C’è un libro appena uscito, intitolato Non facciamo del bene, un’inchiesta sulla cooperazione sociale, e la Canzone del Maggio di Fabrizio De André che recita: “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Noi, come enti del terzo settore, come cittadini e cittadine che hanno scelto di fare volontariato o di lavorare all’interno del mondo dell’aiuto e della cura, oggi siamo coinvolti e abbiamo bisogno di una profonda riflessione.
Il terzo settore ha avuto un ruolo estremamente importante nello sviluppo del welfare nelle nostre città. Oggi, soprattutto nelle regioni del Centro Nord abbiamo un sistema dei servizi sufficientemente consolidato. Ma in questa posizione consolidata, siamo ancora capaci di rischiare, di essere creativi, di rivoluzionare i nostri interventi, di “fare” anche ciò che non conviene, di rapportarci con l’ente pubblico in maniera autonoma rivendicando il nostro proprio e la necessità di dare risposte diverse ad una società profondamente mutata?
Dobbiamo tenere insieme la dimensione sociale e politica con la dimensione economica: siamo lavoratori e lavoratrici e alla fine del mese dobbiamo arrivare a uno stipendio. Però siamo enti del terzo settore, siamo non profit, nasciamo da una storia valoriale, culturale e politica. Tenere oggi in piedi questa doppia attenzione non è facile, perché è da una trentina d’anni che il welfare nato negli anni ’60 e ’70 si sta sgretolando, diventando sempre più residuale all’interno di una logica prestazionale.

[📸 Jezz Zoerb, Unsplash]
È un welfare più povero, con problemi più complessi, con persone che incontriamo nei nostri servizi portatrici di situazioni sempre più difficili e spesso multifattoriali. In questo scenario ci troviamo a dover tenere insieme le due dimensioni, quella economica e quella valoriale, con sempre maggior fatica. Possiamo dire — e dobbiamo avere il coraggio di dirlo con forza — che per molte organizzazioni la dimensione economica è diventata preponderante e la missione valoriale è secondaria.
Le scelte vengono prese avendo come primo criterio un principio economico, e quindi facciamo la “gara al ribasso” come organizzazioni del terzo settore. Accettiamo di gestire servizi che non rispettano quello che per noi è, o dovrebbe essere, la dignità della persona e la sua autodeterminazione: “Vabbeh, meglio di niente”, “meglio noi che altri”, ma quanto siamo consapevoli del rischio di creare per esempio strutture, comunità e servizi che rispondono a mandati di sicurezza e di contenimento piuttosto che di creazione di futuro?
Quanto siamo capaci, all’interno delle nostre organizzazioni, di promuovere ciò che promuoviamo sui territori, cioè percorsi democratici? Quanto le nostre organizzazioni attuano percorsi di partecipazione, sono trasparenti, valorizzano le persone che lavorano o fanno volontariato? Lo sappiamo tutti: i giovani fanno fatica a venire a lavorare nelle nostre organizzazioni. Già dalle università — le facoltà di Scienze dell’educazione non riescono a riempire i posti disponibili — si vede chiaramente. È un problema dei giovani o è anche un nostro problema?
È sicuramente un problema di infrastruttura: la cura e l’attenzione alle marginalità non sono valori dominanti in questa società. Però dobbiamo interrogarci: quanto siamo attrattivi come organizzazioni, quando chiediamo a un giovane di gestire un servizio complesso con uno stipendio che sta diventando sempre più povero? Trent’anni fa, quando ho iniziato a lavorare, ho scelto di non diventare ricca: avevo abbracciato una scelta di senso e comunque arrivavo bene alla fine del mese. Oggi — e a Milano ancor più — uno stipendio da educatore, da contratto, rischia di rientrare nel lavoro povero.

Caterina Pozzi all’Arché Live 2025 [📸 Sara Fileti]
Dobbiamo uscire dai nostri servizi come organizzazioni del terzo settore e dobbiamo stare sui territori. Tre anni fa, come CNCA, abbiamo cambiato non la sigla ma il nome: da “comunità d’accoglienza” a “comunità accoglienti”, perché dobbiamo tornare a uscire, a parlare con cittadini e cittadine, a creare alleanze inedite con altri soggetti che si occupano di sociale in modi diversi. Noi, enti del terzo settore, non siamo i detentori del sociale: il sociale lo dobbiamo costruire insieme alle persone sul territorio.
Se non rivendichiamo — e se non siamo capaci di agire — questo ruolo politico, rischiamo di essere residuali, come lo sono le persone che incontriamo. Rischiamo di non essere più luoghi in cui i giovani hanno voglia di investire le proprie competenze e la propria dimensione lavorativa.
L’altra questione su cui dobbiamo interrogarci è quanto sappiamo dare voce alle persone che incontriamo. Le persone che incontriamo sono ai margini, non piacciono, sono percepite come “mostri”: tossicodipendenti, migranti, rom, detenuti. Quanto sappiamo davvero dare loro parola e costruire spazi in cui possano prenderla?
Quando nel 1982 il CNCA fu fondato c’erano dieci punti, dieci “comandamenti” (erano preti): uno recitava “dare voce a chi non ce l’ha”. Oggi, più che mai, noi che siamo in quella terra di mezzo, non da soli, dobbiamo essere capaci di rendere protagoniste le persone nei loro percorsi: stare al loro fianco, ma anche scendere in piazza, insieme ad altri, per rivendicare i loro (e quindi anche i nostri) diritti di piena cittadinanza.

Operatori, operatrici e civiliste di Arché Roma all’Arché Live 2025 [📸 Sara Fileti]
Un altro tema è riconoscerci in un rapporto paritario. Credo che, pur con ruoli e funzioni diverse, nei percorsi di amministrazione condivisa, coprogettazione e coprogrammazione ci debba essere un riconoscimento reciproco, anche a livello di potere. È una gestione diversa rispetto al passato, in cui l’ente pubblico decideva e tu, ente del terzo settore, eseguivi.
Cecco Bellosi, direttore educativo della Cooperativa Il Gabbiano, che coordina comunità per persone tossicodipendenti, ha scritto un bellissimo libro “L’orlo del bosco”, che racconta come noi dobbiamo stare ai margini, sugli orli, ed è da questi orli che proviamo a ricostruire comunità in senso ampio; in questo il nostro quotidiano, le nostre pratiche, le nostre comunità sono delle oasi che funzionano, dove l’economia sociale prevale sull’economia che vede il reddito come unico principio, oasi dove al centro ci sono le persone, dove profit e non profit, disagio e cittadini benestanti, riescono a convivere. Oasi in cui, guarda caso!, c’è sempre un’organizzazione come le nostre che funge da facilitatrice dei processi e nella costruzione di relazione.
Lo sforzo che dobbiamo fare noi, come CNCA nazionale, è rendere queste oasi delle carovane. Queste microesperienze autosufficienti dal punto di vista economico possono rappresentare un modo diverso di vivere e convivere. Lo sforzo sta nel ritrovare un senso politico del nostro agire. Andrea Morniroli, collega di Napoli, dice che, se non vogliamo diventare gli “spazzini del capitalismo”, cioè coloro che fanno il possibile con persone sempre più emarginate e disuguaglianze crescenti, dobbiamo provare a cambiare anche il sistema, che questi scarti produce.
Le piazze pro Palestina, in cui molti di noi erano presenti (se non con il corpo, almeno con lo spirito), ci hanno detto che in tanti speriamo in un mondo diverso, uscendo dalle nostre quattro mura, come all’Arché Live.
È molto importante anche il tema del linguaggio: dobbiamo essere capaci di parlare con cittadini e cittadine “incattiviti”, che non sono “i nostri”. Noi affianchiamo le persone più emarginate ma non siamo tanto capaci o tanto inclini a stare con quella parte di persone che non si interessa o addirittura è contraria a parole quali diritti, accoglienza, cura. Ma spesso sono persone anch’esse colpite dall’aumento delle disuguaglianze e non viste dalle politiche. Con loro dobbiamo trovare linguaggi di pace, aiutarci a costruirli per avvicinarle.
Chiudo con una frase di Franco Rotelli, psichiatra che con Basaglia ha inventato e portato avanti una idea diversa di psichiatria e di visione della società, immaginando ciò che non c’era — un’altra caratteristica che dobbiamo riprenderci: immaginare ciò che oggi sembra inimmaginabile. Dedico questa frase a tutti noi, che ogni giorno siamo qui, lottiamo e crediamo fermamente in ciò che facciamo:
“Il nostro lavoro è provare a rendere conciliabile l’inconciliabile, a considerare possibile ciò che viene proposto come impossibile, a continuare in modo ostinato ma non ottuso a fare un lavoro sociale che non si accontenta, che non contiene ma tenta di cambiare, che sa essere visionario e non pigro, che considera le persone non oggetti ma soggetti con cui lavorare”
Caterina Pozzi
Gli articoli dell’ArchéBaleno 73
🌍 Affrettiamo la venuta del mondo nuovo – Paolo Dell’Oca
💲 Il prezzo del capitalismo – Paolo Dell’Oca
🧪 Gli antidoti alla mostruosità pervasiva che ci circonda – p. Giuseppe Bettoni
👹 Ogni mostro nasce dentro un labirinto – Matteo Camerini
🦉 Il sogno della ragione genera mostri – Giuseppe Mazza
👨🏻🏫 «Educare è un fatto sociale»: dialogo con il prof. Sergio Tramma – Simone Zambelli
🏡 Rinascere nelle relazioni: conversazione con p. Giuseppe Bettoni – Simone Zambelli