sponsorizzare rimpatri

Immagine| @Jeanne Menjoulet

La Commissione Europea ha presentato l’accordo che dovrebbe riformare la Convenzione di Dublino del 1991: il patto di Migrazione e di Asilo non è un documento avente forza di legge, ma introduce lo scenario in cui intervenire in futuro.

E sembra che chi decida, democraticamente votato da noi cittadini europei, sia preoccupato più di andare incontro a quei paesi europei che si rifiutano di accogliere persone migranti (si è rinunciato alle quote obbligatorie dei richiedenti asilo, per esempio) che non di andare incontro alle persone che continuano a morire, in mare e in montagna, alle soglie dell’Europa. Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione con la delega alla promozione dello stile di vita europeo, ha spiegato che ha dovuto trovare un compromesso realistico tra le esigenze di tutti i singoli Stati.

Le parole sono importanti

Nel compromesso realistico le persone muoiono male. E muore la nostra umanità. Ogni giorno. Sulla rotta balcanica, nei campi di concentramento libici. Ieri l’incendio a Moria, oggi il Rapporto di Amnesty International, intitolato Tra la vita e la morte, che certifica nuovamente cosa accada in un clima di impunibilità nel paese nordafricano. E domani?

Domani sigilleremo le frontiere del nostro vecchio e livoroso continente e promuoveremo la solidarietà dei Paesi europei nei confronti dei Paesi europei (!) che rimpatriano i migranti. In cosa consiste questa solidarietà? Se un Paese (soprattutto dell’Europa dell’Est) rifiuta di accogliere persone migranti può essere solidale con gli altri Paesi europei finanziando i rimpatri. Sponsorizzando i rimpatri, han detto. Fino ad oggi il principale ostacolo ad essi non erano tanto i costi quanto l’indisponibilità dei Paesi di origine delle persone migranti a stipulare patti bilaterali per questi rimpatri. E ci si chiede come si pensa di superarlo.

Facile citare Orwell e il suo indimenticabile 1984 con la lista di ossimori che fondavano la società del romanzo: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Con questo accordo, in Europa se ne è affermato un quarto: la solidarietà è egoismo. Per essere Europa, per far sì che mantenga la coerenza con la sua storia e i suoi ideali fondativi, c’è bisogno che non sia più così. È ora di rideclinare il termine solidarietà, pensando a quelle esperienze di giovani, ma non solo, che fanno il possibile per cambiare.

I venti delle politiche nazionali soffiano forte anche tra le stelle della bandiera dell’Unione Europea; il Parlamento Europeo valuterà questo patto nei prossimi mesi, ma è certo che un’unione al basso di individualismi nazionali è inaccettabile, e dubitiamo che sia coerente con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, della Convenzione di Ginevra e della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Oltreoceano si è tornati indietro di 50 anni e si deve scendere in strada a gridare “Black lives matter”, noi qua non lo stiamo (ancora) facendo.

Le soluzioni? Molte organizzazioni che lavorano sul campo (e in acqua) le snocciolano, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e SeaWatch tra le altre: ripristinare migliorandolo i sistemi di accoglienza nazionali, promuovere corridoi umanitari, organizzare operazioni di ricerca e soccorso naufraghi (tra poco ResQ sarà in mare!), strutturare un sistema obbligatorio e automatico di ricollocamento delle persone che arrivano in Europa, proteggere i diritti umani dei cittadini stranieri che arrivano in Italia.

Anche quelli che non vanno alla Juventus, intendiamo. Anche quelli senza sponsor. Lives matter.

 

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

#cittadinanza #diritti #suarez Ius culturae. Oggi su @larepubblica

Un post condiviso da Mauro Biani (@maurobia) in data: