Un volontario di Fondazione Arché al termine delle consegne con due beneficiarie

Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca. Il virus non guarda in faccia a nessuno, questo è assodato, ma non vuol dire che le conseguenze della pandemia siano uguali per tutti. Siamo sotto la stessa tempesta, ma non tutti hanno le medesime opportunità. Anzi la pandemia ha fatto emergere molte disuguaglianze sociali che erano rimaste latenti. Non è lo stesso trascorrere l’isolamento in un appartamento di 50 mq o in una villetta. Non è lo stesso per un ragazzo avere o non avere il tablet per accedere alle lezioni on line. Alcuni minori hanno perso anche l’unico pasto decente della giornata. Eppure la nostra città ha saputo e continua ad esprimere una solidarietà tanto silenziosa quanto efficace.

Solidarietà significa essere responsabili in solido di un affare, di un’impresa in cui ciascuno è sì responsabile per sé, ma porta anche tutto il carico dell’altro, nel caso in cui questi si sottragga. Ecco essere solidali non è semplicemente un atto di bontà, è un gesto di responsabilità. Se non è accaduto che la nostra società liquida, come l’ha definita Bauman, si squagliasse del tutto, è forse grazie anche alla solidità di chi non si è lasciato paralizzare dalla paura, non si è chiuso nella torre dell’individualismo, ma ha inventato modalità coraggiose e rispettose per rendersi prossimo. Come i nostri cento e più volontari che si sono impegnati nella distribuzione dei pacchi alimentari, nel seguire da remoto i bambini per i compiti, nell’inventare video-animazioni per i più piccoli o anche per continuare, sempre da remoto, i corsi di italiano. Senza contare la continuità del servizio che gli educatori hanno mantenuto sia nelle comunità genitore-bambino, sia nei territori.

Per anni ci hanno predicato che il Samaritano della parabola era “buono”. Ma nel vangelo non c’è alcun aggettivo. Il samaritano è il samaritano, punto. Non sappiamo se fosse buono o cattivo. Forse come tutti noi aveva dei sentimenti buoni e altri meno buoni. Ma non è questo che fa la differenza. La differenza la fa il fatto di avere incisa sulla pelle la discriminazione, l’estromissione, l’essere controllato alle frontiere e giudicato impuro e malvagio per il solo fatto di essere un samaritano, ma proprio per questo ha saputo vedere nel malcapitato il suo stesso dolore, ha letto nel suo cuore la propria stessa ferita. La responsabilità è quando la ferita dell’altro diventa la mia ferita. Quando la sofferenza dell’altro si incide nella mia anima. Anche a Milano il miracolo non cade dal cielo come un fulmine, ma succede se e quando ciascuno con un po’ più di umanità rompe le gabbie dell’efficienza, dell’individualismo e della paura.

 

P. Giuseppe Bettoni

Presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato su la Repubblica, il 9 dicembre 2020.