I sogni son desideri, d’altronde. E i bambini di Gaza cosa sognano?

Forse ritornare a scuola, riprendere la vita quotidiana, rivedere amici, amiche e insegnanti, riabbracciare genitori, giocare in un giardino, la fine di questa guerra voluta dagli adulti.

E noi? Con gli occhi al cielo e le voci in piazza domandiamo la pace, che oggi più che mai è diventata così lontana, che ora più che mai ha un valore immenso.

Al termine pace dobbiamo avvicinarci con molto rispetto. Non è il contrario della parola “guerra”: la pace ha una sua identità. La pace ricuce le ferite della distruzione, per farle diventare cicatrici che ci ricordano che il mondo, ma anche noi singolarmente e come comunità, abbiamo bisogno di pace. La pace va trattata con ammirazione, perché riguarda tutte e tutti, e non sarebbe affatto così complicata, se ognuno e ognuna di noi la custodisse dentro di sé.

[📸 Markus Spiske, Unsplash]

La pace è un percorso che ha inizio con un incontro e con il dialogo. In questi tempi “multimediali” ascoltarsi davvero è già un atto di cura, specialmente in un contesto mondiale dove le tensioni sono facilmente polarizzanti ed esasperate. Allora forse, scherzando, potremmo sognare anche un’app per la pace, così che se la usassimo quotidianamente sul nostro telefono ci ricorderemmo – o ci accorgeremmo? – che la pace è un compito individuale che ci collega, oltre i confini materiali.

Alessandra