Sostiamo sotto la croce di Gesù. E già solo questo è tutt’altro che scontato: almeno noi ci fermiamo, non scappiamo, non fuggiamo come hanno fatto alcuni dei suoi amici, come hanno fatto tutti quelli che da lui sono stati guariti, ascoltati, accolti… nessuno di loro è lì a manifestargli riconoscenza, gratitudine e anche quel sostegno umano che nel momento del dolore fa tanto bene.

Ma non ci basta nemmeno stare sotto la croce, perché una volta che sei lì sotto si tratta di vedere dove stai, da che parte ti metti.

Luca rende l’idea in maniera plastica raccontando di «due ladroni», c’è chi come uno dei due malfattori (lett. di uno che fa il male) insulta, bestemmia e grida perché non se ne fa una ragione, non accetta… proprio come fanno anche i soldati che gridano: Salva te stesso!, ed è il ritornello che sentiamo ripetere nella vita di ogni giorno: pensa a te! Fatti furbo!

Dall’altra parte c’è chi riflette, si interroga e si affida, come dice la preghiera del ladrone, quello che noi diciamo essere buono, che si rivolge a lui con parole dolcissime per essere dette in quel momento drammatico: Gesù ricordati, di me.

 

Ci facciamo aiutare dallo splendido quadro di Marc Chagall intitolato «Crocifissione bianca» (1938) che viene riprodotto sul frontespizio del foglietto. Con l’artista ci lasciamo immergere in tutto il movimento espresso nella tela dove leggiamo appunto i due modi di stare nella sofferenza e davanti alla croce.

Il crocifisso è posto nel centro e si distingue per la sua grandezza, la sua posizione e curiosamente, anche per il mantello della preghiera, il tallit, con le tipiche decorazioni ebraiche, che cinge i fianchi di Gesù. Tutto intorno vi sono scene di disordine. Alla sua destra orde rivoluzionarie con le loro bandiere entrano nella scena saccheggiando e appiccando il fuoco alle case di un villaggio. C’è anche un battello di profughi che – con drammatica attualità –  gridano la loro richiesta di aiuto, sbracciandosi; figure emancipate cercano, in primo piano, di salvarsi come quasi volendo uscire dal quadro. Alla sua sinistra si nota un uomo in uniforme nazista che profana la sinagoga e in primo piano un uomo sembra fuggire scavalcando un rotolo della Torah in fiamme. In alto, piangenti, troviamo alcuni rabbini e una donna che fluttuano nella fredda oscurità dello sfondo.

Nel bel mezzo della tela ecco un chiaro raggio di luce che scende dall’alto ad avvolgere di luce la figura del crocifisso che sembra abbandonato nella pace del sonno della morte. Il crocifisso non presenta tracce di sofferenza, mentre è impregnato di sofferenza l’ambiente circostante che rappresenta la disperazione del popolo ebraico durante le persecuzioni antisemite naziste e bolsceviche, ma non solo.

È importante notare che l’autore di quest’opera è ebreo e unisce così in un unico grande quadro elementi particolari della sua tradizione religiosa e il centro della fede cristiana. Chagall vede nel crocifisso, nella passione del profeta degli ebrei e del Dio della cristianità morto come uomo, un’icona universale piantata nel cuore delle violenze e delle crudeltà della storia umana.

Non solo, vi è qui una continuità e una coerenza della Scrittura che racconta il modo di fare di Dio nella storia: come di fronte alle moltitudini chiama un solo uomo, Abramo; come nel dilagare del male e nel diluvio chiama Noè… e potremmo continuare fino ad arrivare al Servo sofferente descritto da Isaia (2° canto, 49,1-7), così Dio continua sia attraverso un piccolo resto, un piccolo gruppo, fosse anche un singolo individuo, ad aprire una via di speranza.

Di fronte ai grandi imperi della terra, una pietra si stacca dal monte e colpisce i piedi dell’enorme statua d’oro, d’argento e di bronzo, di ferro e di argilla, sognata da Nabucodonosor che viene ridotta in frantumi (Dn 2, 31-45). Quella pietra è il Figlio che viene consegnato in questo mondo di peccato… anche lui viene travolto. Gesù sulla croce è travolto dal male. La dinamica del peccato è quella di proliferare. Ogni volta che travolge qualcuno la valanga continua a rotolare e si ingrandisce… In Gesù, l’odio non produce altro odio, la vendetta non produce altra vendetta, il tradimento non produce altro tradimento.

Gesù non ha altre armi se non l’amore per cui rispondere al male con il bene. Quando Paolo darà come regole dell’etica cristiana: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21) egli non farà che applicare al comportamento dei cristiani ciò che ha appreso dalla croce di Gesù. È l’invito struggente della lettera ai Filippesi: Abbiate tra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (2,5). Al dilagare anche nella comunità cristiana di gelosie, invidie, chiacchiere e pettegolezzi: abbiate tra di voi gli stessi sentimenti di Cristo!

Fermiamo la valanga del male, dell’invidia, dell’avidità… che sono presenti anche nella Chiesa di Gesù, fermiamola come ha fatto lui. Gesù sconfigge la morte non perché la evita, ma perché la vince sul suo stesso terreno, cioè morendo, e morendo con amore la priva del suo significato di maledizione.

Chagall appoggia delicatamente una scala a quella croce, una scala che piantata a terra si appoggia tra la luce e il crocifisso: ed è lì come un monito per noi a non pensare che un bel giorno ci sveglieremo e troveremo che il mondo è cambiato senza di noi, mentre dormivamo! Gesù che ha aperto la via ci dice: Se vieni dietro a me si può passare soltanto da qui. Gesù non ci salva in assenza della nostra libertà, in questo senso i due ladroni sono l’icona delle due strade, delle due possibilità.

Come ci sono due modi di vivere, ci sono anche due modi di morire, ci sono due modi di soffrire, di essere angosciati, di essere soli, di piangere. Chi soffre nell’amore, soffre in modo totalmente diverso da chi soffre nella maledizione. Non esiste una sofferenza astratta, che possa essere vissuta nello stesso modo. Esistono le persone concrete con la possibilità di stare in un modo o nell’altro sotto la croce.

Vogliamo oggi sostare sotto la croce di Gesù con animo grato, con la fiducia e il riconoscimento che nulla ci può fare del male. A Gesù fanno del male perché lo fanno soffrire e lo fanno morire, ma non riescono a farlo diventare cattivo come loro!

Ecco è questa grazia che domandiamo oggi. Come diceva il malfattore che prega: Gesù, ricordati di me. Di fronte al male, di fronte all’odio, al razzismo, all’indifferenza… Gesù ricordati!

Qual è la risposta del Signore alla preghiera del malfattore? «Oggi sarai con me nel paradiso. Cos’è questo paradiso? Un luogo, uno spazio, una località della geografia celeste? Quella di Gesù è una promessa consolatoria o è un dato di realtà? Non dovremmo mai dimenticare che la Scrittura si comprende sempre con la Scrittura stessa, infatti nel Cantico dei Cantici quando l’amato dice all’amata: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa mia, sorgente chiusa, fontana sigillata… i tuoi germogli sono un paradiso di melagrane, con i frutti più squisiti» (4,12-13), comprendiamo che il giardino chiuso e il paradiso non sono un luogo, ma sono metafora dell’amata. Perciò quando Gesù evoca agli orecchi del ladrone il paradiso, più che in un luogo, lo vuole introdurre nella comunione con Dio. Come la sposa che partecipa al banchetto di nozze dell’Agnello.

A me sembra che la bellezza dell’amicizia di Gesù valga anche solo per questo: non entri da solo nella comunione con Dio, ma entri «con me»La morte è soglia: fa passare nella vita divina, nell’intimità di colui che è vita, in Dio. E questo avverrà oggi e non chissà quando, ma oggi stesso.

Torniamo con lo sguardo e con il cuore a contemplare la tela di Chagall: raccogliamo il dolore e la malvagità che c’è in noi e intorno a noi nel mondo e che sta tutta intorno al Cristo adagiato sulla croce per pregare insieme:Ricordati Signore di me, di noi tutti.