storie vite donne

Le donne che accogliamo hanno un denominatore comune: aver riacquistato nuovi diritti e opportunità, grazie alla maternità.

Spesso, di fronte alle loro storie, rimaniamo disarmati: nella loro infanzia o giovinezza sono state violate, hanno vissuto nella povertà più estrema, hanno attraversato il deserto e la Libia, subendo soprusi, abusi e violenza prima di imbarcarsi e passare per il mare.

Sono donne che hanno vissuto mille vite, in territori lontani e che, grazie all’essere diventate madri, finalmente possono essere trattate con rispetto e riacquistare quei diritti perduti, o forse mai avuti.

Sono donne che hanno vissuto davvero mille vite.

Le guardo con mille interrogativi e i loro volti mi rispondono: sono segnati e stanchi con gli occhi spesso gonfi perché fanno fatica a lasciarsi andare al pianto. Piangere significa cadere, piangere significa fare i conti con il dolore, un sentimento difficile da gestire se si è fragili.

Spesso la rabbia le assale, prevale sul buon senso: è quella rabbia dovuta alla violenza subita in viaggi interminabili come quelli di cui mi parla sempre J.

A lei le ha cambiato la vita: con violenza, è stata concepita sua figlia. Non scelta, non voluta: è nata da una crudeltà inaudita. Lei era partita per avere una vita migliore, non aveva scelto di essere madre: è un destino che le è stato imposto.

Nei momenti più duri la rabbia per quanto accaduto prende il sopravvento, riaffiora prepotentemente.

L’autonomia, per J. e tante delle donne che incontriamo, è un passaggio importante. Ma spaventa. Significa ancora una volta cavarsela da sole e allora la nostra attenzione è quella di fare con loro tutti i passi, ma nei tempi giusti. In modo da rafforzare la loro autostima e creare quei legami con il territorio che possano essere un sostegno, una risorsa a cui attingere, una volta sole, cresciute e libere.

È il caso di M. vissuta in un paese dell’Est Europa, che sin da piccola conosce la violenza. I ricordi legati all’infanzia, nessuno escluso, sono dolorosi, raccontano di quei momenti in cui suo padre infieriva sulla madre con lesioni e insulti e lei, indifesa, doveva assistere a questo orrore che la perseguita ancora, nelle notti più buie quando si sveglia e non riesce a prendere sonno.

Negli anni, l’alcool ha affievolito questi dolorosi ricordi, ma l’ha resa sempre più fragile e indifesa. Dopo lunghi anni vissuti in un altro paese, è arrivata in Italia piena di speranze: aveva un compagno e riusciva a intravedere un futuro.

Con l’inizio della sua gravidanza, però, si ritrova sola e le sue certezze crollano. Si ritrova in mezzo ad una strada, subendo le più crudeli angherie. Un’ancora di salvezza inaspettata le viene lanciata: ad accudirla è un connazionale, un clochard che se ne prende cura e che l’accompagna in clinica per partorire. Viene accolta con la sua bimba in comunità.

Per mesi ha desiderato il suo progetto di autonomia e una volta raggiunto questo obiettivo si è mostrata forte, ma lontana dal volere consigli e indicazioni.

Ha portato avanti le sue idee e il suo progetto, condividendo poco fino a quando un crollo emotivo l’ha portata a chiedere agli educatori e a riconoscere di non potercela fare da sola. L’umiltà e la capacità di chiedere aiuto e di fidarsi, le hanno permesso di rimettere le pedine della sua vita al loro posto, cominciando un percorso scolastico che prima rifiutava, cambiando lavoro, chiedendo un sostegno psicologico per poter ricominciare.

Non da sola, ma consapevole dei suoi limiti.

È molto bello vedere come sorride oggi, com’è contenta dei passi fatti, tre volte la settimana va a scuola, due giorni lavora e il resto del tempo lo usa per sé e per guardare la sua bimba negli occhi e darsi speranza, perché in quegli occhi color cielo c’è tutto il loro futuro.

Silvia Carameli

Responsabile Housing

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