Si sa che il destino dei profeti è segnato, come dice il vangelo di Luca, ricordandoci che il Battista, Giovanni precursore nel deserto, è stato decapitato in prigione: un’esecuzione avvenuta per soddisfare un capriccio, ma anche per mettere a tacere quella voce scomoda.

Le voci dei profeti sono sempre scomode perché dicono cose altrimenti mai udite, così come sono anche voci temute. Giovanni era un profeta scomodo, ma anche cercato. Era contestato, ma anche atteso… perché le sue parole, anzi la sua stessa presenza era un segno di contraddizione. Osava dire alla gente come stavano le cose. Metteva ciascuno dinnanzi alla propria responsabilità… con quella sua voce tonante e il suo abbigliamento sconcertante! Un profeta vecchio stampo, dicevano.

Come deve esserlo stato l’autore della prima lettura, che viene posto sotto il nome del grande Isaia. Si tratta di un’altra figura, vissuta duecento anni dopo, comunque un profeta che dava continuità, sia pure in tempi storici diversi, alla voce di Isaia.

Siamo a metà del V secolo, è appena avvenuto il rientro in Israele dall’esilio di Babilonia, quindi nei rimpatriati c’è un certo entusiasmo, c’è il sogno di un futuro di pace, di tranquillità… devono però fare i conti con coloro che sono rimasti e che avevano continuato bene o male la loro vita, costruendo, lavorando, mettendo su famiglia…

L’esilio è durato 49 anni e non un giorno, quindi coloro che tornavano erano come stranieri, ma lo erano davvero e quelli che erano rimasti e che si erano adattati ai culti e ai costumi dei paesi vicini… apparivano come idolatri e pagani.

Insomma i problemi non mancavano e così le discussioni, i conflitti erano all’ordine del giorno.

In questo contesto risuona la voce del profeta che annuncia la nascita di una nuova condizione.

Il profeta parla di novità, di nuovi cieli e terra nuova…a condizione di volgere lo sguardo verso Dio! Solo così sarà possibile pensare un futuro, solo così saranno possibili nuovi cieli e nuova terra. Nel passo di oggi il profeta incalza la sua argomentazione con il verbo creare, il sostantivo gioia e per quattro volte i verbi dimenticare, scordare… Il cambiamento è possibile annuncia il profeta grazie a quei pochi che sono fedeli e che non hanno paura di rimanere ancorati in Dio.

E questo è importante perché il cosiddetto Terzo Isaia, oltre a denunciare l’ingiustizia, la corruzione, gli imbrogli, fenomeni di ogni momento storico, getta lo sguardo oltre la cronaca, sul futuro: dove andiamo a sbattere se abbandoniamo l’Eterno?

Il profeta è inascoltato perché disturba, perché arriva a comprendere i fatti molto prima che gli altri li comprendano. La sua parola è tempestiva perché non aspetta di vedere le conseguenze che gli altri possono vedere… Lui le vede già, le intuisce.

Non sempre si è disposti a farsi dire cose così.

Ed è quello che accade con Gesù nel vangelo di Luca quando raccogliendo l’eredità del Battista, si presenta a sua volta come profeta. Questo non significa che riprende a gridare nel deserto, ad annunciare fuoco e fiamme… Il Signore fa due cose: prese loro a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

L’essere profeta per Gesù significa essenzialmente fare queste due cose: parlare di Dio e prendersi cura di chi ha bisogno.

Sembrerebbero due cose ovvie, scontate, direi quasi banali. Eppure se le ascoltiamo con tutto il carico di sfide e di problemi che ci sovrastano, ci trasmettono un senso di leggerezza e di verità che non ha pari.

Come venire fuori dalla nostra condizione? Come possiamo essere a nostra volta profeti in questo frangente della storia? Tornando dalle vacanze sappiamo qualcosa in più non tanto di quanto il mondo sia migliorato o se sia andato via via peggiorando, ma di dove sta andando? Quali sono le nostre convinzioni profonde quando pensiamo al tempo che verrà?

Ciò che è sicuro è che oggi prevalgono parole di odio e violenza. Le orecchie di molti si sono chiuse, l’ascolto è diventato impossibile. Ci stiamo omologando nella logica dell’amico/nemico. La crisi non è più in mano di chi governa. Abitiamo un tempo di trasformazioni radicali che generano paure e disagi.

Eppure nel deserto di umanità che ci troviamo a vivere permangono attuali i due atteggiamenti di Gesù: parlare del regno di Dio e prendersi cura di chi ha bisogno.

Anzitutto ci vuole coraggio a parlare di Dio oggi. Non intendo parlare di Dio in termini apologetici, Dio non ha bisogno di avvocati difensori, ci pensa da sé. Piuttosto è raro trovare chi sia capace di parlare di lui con parabole, condividendo storie di vita, raccontando di come dentro l’umano fiorisca il divino.

Ieri era difficile parlare di Dio perché per alcuni la fede religiosa era concepita come sublimazione della povertà, come evasione dall’oppressione, come compensazione del bisogno… Chi non ricorda la definizione  di Marx, nella sua introduzione alla filosofia del diritto di Hegel, secondo la quale la religione è il gemito della creatura oppressa, e l’oppio del popolo?

Oggi è difficile ancor più perché per molti contemporanei la fede religiosa a seguito delle scoperte scientifiche di come funziona la mente, viene concepita quale conoscenza immatura e insicura, come una pseudoscienza, un tentativo ingenuo e maldestro.

Ho letto un articolo che si poneva questa domanda: Di cosa è fatta la coscienza? E affermava che chi sostiene che per comprendere la mente non basta pensare che sia solo materia, è facilmente accusato di misticismo.

Ma noi possiamo parlare di Dio? Certo che possiamo, ma dovremmo poterlo fare imparando da Gesù e così parlare del “regno di Dio”, cioè per metafore, per esperienze umane che si dischiudono al mistero, quelle esperienze che facciamo ogni giorno, a partire anche dalla tecnologia che ormai fa parte delle nostre vite.

La nostra esistenza è come un viaggio e per viaggiare in auto ormai non usiamo quasi più le mappe o le cartine, ci serviamo di navigatori che ci guidano lì dove noi vorremmo arrivare. E ci fidiamo di quella voce che di volta in volta ci guida e ci indica: svolta a destra, gira a sinistra, prendi quella strada piuttosto che l’altra… Sappiamo che c’è una connessione col satellite che ci dà in tempo reale gli aggiornamenti e le condizioni del traffico.

È la metafora della nostra condizione: se solo imparassimo a fidarci della Parola di Dio, saremmo in grado di condurre la nostra vita, il nostro viaggio alla sua méta.

Una seconda cosa fa il Signore: guarisce tutti coloro che hanno bisogno di cure.

Chi non ha bisogno di cura? Noi tutti abbiamo bisogno di essere guariti dalla paura e dalla finzione. Come avremmo bisogno di profeti capaci di smontare le menzogne che oggi seminano il panico. Abbiamo identificato nei migranti il capro espiatorio sul quale riversiamo come in un’antica liturgia le nostre paure ed esorcizziamo l’ansia del futuro, ma in realtà siamo un Paese con il 35 per cento di giovani disoccupati, con milioni di individui in miseria, con gran parte della nostra economia e delle nostre imprese in mano alla criminalità organizzata. Se il Pil fosse schizzato al 15 per cento, le reazioni della gente ai migranti sarebbero molto diverse. Ma la realtà un’altra. E allora oggi come ieri vince chi grida di più.

Ma non ci rassegniamo alla decadenza, non ci arrendiamo allo scivolamento verso l’odio e la barbarie… prendiamo coraggio per parlare di Dio e per prenderci cura di noi stessi e degli altri.

Sì, oggi abbiamo bisogno di profeti che sappiano vedere avanti, che ci offrano una visione del futuro della storia e del mondo. Ma, ammesso che ci siano profeti simili, e sono sicuro che il Signore non manca di inviarceli, sapremmo ascoltarli?

Risuonano profetiche le parole di Nelly Sachs, poetessa ebrea tedesca, che negli anni ’40, rifugiatasi in Svezia per sfuggire alla persecuzione (premio Nobel nel 1966, + 1970) si domandava:

«Se i profeti irrompessero

per le nostre porte della notte

incidendo ferite di parole

nei campi dell’abitudine…

Se i profeti irrompessero

per le porte della notte

cercando un orecchio come patria

Orecchio degli uomini ostruito di ortiche,

sapresti ascoltare?

Se i profeti si levassero

nella notte degli uomini

come amanti in cerca del cuore dell’amato,

notte degli uomini

avresti un cuore da donare?».

 

(Is  65, 13-19; Ef 5, 6-14; Lc 9, 7-11)