scuola

La scuola è un luogo, ma anche un’esperienza di vita. Poi certo è anche apprendimento, acquisizione di nozioni e competenze.

Il noto professore e cantante Roberto Vecchioni, in una recente intervista, ne parla così: “La scuola è libertà, felicità, gioia, stare insieme. Non può essere isolamento davanti ad uno schermo e apprendimento a distanza. La scuola è godere e soffrire con gli altri, è partecipare alla vita perché la scuola è vita”

Parole condivisibili e che entrano a pieno diritto nel dibattito, che da più parti si sta infiammando, riguardo alla scuola in tempo di pandemia.

La scelta di sospendere le lezioni e attivare la cosiddetta DAD (didattica a distanza) non è facile e, soprattutto ha delle ricadute sulla vita quotidiana di ragazzi e famiglie. Anche nella Corte di Quarto, o nelle comunità di accoglienza di Arché,  sono proprio loro a vivere sulla propria pelle le conseguenze delle scelte in questo campo.

Ad esempio, P., un bambino speciale affetto da sindrome di autismo, per cui andare fisicamente a scuola è davvero bello e importante.

Non ha bisogno, infatti, di didattica a distanza, ma di un luogo vero dove sperimentarsi e dove relazionarsi con la sua insegnante di sostegno. Che però, malgrado la necessità, non c’è. Da inizio anno.

La mamma di P. apprende con difficoltà (e anche un po’di giustificata rabbia) questa notizia che gli viene data all’istituto dove è iscritto.

Che fare? Bisogna aspettare.

Di chi è la colpa? Difficile dirlo.

La scuola è un sistema complesso fatto di luoghi, persone e tanta, troppa, burocrazia.

Chi vive in una zona periferica probabilmente già prima della pandemia viveva e frequentava una scuola non proprio all’altezza del suo compito e oggi forse si trova a vivere la stessa difficoltà, ma moltiplicata: dall’angustia degli spazi da condividere con tutta la famiglia e dai pochi strumenti a disposizione. A partire dalla banda larga che non sempre, e non ovunque, è garantita. 

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A. è una bambina vivace, vive alla Corte e la mamma lavora tutto il giorno. Un sospetto caso di contagio nella sua classe l’ha costretta a casa e la mamma, ovviamente, ha chiesto un permesso al lavoro pur di stare con lei.

Un giorno A. aveva bisogno di aiuto con la lezione a distanza (il tablet non è di ultima generazione, ma bisogna accontentarsi), si inizia a collegarsi e da subito si capisce che non sarà per niente facile per la maestra: bisogna gestire a distanza le stesse difficolta che si hanno in un’aula normale, ma a distanza.

La maestra prova a fare del suo meglio: talvolta deve alzare la voce perchè i fratellini dei suoi alunni disturbano la lezionementre i genitori approfittano per fare altro.

“Luca”, grida la maestra, “non distrarti”. Microfoni accesi, poi spenti, non si sente bene chi si sta impegnando a fare la sua lettura. Non va meglio con il dettato e chi è più lento,  fa ancora più fatica. Poi cade la comunicazione perché è finito il tempo concesso dalla piattaforma e ci si ricollega di nuovo.

No, non è come stare in classe.

Dobbiamo rendercene conto: andare a scuola, anche di pomeriggio, anche se non è la più efficiente possibile, è sempre meglio.

Inutile nascondere le difficoltà della gestione di questo momento, ma forse le migliori energie dovrebbero essere spese proprio per la scuola.

Luoghi migliori e sicuri, capaci di rendere effettivo un diritto costituzionale non meno importante di altri 

Come non ricordare il luminoso e sempre attuale esempio di Barbiana: la scuola come luogo in cui si imbattono le disuguaglianze e si danno gli strumenti per essere i cittadini di domani.

La pandemia forse arriva come una buona occasione per fare una vera e più radicale riforma della scuola.

Che non può e non dev’essere considerata una cenerentola.