La salute mentale da sempre è appannaggio solo di chi può permetterselo. La pandemia ha aggravato l’equilibrio e le condizioni psicologiche di molti. Possibile che ancora oggi a livello politico non ci sia un’attenzione e una sensibilità per favorire la cura di questa dimensione della vita? D’altronde chi di noi non ha avvertito un certo disagio intimo, una sofferenza profonda, non tanto all’esordio della pandemia, perché durante il primo lockdown abbiamo attinto alle nostre energie profonde per rispondere a quella che poteva sembrare un’emergenza comunque limitata nel tempo. È stato proprio durante la seconda, la terza ondata che il dolore dell’anima si è fatto più acuto. Relazioni ormai interrotte per mesi e solo virtuali, spazi di vita ristretti, improvvisa perdita del lavoro, mesi poi trasformati in interi quadrimestri lontani dai banchi di scuola… Sono solo alcune delle cause che hanno aggravato l’equilibrio e le condizioni psicologiche di molti, ragazzi, giovani e adulti. Anche la tanto sbandierata capacità di resilienza per un tempo così prolungato e appoggiata unicamente alle proprie forze non ce la fa più.

Per questo abbiamo avviato un servizio di supporto psicologico gratuito nel quartiere di Quarto Oggiaro, con il nome evocativo: ConTeSto per dire la necessità di stare affianco al perdurante dolore psichico di molti. Infatti tutte le persone che si sono rivolte al servizio hanno richiesto con profonda consapevolezza una psicoterapia, con il desiderio di poter dedicare a se stessi uno spazio di cura. Gli aspetti del servizio che sono stati accolti con maggior interesse sono stati l’assenza di un limite massimo di colloqui, con la possibilità di poter intraprendere un percorso unico e unitario, dove poter mettere mano a se stessi nella propria interezza.  Molto spesso i servizi nel pubblico o che erogano terapie gratuite hanno una durata massima di incontri che molte volte costringe chi ha bisogno, ma non la disponibilità, ad attingere a più servizi frammentando così il lavoro su di sé. “Quanto tempo abbiamo? Oh! Quindi non devo scegliere cosa dire, posso parlare di tutto!”.

Un altro aspetto che è stato accolto con molta rassicurazione è stata la definizione del servizio come uno spazio da vivere insieme, un punto fermo sul territorio dove poter guardare alla propria vita e ai propri vissuti senza essere sin da subito inserito all’interno di un servizio sanitario molto connotato dal punto di vista delle persone che vi accedono. Alcune persone hanno riferito che non sarebbero mai andate presso un servizio pubblico perché non volevano ricevere troppo attenzioni o prese in carico multiple, mentre si stavano avvicinando alla possibilità di capire come e perché potesse avere senso occuparsi di sé, della propria vulnerabilità. «Non voglio andare in Cps, prima voglio capire cosa sto vivendo»; «Ho preferito venire qui perché non sono sicura/o di volerne parlare».

Le domande che più hanno accompagnato le persone che ad oggi hanno varcato la soglia di ConTeSto riguardano questo livello: la possibilità di fermarsi su di sé in uno spazio che lo permetta senza andare nel fare, quanto piuttosto sullo stare insieme in ciò che si sta vivendo. «Sicuramente ci sono persone che hanno più bisogno, più urgenza, io non saprei dire se sto male, posso aspettare, sono qui solo perché vorrei capire se è lo spazio giusto per poter capire chi sono». Perché nel Pnrr non si prevede di sostenere adeguatamente la cura del dolore dei cittadini che non possono permettersi economicamente di accedere a un terapeuta? La salute mentale è appannaggio solo di chi può permetterselo?

Articolo pubblicato domenica 9 gennaio 2022 sulle pagine milanesi di La Repubblica.