Ascoltare questa pagina che conosciamo a memoria, mi fa l’effetto di avvertire una forza straordinaria propria della parola di Gesù: a distanza di tempo lo avverto qui con noi questa sera, lo penso seduto in una delle tende che accolgono le famiglie delle Marche e dell’Umbria sotto lo shock di un terremoto continuo, lo immagino ad Aleppo con quei bambini che non conoscono altro gioco che quello di fare la guerra… dovunque nel mondo ci sia un uomo, una donna, un bambino che piange, che sta salendo la dura montagna della vita, lì è possibile ascoltare questa parola di Gesù.

Gesù sale sul monte e quella montagna è la montagna della vita, è l’accumularsi di dolore, di fatica, di tristezza… di tutta l’umanità. Gesù sale su questa montagna, non le gira intorno, non inventa facili evasioni, e su questa montagna ha parole che aprono il cuore, dilatano l’orizzonte, ci aiutano a sollevare lo sguardo, ci parlano di felicità, di gioia.

Una gioia non legata al successo, al potere, al benessere, non legata a condizioni esterne più o meno fortunate. È la beatitudine di chi non si arrende alla bruttezza e al male, ma continua a immettere germi di bellezza nel vivere quotidiano, a renderlo più vivibile, per sé e per gli altri. Più umano. È la beatitudine di chi si sforza di assumere i comportamenti, lo stile di vita di Gesù, e perviene così a una più profonda rassomiglianza e comunione con lui, l’Uomo delle beatitudini.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Possiamo domandarci come possa essere felice una persona che avverte di avere un cuore povero. Cos’è un cuore povero? Un cuore che non si sente amato, non viene compreso, che non riesce a esprimersi, è povero perché gli mancano gli strumenti culturali, spirituali, al punto di sentirsi inferiore a tutti, giudicato da tutti, mai all’altezza.

E Gesù dice: guarda che tu sei caro al cuore di Dio! Dio è con te, ha messo dentro di te una scintilla della sua vita e tu devi solo scoprire la cenere che la soffoca, che la reprime. Soffia via quella cenere, perché si sprigioni la scintilla che è in te.

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati». Piangere è considerato una forma di debolezza, ma non saper piangere vuol dire anche non sapersi commuovere per il dolore dell’altro, ecco perché forse siamo circondati dal cinismo. Non è facile accettare lo smacco, la debolezza, anche il fallimento di un’impresa… ed è ancora più faticoso cercare di non drogare la tua fragilità: non sarà l’alcool, la droga, il gioco d’azzardo a renderti felice e a illuderti che tu non sia debole. Solo se scendendo nella tua anima saprai piangere lacrime di dolore, potrai conoscere la consolazione e potrai donarla a chi ti è vicino. Perché solo chi sa piangere sa anche accorgersi delle lacrime di chi gli è accanto e costruire così relazioni umane, vere, profonde, indistruttibili.

«Beati i miti». Quante volte siamo impazienti, nervosi, sempre pronti a lamentarci! Verso gli altri abbiamo tante pretese, ma quando toccano noi, reagiamo alzando la voce, come se fossimo i padroni del mondo, mentre in realtà siamo tutti figli di Dio. Pensiamo piuttosto a quelle mamme e quei papà che sono tanto pazienti con quei figli che “li fanno impazzire”. Aspetta, impara la pazienza del contadino che sa che i frutti verranno a suo tempo e intanto rimane saldo e fiducioso che nulla andrà perduto.

Gesù ha percorso questa via: da piccolo ha sopportato la persecuzione e l’esilio; e poi, da adulto, le calunnie, i tranelli, le false accuse in tribunale; e tutto ha sopportato con mitezza. Ha sopportato per amore nostro persino la croce.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». Ci sono santi nel calendario che sono resi tali per il loro impegno e la loro testimonianza per l’educazione, per la carità, per la missione o per i vari misteri della vita cristiana… ma ditemi voi se conoscete un santo reso tale perché ha cercato la giustizia!

Siamo ancora indietro, abbiamo bisogno di rimettere al centro della nostra vita personale, comunitaria, pubblica e civile la ricerca, anzi Gesù parla di “fame e sete” di giustizia, perché come non si può fare a meno dell’acqua e del pane per vivere, così l’uomo non può fare a meno della giustizia per costruire un’umanità degna di tale nome. Cerchiamo la giustizia? La desideriamo così come desideriamo il cibo, un bicchiere di vino? O ci accomodiamo facilmente al modo di fare diffuso? Lasciamo che l’indifferenza trionfi in noi e intorno a noi?

E poi «beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». Ci stiamo lasciando alle spalle un anno che papa Francesco ha voluto dedicare alla misericordia. Non finiremo mai di chiedere un cuore capace di perdonare, di avere misericordia per gli altri, un cuore che smetta di giudicare sempre tutto e tutti, per cercare piuttosto di mettersi nei panni degli altri. Il perdono è la cosa di cui tutti abbiamo bisogno, nessuno escluso. Come diciamo nel “Padre nostro”: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

«Beati i puri di cuore». Peccare di ingenuità sarebbe una grave responsabilità: l’innocenza, la purezza, la libertà del cuore non stanno nel nostro passato incosciente, ma stanno dinanzi a noi come mèta possibile per non usare l’altro o l’altra, ma per guardarlo o guardarla come la vede Dio. Anche il potere che esercitiamo sulle persone che ci sono affidate dovremmo pensarlo avendo nel cuore il dono di Dio che sono gli altri, le loro vite, le loro storie, la loro crescita.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Guardiamo la faccia di quelli che vanno in giro a seminare zizzania: sono felici? Quelli che cercano sempre le occasioni per imbrogliare, per approfittare degli altri, sono felici? No, non possono essere felici. Invece quelli che ogni giorno, con pazienza, cercano di seminare pace, sono artigiani di pace, di riconciliazione, questi sì sono beati, perché sono veri figli del nostro Padre del Cielo, che semina sempre e solo pace, al punto che ha mandato nel mondo il suo Figlio come seme di pace per l’umanità.

Ecco questa è la via della santità che è la stessa via della felicità. È la via che ha percorso Gesù, anzi, è lui stesso questa via: chi cammina con lui e passa attraverso di lui entra nella vita. Chiediamo al Signore la grazia di essere persone semplici e umili, la grazia di saper piangere, la grazia di essere miti, la grazia di lavorare per la giustizia e la pace, e soprattutto la grazia di lasciarci perdonare da Dio per diventare strumenti della sua misericordia.

Sono sentieri percorribili, come ce lo ricorda la moltitudine immensa di uomini e donne che riempiono di bellezza e di gioia l’odierna festività dei Santi. I santi sono coloro che prima di noi non hanno avuto paura di salire il monte del Vangelo e per questo sono stati seminatori di futuro e di speranza.

Proprio nel cuore dell’autunno, quando i contadini raccolgono gli ultimi prodotti della terra, la chiesa contempla i magnifici frutti prodotti lungo la storia dai tralci uniti alla vite vera che è Cristo Gesù. Questi sono coloro che chiamiamo i santi: non sono senza-peccato, non sono supereroi, anzi sono state persone spesso dimesse, quotidiane, che hanno conosciuto la contraddizione e il peccato, ma che hanno creduto nella misericordia di Dio e perciò hanno saputo seminare mitezza, misericordia, pace lungo il solco dei giorni, anche nell’ostilità, anche nel pianto. Sono stati seminatori di futuro.

Essi ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio terreno, ci incoraggiano ad andare avanti. La loro intercessione ci aiuti a camminare nella via di Gesù.

(Mt 5,1-12)