Ci sono gesti e parole di Gesù che si possono comprendere bene e con più profondità solo dopo la Pasqua.  Se noi provassimo a rileggere queste righe del cap. 15 di Giovanni senza sapere che Gesù è morto e risorto, rimarrebbero parole sicuramente belle, ma non avrebbero la stessa forza che ci trasmettono ascoltandole dopo averlo visto morire e risorgere. Perché rileggere dopo la Pasqua parole come: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» assume tutto un altro spessore.

Non solo, Giovanni ha sotto gli occhi una comunità di discepoli che già alla fine del primo secolo cominciava ad avvertire tutta la distanza, anche solo di quasi settant’anni, dagli eventi della Pasqua di Gesù. È curioso ad esempio come nel vangelo di Giovanni non ricorra mai il termine «chiesa», così come Giovanni non chiama mai i Dodici con il titolo di «apostoli», ma li chiama sempre «discepoli».

Giovanni non usa il termine chiesa intenzionalmente perché avverte l’urgenza di insistere sulla qualità delle relazioni per un modello di chiesa con il quale si pone in dialettica, ed è una chiesa già istituzionalizzata che in qualche modo sembra preoccuparlo. Per questo incalza con i verbi che abbiamo ascoltato: dodici volte si parla di amore e di amicizia, quattro volte è nominato il Padre … in un pressante argomentare che Gesù precisa come “mio”: “il Padre mio”, così anche l’amore è “il mio amore”, “i miei comandamenti”, “i miei amici, la mia gioia”.

Giovanni in qualche modo vuole ricordare alla comunità dei discepoli che non si dà alcun diaframma tra Gesù e loro, che la chiesa è essenzialmente una comunità di amore, un amore che si vive nella misura in cui i discepoli rimangono innestati nell’amore di Gesù, come la i tralci nella vite (ecco una metafora per dire la chiesa), il quale a sua volta è innestato nell’amore di Dio Padre. Quello di Giovanni è un pensiero circolare: l’amore viene dal Padre e si manifesta in Gesù, il quale ama di questo amore i suoi discepoli e i suoi discepoli a loro volta si amano tra loro così.

Queste premesse sono importanti per comprendere che già con Giovanni si percepisce una condizione della Chiesa che ci riguarda e che ne ha segnato la storia millenaria. Una chiesa che avendo come priorità quella di difendere la fede e l’ortodossia nel tempo si è andata molto strutturando e organizzando a livello istituzionale e ha prodotto solenni professioni di fede, ma in quei Credo non ricorre mai il verbo “amare”.

Giovanni è consapevole della necessità di una chiesa strutturata, ma non senza l’amicizia e l’amore. Infatti quando Gesù incontra Pietro dopo la Pasqua, la domanda che rivolge al discepolo considerato la roccia, è tutta sull’amore, non tanto sulla fede. Non gli domanda: credi in me?  Ma mi ami tu? Per tre volte Gesù pone Pietro di fronte al primato dell’amore e dell’amicizia.

Possiamo dire di avere di fronte due modelli di chiesa, una chiesa costruita sul modello famigliare nel quale domina il modello padre-figlio dove prevale un discorso gerarchico. Una chiesa costruita sul modello affettivo che muove anzitutto da Dio che ci ama da amico e in questa relazione di amicizia ci sono delle funzioni diverse, ma non si dà un superiore e un inferiore.

Il modello giovanneo è quello di una chiesa di amici, e nell’amicizia siamo sempre tutti uguali. Anche se poi nel tempo non è stato questo il modello vincente, l’immagine degli amici è caduta quasi del tutto per sopravvivere poi nella realtà delle cose nei gruppi, nei movimenti… in ambiti per lo più ristretti, dove tra l’altro si insiste molto sulla decisione di essere cristiani, sulla ferma volontà di esserlo, come scelta che il soggetto compie.

Giovanni quando ricorda le parole di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portate frutto», sottolinea un altro aspetto, ovvero che la chiesa non si costituisce per volontà di chi ne fa parte. Nessuno di noi, in ultima istanza, sa perché è cristiano. Paolo stesso non voleva essere apostolo, lo è diventato contro la sua volontà. Così era già accaduto ai profeti del Primo testamento: facevano altro nella vita e ad un certo punto sono stati chiamati, hanno fatto l’esperienza di essere afferrati dall’ Eterno e non se ne sono più liberati. In questo senso nessuno sa in definitiva perché è cristiano.

Sono io che ho scelto voi. Dice Gesù. Questa parola ci libera oltre che dalla eccessiva insistenza sulla nostra decisione, ci libera anche dalle appartenenze religiose di tipo etnico. All’inizio del cristianesimo la fede è nata come fuoriuscita dall’identificazione etnica con il popolo d’Israele, quale apertura a tutti i popoli, poi curiosamente lungo i processi storici è andata via via diventando europea, occidentale, si è andata identificando con la coscienza nazionale… con tutte le contraddizioni di cui dobbiamo essere consapevoli.

Papa Francesco con il suo viaggio sull’isola di Lesbo, insieme a Bartolomeo patriarca ortodosso, ci rimanda alla necessità di una chiesa dell’amore. L’amore che considera l’altro amico e fratello, l’amore di amicizia che si preoccupa della sofferenza dell’altro e non solo di quello che appartiene al mio paese, alla mia lingua, alla mia cultura.

Martin Buber nei Racconti dei Hassidim narra di come  una sera due uomini si trovano a sfogarsi in una taverna, ad un certo punto uno dice: «Mi vuoi bene?» L’altro gli risponde: «Certo che ti voglio bene». Allora il primo domanda: «Ma sai qual è la mia pena?» L’altro: «No che non lo so, come faccio a conoscerla?» «Allora non puoi volermi bene, dice il primo, perché non sai qual è la mia pena».  Ecco amare è conoscere la pena dell’altro, finché non si conosce la sofferenza dell’altro, non si ama. ma come amare? cosa introduce Gesù di nuovo?

La differenza cristiana sta tutta in un avverbio, dice Gesù: Come il Padre ha amato me, così.. come io ho amato voi, amatevi gli uni gli altri. «Come». Ecco la parola che fa la differenza cristiana: amare come Cristo, che lava i piedi ai suoi; che non giudica nessuno; che mentre lo ferisci, ti guarda e ti ama; che non guarda gli indici di gradimento, ma cerca sempre chi è rimasto indietro. Chiunque ami così, qualsiasi sia il suo credo, è nutrito dalla linfa dell’amore di Cristo, dell’amore del Padre. Per contro ogni chiusura, ogni ostruzione impedisce alla linfa dell’amore di Gesù di innervare i tessuti vitali del mondo e succede come quando si chiude una vena nel corpo, qualcosa in te, qualcuno attorno a te muore.

La visita di Papa Francesco, il suo raccogliere il grido dei bambini: «Portaci via da qui!» e il pianto disperato dei profughi e il loro appello: «Fate qualcosa per noi», sono il chinarsi della chiesa di Cristo sulle sofferenze dell’uomo per dire l’amore del Padre, sono la carezza della chiesa di Dio, ma sono anche uno schiaffo morale per quei Paesi che nella loro storia si sono serviti della religione come collante identitario nazionale, e che ora in nome di quella stessa identità si trovano a vivere atteggiamenti contrari al Vangelo e costruiscono barriere, muri e separazioni.

Facciamo nostre le parole di papa Francesco che ieri ha pregato così:

«Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza, apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi. Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui, a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle. Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana, siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio».

(At 21, 8-14; Fil 1, 8-14; Gv 15, 9-17)

Immagine | @Rachel Sammanyi