È evidente che se noi ascoltiamo la parabola avendo nella testa le nostre precomprensioni dettate dal nostro ambiente  e contesto… non possiamo che farne una lettura metaforica: chi è il re? è il Dio d’Israele. E il figlio per cui viene organizzata la festa di nozze? Ovviamente è Gesù. I primi invitati sono metafora d’Israele, che respingendo l’invito divino viene punito con la distruzione di Gerusalemme. Negli invitati della seconda chiamata riconosciamo la comunità cristiana, che comunque è soggetta al giudizio.

Una lettura però che ignora e non dà importanza a tutta la violenza che attraversa il racconto di Gesù. Davvero Dio fa uccidere chi rifiuta il suo invito e distrugge le città che appartengono loro? Dio si comporta così?

Se si considera che la distruzione cui si fa riferimento è quella subita da Gerusalemme nel 70 d.C., questo vorrebbe dire allora che Dio stesso ha inviato l’esercito romano come proprio esercito contro Gerusalemme e le città ebraiche per punirle! Ma il Dio di Gesù non agisce così. Il Dio Padre annunciato dal Vangelo non corrisponde a questo cliché che tra l’altro ha alimentato nella storia l’antiebraismo cristiano. È facile concludere che siccome gli ebrei hanno ucciso Gesù, allora Dio sostituisce il popolo eletto con un altro popolo, appunto quello cristiano. Una teologia della sostituzione che non solo ha avuto conseguenze drammatiche per l’umanità come abbiamo visto nel secolo scorso, ma non è nemmeno rispettosa di Dio, un Dio che non ha mai ritirato la sua promessa ad Abramo, come dice Paolo nella seconda lettura. Proviamo allora a leggere la parabola dalla prospettiva che viveva la comunità di Matteo, vale a dire un contesto fortemente segnato dalla potenza e dalla violenza di chi comandava. Era consuetudine, come sempre d’altronde, che il sovrano invitasse i notabili, i proprietari terrieri, i commercianti e gli uomini d’affari – che sono appunto i primi invitati – a banchetti dall’importante significato politico e affaristico. Rifiutare un invito del genere costituiva un’offesa imperdonabile.

I dominatori romani avevano anche pensato a iniziative volte a ingraziarsi le masse. Gli imperatori organizzavano regolarmente a Roma banchetti pubblici per la popolazione e in tali feste erano distribuiti al popolo presente cesti pieni di vettovaglie. Sappiamo che Svetonio scrisse che Nerone per risparmiare ridusse le spese e i banchetti pubblici furono ridotti a semplici distribuzione di vivande (Vita dei dodici cesari, Nerone, 16).

Il rifiuto di partecipare da parte dei notabili, così come la distribuzione di viveri alla popolazione, mettono in evidenza la valenza politica di tali inviti e la violenza nascosta in essi che diventa palese con la strage e la conseguente e brutale repressione. Una violenza che è possibile anche negli invitati dell’ultima ora, anche i poveri possono essere animati dalla violenza, dal desiderio di rivalsa.

Se noi dovessimo interpretare solo metaforicamente le parole di Gesù, dovremmo considerare la sofferenza umana che è causata da tanta violenza in maniera del tutto banale, come effetto collaterale… Ma appunto Dio non agisce così, sappiamo quanta cura ha avuto Gesù per il dolore del vivere, per la sofferenza da qualunque parte venisse.

A ben guardare Matteo nel testo greco quando Gesù introduce la parabola scrive testualmente: il regno dei cieli è come un uomo re… Molte traduzioni ritengono pleonastica l’aggiunta “uomo” accanto al termine re. In realtà è un rimando decisivo per richiamare l’attenzione sulla differenza tra il modo di fare di Dio e quello dei re umani.

Gli uomini re si sporcano le mani con il sangue degli oppressi, il Dio di Gesù si sporca le mani nel lavare i piedi all’umanità, rifiutando ogni forma di violenza e di oppressione, anzi assumendola egli stesso.

Quando ascoltiamo il v. 14 conclusivo che recita: Molti sono chiamati, ma pochi eletti, non siamo di fronte al riassunto, al finale, ma sono le parole di un nuovo inizio, sono l’introduzione di un’altra storia dove Dio chiama, invita a vivere diversamente.

In mezzo a un mondo dominato dalla violenza, come quello descritto dalla parabola, molti sono chiamati, tutti i popoli sono chiamati da Dio, ma pochi sono capaci di rinunciare alla violenza, al sopruso, all’ingiustizia. Il regno di Dio, il mondo giusto di Dio comincia con la cura di Gesù per i feriti dalla violenza e con il vangelo dei poveri.

Dio arginerà la violenza e un giorno tutti i popoli si convertiranno da questa via, perché Dio non è come i re del mondo.

È questa l’interpretazione che ne dà Luise Schottroff, biblista evangelica (+ 2015) e che condivido con voi sia perché è la prospettiva di una donna biblista e quindi con una certa sensibilità, ma anche perché appartiene alla Riforma protestante. Mi sembra questo un modo per ricordare anche noi l’inizio delle celebrazioni per i 500 anni della riforma avviata il 31 ottobre del 1517 da parte di Martin Lutero con l’affissione delle 95 tesi contro le indulgenze, alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Affissione fatta in vista di una pubblica assemblea in cui Lutero avrebbe difeso e provato le proprie affermazioni, come era allora costume corrente nei centri universitari.

Proprio per fare memoria di questo evento, domani papa Francesco sarà in Svezia a Lund, ed è la prima volta che un papa si associa pubblicamente a una celebrazione promossa dai luterani in casa luterana. Consideriamo questo come uno di quei gesti in controtendenza a una logica che in 500 anni ci ha visti succubi della logica violenta del mondo per affermare la ragione e la verità con la forza e il potere. Una logica violenta che talvolta ha segnato e segna il cammino delle chiese.

Oggi sappiamo che Lutero non aveva nessuna intenzione di fondare una nuova Chiesa e le posizioni in origine non era inconciliabili. La sconfessione reciproca avrebbe potuto essere evitata, anche perché Lutero, fondandosi proprio sulla lettera ai Romani, di cui abbiamo ascoltato anche oggi qualche passo, proponeva la salvezza per fede, opponendosi a quella che istituisce il primato delle opere rispetto alla grazia, affermazione tra l’altro già condannata da tempo appunto come eresia pelagiana. Il desiderio di Lutero era quello di riportare l’unica Chiesa alla purezza delle origini.

Il resto, oltre che dell’ostinazione dei teologi, è il risultato dell’azione dei prìncipi tedeschi, i quali da tempo aspettavano l’occasione di sottrarsi alla sfera di influenza di Roma. Patrocinando Lutero, la nobiltà tedesca non ha fatto altro che favorire i propri interessi.

Che ora, Papa Francesco dopo aver aperto l’anno giubilare in Africa, esca da Roma e si rechi in una città storica del protestantesimo per associarsi a una commemorazione della Riforma, è un gesto che qualcuno non mancherà di leggere come atto di debolezza, ma che noi accogliamo come fedele al Vangelo di Gesù, perché il modo di agire di Dio, non è quello dei principi e dei re della terra che comandano con la paura, la violenza e la morte, ma è quello della del farsi vicino. Come dice papa Francesco: «La mia speranza e la mia attesa sono quelle di avvicinarmi di più ai mie fratelli e alle mie sorelle. La vicinanza fa bene a tutti. La distanza invece ci fa ammalare» (Intervista alla Civiltà cattolica, 28 ottobre 2016).

È vero la distanza ci fa ammalare, bisogna imparare a trascendersi per incontrare gli altri. È questa una prospettiva dalla quale osservare e giudicare un altro evento che abbiamo vissuto in questi giorni, mi riferisco ai tristi fatti di cronaca che hanno coinvolto due paesi in provincia di Ferrara.

È sconcertante come noi registriamo la velocità con le cose cambiano, il mondo cambia e cambia sempre più velocemente. Mentre l’umanità invece, cambia in una maniera che l’umano non può percepire, cambia lentissimamente. Il mondo cambia, ma l’umanità sembra non cambiare.

Il digitale ha cambiato il mondo radicalmente come lo avevano già cambiato il fuoco e la ruota. Ma non ha cambiato l’umanità, ha solo reso più evidenti i suoi lati migliori e i suoi lati peggiori. Ha reso più evidente l’umanità all’umanità stessa.

Oggi è tutto più veloce ed evidente e questa trasparenza fulminante, questo flash percettivo può creare illusioni ottiche. Come adesso, gli abitanti di Goro sembrano cattivi, ma in realtà sono disumani. Il che è peggio e in realtà siamo tutti a rischio di diventarlo sempre più.

Mi piacerebbe domandare a quegli abitanti, ma anche a tutti quelli che cavalcano i loro mal di pancia:  Se abitaste nelle Marche scosse giorno e notte dal terremoto, direste: «La terra è mia»? Se abitaste a Lampedusa, direste: «Non siamo stati avvertiti»? Se foste i genitori delle ragazze che avreste potuto ospitare tranquillamente, senza perdere né il sonno né la casa né molto altro, direste: «Sono l’avanguardia di una invasione»?

Tre risposte, da parte mia, sommesse ma anche energiche: La terra non ci appartiene, siamo ospiti e dobbiamo ricordarcelo, ogni giorno.

Volete essere avvertiti? Dobbiamo dircelo sempre allora, sia quando ci capita una malattia, un terremoto, una guerra. Non lo dicono i bambini di Aleppo né gli abitanti di Amatrice né quelli di Lampedusa.

Affermate con orgoglio: «Siamo un paesino pulito»? Forse è bene ricordare che sporcarsi le mani è il modo migliore di essere puliti.

Perché così agisce il nostro Dio, così fa Gesù con noi. Non usa violenza e prepotenza, è facile e da vigliacchi farlo con i poveri, con donne e bambini e più che altro è disumano. Il nostro Dio ci insegna con Gesù che il suo modo di regnare e di mandare avanti l’umanità è quello di sporcarsi le mani con noi e per noi.

(Is 25,6-10; Rm 4,18-25; Mt 22, 1-14)