era toccato nulla di neanche lontanamente simile perché, nella parte del mondo in cui abbiamo la fortuna di stare, nessuno è costretto a scappare per non rimanere ucciso come i suoi genitori.
Perché questo capitò a Bilal: la fuga per la vita.
Ci raccontò chilometro dopo chilometro ogni dettaglio delle lunghe giornate verso il nostro Paese in condizioni così lontane da come viviamo, da quello che abbiamo e di cui con grande facilità spesso dimentichiamo il valore. Le parole di Bilal presero forma nell’aula. Nessuno osò fiatare, solo qualche sospiro amaro. Non tralasciò nulla del viaggio, così ci disse, neanche i particolari più crudi.
Credo fosse stata l’insegnante a chiedergli di essere il più veritiero possibile, visto che da un po’ tentava di smuoverci dall’oblio che il benessere induce in chi, come noi, viveva beato tra agi e attenzioni. Arrivò poi il momento delle domande e Bilal ci guardò con premura. Gli era palese il nostro imbarazzo come quando capita di stare davanti agli anziani saggi o agli intellettuali illuminati.
Le ingiustizie subite lo avevano fatto molto più grande del dato anagrafico e noi ci sentivamo tanto piccoli: cosa chiedergli dopo le crudeltà appena ascoltate?
La professoressa intervenne a sollecitarci provando un affondo sui temi di uguaglianza e giustizia; sembrava a suo agio nell’esposizione, forse perché forte della cultura e dei libri letti. Il tentativo non sortì l’effetto desiderato e rimanemmo ancora in riflessivo silenzio finché una compagna alzò la mano e gli chiese: «Cosa vuoi fare adesso?». La risposta fu quella data all’inizio di questo testo che, in fondo, altro non è che la spinta sacra e comune a tutti perché ogni persona ha il diritto di determinare il proprio futuro, cercando condizioni di pace, salute e sicurezza.
Negli anni, di vite come quelle di Bilal, ho avuto l’onore e l’onere di accompagnarne diverse.
I recenti eventi mondiali ne stanno brutalmente mietendo troppe e siamo consapevoli che non è in gioco solo l’umanità di chi rischia ogni giorno di soccombere, ma la nostra stessa umanità.
Allora la sfida dei nostri tempi è resistere a un tale attacco opponendosi con forza all’indifferenza del dolore altrui, arginando campagne di persuasione dell’opinione pubblica basate sull’odio e facendo crescere la società della cura in cui, in guerra alla guerra, arruolare territori, famiglie, scuole e organizzazioni come laboratori della pace che bramiamo nel mondo.
Emanuela Tartaglia
Responsabile assistenza domiciliare Roma
Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti i capitoli dell’”Alfabeto di resistenza civile”.
🚶🏻 A come Andare – Federica Barile
🔎 B come Bisogna – Federica Berton
🌍 C come Clandestino – Ingrid Bianchetti
👅 D come Disubbidienza – Silvia Carameli
🎶 E come Empatia – Chiara Carriglio
🫂 F come Fraternità – Paolo Dell’Oca
🕊️ G come Guerra – Elena D’Andrea
🕯️ H come Ho paura – Alfio Di Mambro
🤝🏼 I come Incontro – Vincenzo Francomagro
☮️ L come Libertà – Elena Giovanardi
🤱🏽 M come Madre – Lino Latella
🧸 N come Nascita – Dalila Melissari
🌄 O come Oltre – Uli Mittermair
⏳ P come Preoccupazioni – Jacopo Palmieri
📕 Q come Quaderno – Alice Pennati
✊🏻 R come Rivoluzionare – Silvio Prandolini
💭 S come Sogni – Ilaria Quondamatteo
🌅 T come Terra – Roberta Sabbatini
💛 U come Uguaglianza – Valentina Sangregorio
0️⃣ Z come Zero – Simone Zambelli