La mia posta elettronica mette i messaggi di Arché tra la posta indesiderata e questa è una delle tante prove di stupidità del sistema digitale, dell’inesorabile necessità di tenere vivo il pensiero analogico, che ci dà quel discernimento che al digitale manca: per quanto complesso sia il modello e l’interazione delle variabili, lì tutto si basa su un giudizio binario.

Provo a collegare il limite del binario a quello che sta succedendo in un mondo che vorrebbe dividersi tra chiuso e aperto. Lo abbiamo visto sulle frontiere, sull’accoglienza, sulle porte di casa… Ed oggi lo vediamo anche nelle misure per il contenimento dei contagi provocati dalla buffa pallina bitorzoluta, che ha seminato tanto panico.

Non ho la più pallida idea se sia più corretto chiudere tutto o lasciare tutto aperto (sembrava che l’Inghilterra volesse provare questo secondo sistema).

Fatto sta che anche a fronte della scelta del tutto chiuso, pare che qualche cosa si liberi. Qualche cosa che è stato troppo prigioniero del “non c’è tempo”, dell’eterodirezione delle idee, dei tweet e dei like. Oggi, nell’era del tutto chiuso, c’è un più tempo; quel tempo in più che lascia spazio a qualche cosa che va oltre le tweettate tanto care agli urlatori. Il tempo per il pensiero. Ormai anche le concitate voci televisive che hanno riempito le prime giornate sono venute a noia; la serie di numeri e di opinioni non interessa più; bisogna aspettare il famoso picco che richiede ancora qualche giorno. Una volta tanto non abbiamo la risposta subito. E allora che si fa? Inevitabile scivolare nel pensiero; non dico meditazione, basta il pensiero, il pensiero di ciascuno, la consapevolezza dell’essere come individuo, come individuo dove si è, rispetto agli altri, rispetto ai desideri, alle aspettative e al riconoscimento di ciò che conta, di ciò per cui si è “essere”.

C’è una canzone popolare tedesca che risale alla fine del ‘700 il cui titolo è Die Gedanken sind frei (I pensieri sono liberi), di originarie quattro strofe che celebrano i pensieri nella loro assoluta libertà: si dice che nessuno possa impedire di pensare, nessun cacciatore può uccidere i pensieri, anche in prigione i pensieri non possono essere contenuti dalle sbarre,… (ovviamente in epoca nazista era vietato cantarla).

In realtà gli androidi e simili sono andati molto vicini all’uccisione del pensiero, ma quello che sta succedendo mi sembra dimostri che non ce l’hanno fatta.

Si sta riscoprendo il pensiero; il piacere delle relazioni, il bisogno di relazioni e l’inutilità del panico.

Il prolungarsi di questa strana situazione ha smorzato anche il panico.

Fin qui tutto bene. Per chi può.

Ma come vanno le cose nei luoghi dove lo spazio è poco e dove la troppa prolungata vicinanza porta a crescente reciproca intolleranza? Quanta sarà la violenza fisica o psichica nei confronti di chi è più fragile, alimentata dall’isolamento e dalla diseducazione alla tolleranza ed all’accettazione del prossimo? Quanta sofferenza e solitudine?

In mezzo vedo le nostre comunità nelle quali sono portato a immaginare questa delicata tensione tra pensiero e intolleranza, tra attenzione e preoccupazione, tra distanza e relazione. Quanto lavoro!

Già normalmente c’è un abisso tra quello che fate e il minimo sostegno che riusciamo a darvi; in questa situazione si avverte ancora di più, ma con questo cresce anche il desiderio di farvi sentire che almeno il nostro pensiero vie è tremendamente vicino, con la certezza che non costituisce un pericolo. Forse un aiutino.

Carlo Alberto Giovanardi
Avvocato, consigliere di Arché