La spiritualità è femminile, è donna. È emozione senza essere sentimentalismo. È cura senza scivolare nella dipendenza. È profondità inesausta sempre inquieta. Terra e cielo insieme. Madre e matrice.

Dev’essere stato l’incalzare delle domande di una giovane, giovanissima, mamma a costringermi a ripensare le mie categorie, le mie risposte già bell’e fatte per scrutare un poco il profondo desiderio che abita il cuore delle nuove generazioni. Lo chiamo desiderio perché rimanda alle stelle (de-sidera), a qualcosa che tiene insieme l’oscurità e il mistero con la luce e la bellezza. Desiderano una spiritualità non confezionata nelle parole del passato, non irrigidita nei nostri riti, non sciroppata come una stanca litania… ed è un desiderio che, se smettiamo di giudicarli sui nostri parametri obsoleti, ci può aiutare a reinventarci.

Una cosa in particolare mi colpisce: la capacità che hanno loro, le nuove generazioni, di tenere insieme il mistero di Dio e il volto dell’umano; la profondità delle emozioni e la responsabilità del creato; la fragilità della vita e l’audacia di osare oltre. La spiritualità è il femminile di cui abbiamo bisogno per rispondere all’arroganza della violenza e della superficialità che vanno per la maggiore. La violenza è superficiale, è distruttiva. Essere spirituali è seminare atti di gentilezza, è coltivare sguardi che vedono oltre la bruttura, è amare l’altro abbracciandolo proprio nel momento in cui lo manderesti… al diavolo! Tutti possono essere spirituali, non è la prerogativa (quanto mai inesatta) degli addetti ai lavori, è propria di ogni uomo e di ogni donna.

Ogni volta che ci avviciniamo a qualcuno o a qualcosa con attenzione e con amore, non quando le cose sono facili ma proprio quando sono più difficili e ci costano lacrime e sangue, allora un’energia nuova si mette in circolo e invertiamo l’andamento delle cose. È la spiritualità della trasformazione.

P. Giuseppe Bettoni, presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato su La Repubblica (ed. Milano) il 2 agosto 2020.