Anche da questa pandemia, come da altre crisi, possono nascere delle opportunità. Per questo è compito di tutti dare il proprio contributo “creativo e originale”, dice lo psicanalista Stefano Carpani, amico di Fondazione Arché e tra i relatori del convegno #bambiniamilano nel 2016, che ha risposto a alcune domande sulla fase che stiamo attraversando e su come ne usciremo.

  • La pandemia del Covid-19 ha cambiato le nostre vite. In male, per molti, ma lei su La Stampa l’ha definita anche un’occasione per passare “dall’estroversione all’introversione” e riscoprire la propria interiorità. In che senso?

Questa pandemia può dimostrarsi un’occasione per rallentare, per riflettere e per renderci conto che la natura ha voluto che passassimo dal mondo esteriore a quello interiore, dall’estroversione all’introversione, quindi all’interiorità e all’anima. Negli ultimi anni la nostra società ha basato tutto sul “fuori”, sul successo, sul diventare qualcuno e ci siamo dimenticati che il successo senza sudore e soddisfazione non porta da nessuna parte. Abbiamo vissuto nel mondo competitivo e superficiale di chi è più bravo (senza merito e magari barando). Basta guardare ai bambini: interessa che facciano un bel disegno piuttosto che il piacere nel farlo e le emozioni che il disegno fa emergere. I genitori e i nonni dicono “che bello!” ma non lo commentano insieme. Non vanno in profondità.

La sfida, post Covid, è quella di passare da un mondo basato su aspettative e speranze (che non sono altro che materiali) a uno dove l’interiorità  e la spiritualità tornino ad essere contemplate, affinché qualcosa di nuovo cominci davvero a germogliare perché è l’anima che ci porta alla creatività.

  • Negli ultimi mesi c’è stata una sorta di sospensione del tempo?

NO! Gli ultimi mesi non sono stati quelli della sospensione del tempo ma semmai della sospensione delle certezze (che sembravano inamovibili). Tanti ora si chiedono: come sarà uscire di casa e andare in metro? Come sarà tornare alla normalità? Le certezze, quelle della vita pre-covid 19, non ci sono più e bisogna imparare a vivere momento per momento. Non più il business as-usual, ma un business un-usual: è il momento del dubbio e delle domande. Quindi dei (nuovi) limiti. Per questo suggerisco di provare a cambiare le cose, partendo dall’essere gentili con noi stessi, gli altri e la natura.

  • Sarà un cambiamento che durerà oppure svanirà una volta finita l’emergenza?

È una domanda da cento milioni di dollari. Houellebecq ha appena detto che “il mondo sarà uguale. Solo un po’ peggiore” (Corriere della Sera, 5.5.2020). Noi siamo bravi a dimenticare e non vedere i campanelli d’allarme. Però, secondo me, se riuscissimo – anziché “ripartire più forti”, come hanno scritto quelli dalla Scuderia Lamborghini – a ripartire più rispettosi e responsabili gli uni verso gli altri, avremo imparato qualcosa.  Senza dimenticare che questa pandemia conferma ciò che scrisse il sociologo tedesco Ulrich Beck: che siamo tutti vulnerabili e allo stesso tempo tutti responsabili. Come tutte quelle conosciute in passato, dobbiamo trasformare questa situazione in un’opportunità di trasformazione e crescita (non solo materiale).

  • E riscoprendo sé stesso, i propri limiti e quindi i legami con gli altri, che opportunità si aprono per l’uomo di oggi?

Spero in un ritorno all’interiorità, che non significa altro che tornare in contatto con sé stessi e con le nostre emozioni. Questo, poi, porta alla spiritualità, quindi ad un rinnovato contatto con il cosmo e con l’essere al mondo. E se questo succede, saremo capaci di risponde a tre domande: chi sono? Perché sono al mondo? Cosa voglio?

Come diceva lo psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung, la spiritualità è qualcosa di insito nella natura degli esseri umani e quando chiudiamo la porta alla spiritualità impediremo la possibilità di crescita. Gli anni della tecnica e della tecnologia hanno offuscato questo aspetto. E ci hanno portato a guardare al successo alle apparenze anziché alla sostanza.

  • Ma tra quarantena, distanziamento e isolamento, non vede anche il rischio di chiudersi e di diventare indifferenti a quanto succede alle persone intorno a noi?

Gli introversi sono quelli che stanno meglio in quarantena perché possono starsene da soli senza tanti problemi. Gli estroversi se la passano peggio. Molto peggio! Credo, però, che l’attenzione verso l’altro non porta mai all’indifferenza e che le relazioni vere e profonde riescono a resistere, anche grazie, in questa fase, all’aiuto della tecnologia. La vita è una prova continua in cui ci sono tante difficoltà e insidie, anche se abbiamo creduto che tutto fosse facile.

  • A questa fase, invece, è importante rispondere? Da soli o insieme ad altri?

Sì, assolutamente. All’inizio della pandemia, non nascondo che ero molto triste, lontano dai miei cari e arrabbiato perché mi sentivo del tutto impotente. Ma mi sono chiesto: cosa posso fare? E allora, insieme ad alcuni colleghi psicoanalisti italiani, abbiamo messo a punto e lanciato un progetto di sostegno psicologico destinato al personale sanitario in emergenza Covid, poi esteso a tutta la cittadinanza, così da fare qualcosa concreto e generativo.

Un altro progetto in fase di lancio si chiama “la prossima generazione”, coordinato dal prof. Mauro Magatti e destinato alla generazione under 40. Oggi siamo tutti chiamati a contribuire in modo creativo e originale per dare avvio ad una grande rigenerazione sociale, economica e culturale. Questa iniziativa desidera fare da contenitore, sviluppatore e veicolo di proposte che potranno essere portate all’attenzione di chi può contribuire a farle conoscere, ad implementarle e a farle diventare realtà. Gli italiani devono imparare a essere generativi così da legare creatività, generosità, pluralità.

  • Può avere un ruolo il mondo dell’associazionismo e del Terzo Settore?

Certo! Questo progetto ha come riferimenti il mondo della cultura, e quindi anche del terzo settore, della politica e della finanza. E una realtà come Arché, con il suo modo di essere e fare, è un esempio di generatività. È nata nel 1991 perché il mondo delle istituzioni e della politica non ce la facevano a dare risposte al fenomeno dell’Hiv pediatrico. Nasce da idee che danno risposte concrete a domande che la politica non riusciva né a intercettare né a trovare soluzioni.

  • Per concludere, che uomo dovremo aspettarci nel mondo dopo la pandemia? E la società cambierà di conseguenza?

Mi piacerebbe avere una sfera di cristallo ma è davvero difficile fare previsioni di questo tipo. Di certo auspico un’Italia meno pigra e che si lamenti meno e che faccia di più. Un mondo in cui si unisce responsabilità personale e un nuovo desiderio di impegno comune. La palla è in mano agli under quaranta, la generazione che unisce i più giovani ai nonni. Ecco adesso siamo come nel ’45, alla fine della guerra: bisogna ricostruire l’Italia e dobbiamo fare proposte per una rigenerazione economica, sociale e culturale. Senza lamentarci poi, come nelle immagini finali del film Mediterraneo, che non ce l’hanno lasciata ricostruire.