«Sentinella, a che punto è la notte?» era il titolo che inizialmente avevamo scelto per l’Arché Live 2024, riprendendo il versetto del profeta Isaia che Francesco Guccini aveva trasformato in una delle sue canzoni più misteriose, Shomèr ma mi-llailah?.
Una domanda tanto antica quanto la storia dell’umanità: quanto manca all’alba? Dove siamo? Dove stiamo andando? Forse è anche per questa capacità di superare il tempo che le canzoni di Guccini hanno accompagnato così tante generazioni.
In molti lo definivano “il Leopardi della canzone italiana”: un paragone impegnativo che racconta molto della profondità con cui Guccini ha saputo interrogare il tempo, la storia, la memoria, l’amore, la politica, la morte e soprattutto l’essere umano.
Per chi è cresciuto con le sue canzoni, però, Guccini è stato anche qualcosa di più semplice e personale. Le sue parole sono entrate nei viaggi, nelle amicizie, negli amori, nelle discussioni infinite e in alcuni dei ricordi più belli. A volte viene da pensare che, sommando tutte le ore trascorse ad ascoltarlo, sia stato una delle persone con cui abbiamo passato più tempo nella vita.

Foto tratta da “Guccini racconta Francesco“
E poi c’erano i concerti. Bellissimi, lunghi, pieni di parole, racconti, battute e divagazioni. Serate capaci davvero di incendiare l’aria, nelle quali migliaia di persone cantavano insieme storie che sembravano appartenere a ciascuno singolarmente e a tutti contemporaneamente.
Ma Guccini ci ha trasmesso soprattutto il valore del dubbio, invitando a non accontentarsi delle spiegazioni troppo semplici, a diffidare delle certezze assolute. Le sue canzoni raramente offrivano risposte facili; piuttosto costringevano a guardare le cose da un altro punto di vista. Ci ha insegnato che si può prendere posizione pur continuando a mettersi in discussione, che si possono raccontare gli ultimi senza trasformarli in categorie, che si può fare politica senza perdere di vista le persone.
Come nei suoi testi, anche nel lavoro educativo non esistono vite riducibili a una definizione. Oltre le “fragilità”, i “problemi”, gli “utenti” o i “bisogni”, esistono persone con una propria storia, le proprie contraddizioni, i propri desideri e la possibilità, sempre, di cambiare strada. Anche per questo Guccini può continuare a essere una fonte di ispirazione: perché nelle sue canzoni ha raccontato uomini e donne senza giudicarli dall’alto, lasciando spazio alla complessità, alla memoria, alla dignità e persino al fallimento.
Da Bisanzio a Odysseus, da Cyrano a Shomèr ma mi-llailah?, la sua poetica ci ricorda che comprendere il mondo significa innanzitutto continuare a interrogarlo.
«Sentinella, a che punto è la notte?». La risposta di Isaia non prometteva scorciatoie; «La notte sta per finire, ma l’alba non è ancora giunta. Tornate, domandate, insistete!». Il continuo alternarsi di buio e luce racconta bene il lavoro di chi prova ogni giorno ad accompagnare le persone nei momenti più difficili della propria vita.
Francesco Guccini ci ha lasciato, ma la sua musica rimane per sempre. E non è poco.
Grazie, Francesco.
Simone Zambelli, assistente sociale