La rivoluzione della transizione ecologica è l’unica alternativa. Il business as usual ci conduce direttamente al disastro. Lo ha detto chiaramente l’economista francese Gael Giraud, ospite dell’incontro organizzato da VITA Non Profit a inizio mese: “non è pessimismo, è sano realismo”, ha sottolineato di fronte alla platea che lo ascoltava in presenza e dietro lo schermo.

Gael Giraud (A.Mola/Vita)

Gli eventi climatici estremi delle ultime settimane e anni, così come le conclusioni della comunità scientifica, sembrano confermare inequivocabilmente le sue riflessioni contenute nel libro “La rivoluzione dolce della transizione ecologica”. E riproposte all’incontro organizzato da VITA: “la transizione ecologica è già il business di domani, se non già quello di oggi”, ha detto, auspicando che le banche, attualmente “nemiche” della transizione ecologica, diano il proprio importante contributo in questa direzione. Le prime a doverlo fare dovrebbe essere quelle pubbliche gestite dai vari stati o dagli organismi sovranazionali. Sono loro a poter finanziare un green new deal e una riconversione ecologica delle attività produttive, a costo di creare nuova moneta: “cancelliamo il debito della Banca Centrale e con i fondi che si liberano finanziamo gli investimenti in ambito ecologico”. Una proposta che non può essere fermata dallo spauracchio di un’inflazione galoppante e dell’aumento del debito pubblico, che, eredità della volontà di indebolire l’attore statale a partire dagli anni ’70, è “solo conseguenza del fatto che la Banca Centrale Europea non ha il potere di creare moneta, ma la deve prendere in prestito”.

Oltre a privati e Stato, un ruolo importante e innovativo lo deve rivestire anche la società civile, abitando una dimensione terza: quella del comune, alternativa sia a pubblico che a privato. Ambiti come la sanità, la cultura, la gestione dell’acqua “dovrebbero essere organizzati come beni comuni per il benessere di tutti e tutte, dovrebbero essere patrimonio dell’intera società”, sperimentando questo modello diverso sia dal pubblico che dal privato. Iniziative di condivisione all’interno della società civile, come la realtà “attiva e innovativa” delle comunità energetiche, sono già fiorite in questi anni ma c’è la necessità, ha sottolineato Gael Giraud, di “una cornice giuridica” in grado di proteggerle e valorizzarle. Altrimenti il rischio è che si imbocchino derive privatistiche come quella che ha coinvolto una realtà come AirBnB, inizialmente “iniziativa di condivisione” e ora “canale di privatizzazione della vita cittadina”.

Punto di riferimento possono essere le prime comunità cristiane che erano basate sui beni comuni, presentandosi come alternative sia al pubblico che al privato. E in quest’ottica, ha concluso l’economista e gesuita francese, “la possibilità di reinterpretare l’eucarestia come la liturgia del bene comune” diventa concreta.