Intervista a Carlo Alberto Giovanardi, avvocato, consigliere di Arché

Si occupa di “special situation”. Due parole che destano una certa curiosità, e dentro le quali si intrecciano questioni economiche che riguardano il credito, l’intermediazione finanziaria, le crisi d’impresa e l’insolvenza, la finanza strutturata, il contenzioso bancario e commerciale. Questioni non semplici, dove si annodano numeri e scelte umane, forse anche qualche vicenda di vita. Sono elementi che messi insieme raccontano situazioni complicate. Situazioni che qualcuno dovrà pur cercare di dis-annodare, e quel qualcuno in questo caso è l’avvocato Carlo Alberto Giovanardi, che è anche un membro del consiglio di amministrazione di Fondazione Arché. Fa l’avvocato dal 1985, si è laureato all’Università Statale di Milano nel 1982, dottorato di ricerca, scuola militare alpina, è sposato con due figli e da tanti anni è un grande amico di Arché, che sostiene in tanti modi, anche facendo il volontario. In un certo senso, il conflitto è il suo pane quotidiano. Lo mastica e lo lavora ogni giorno nella sua attività legale, è chiamato ad elaborare ed inventarsi strategie di risoluzione, usando quello che ha imparato all’Università e nella pratica ma anche una buona dose di buon senso e di intuito. A lui dunque abbiamo chiesto di raccontarci come vede il futuro dal punto di vista del conflitto. Il conflitto che esiste tra le persone, tra i popoli e le culture.

Partiamo dall’inizio. Da cosa nasce il conflitto? Dove ha le sue radici?

Credo nasca da una insoddisfazione interiore. Dalla sensazione che ci sia una grossa differenza tra la situazione che si sta vivendo, la condizione in cui ci si trova, e quella invece che si vorrebbe vivere, quella a cui si tende. Forse, potremmo pure dire che nasce da un desiderio di cambiamento.

Questo in sé non è negativo.

Non lo è. Solo che qui in questo frangente interviene un elemento caratteristico del nostro tempo, direi persino caratteristico del nostro modo attuale di vedere le cose: gli strumenti di comunicazione. La tecnologia.

Cellulari e web, in pratica.

Proprio loro. Più la televisione e la stampa, che con espressioni e toni concitati fanno da grancassa. Strumenti che raccontano una realtà che non esiste. Strumenti che la mistificano nelle aspettative positive e nel terrore delle negative, dandone una rappresentazione fatta di eccessi che ci distrae dalla verità delle cose e che ci spinge verso obiettivi che non sono reali, e quindi non raggiungibili.

Una cosa molto pericolosa…

Pericolosa perché frustrante. E la frustrazione di non riuscire a raggiungere qualcosa è proprio ciò che trasforma il conflitto in violenza verso di sé e verso gli altri, nelle sue manifestazioni più svariate. In pratica, ci è propinata l’immagine di un mondo brillante e perfetto che offre sicurezza contrapposta a mali estremi, ed è ciò dunque che ci aspettiamo di trovare nella nostra vita. Poi chiaramente non è così, e allora ci arrabbiamo. Perché le cose sono imperfette e non sappiamo accettarle; non si incontra più l’educazione all’accettazione ed all’adattamento.

Proviamo a dare una definizione di conflitto.

Cercherei di descriverlo così: esiste una relazione tra una situazione attuale e una situazione attesa. Io dunque parto dalla mia situazione attuale per cercare di raggiungere quella che mi aspetto, ma in mezzo c’è la presenza dell’altro. Ci sono delle azioni che devo compiere per raggiungere il mio obiettivo ma c’è quell’altro che mi dà fastidio, che mi si mette in mezzo, che turba la mia ricerca di sicurezza. Ecco che nasce il conflitto, in tesi reattivo, ma nella sostanza aggressivo.

Ma quell’altro di cui parli, cosa c’entra?

Diciamo che gli attribuiamo troppo spesso la responsabilità della nostra frustrazione, dell’impossibilità di avere quello che si vorrebbe avere e che non si riesce a raggiungere. Parlo dell’invidia. Ma parlo anche dell’emulazione, dell’insicurezza, della paura. Il desiderio e l’insicurezza nascono dall’altro. Se non ho quello che ha l’altro, nasce un desiderio ostile, se l’ho, ho paura di perderlo per causa sua. Cose così. Questo genera un conflitto con chi hai di fronte. Se poi mi è dipinto un mondo che ha ciò che non è concretamente raggiungibile alimentando allo stesso tempo la paura del prossimo, chiunque sia altro rispetto a noi diventa potenziale ambito di conflitto.

Perché quegli strumenti di cui parli dovrebbero raccontare una realtà che non esiste? Perché ci ingannano?

La ragione sta nella ricerca di potere e controllo dei mercati, che si declina variamente nelle diverse parti del mondo. Nella spinta violenta della globalizzazione che preme da tutte le porte. Consumare, e nient’altro. Con la ricchezza, ne cresce la concentrazione. E nel tempo, questo ha generato uno squilibrio grave nella distribuzione. Siamo alla ricerca spasmodica dell’oggetto che desideriamo, come se dentro di esso ci fosse la felicità, la fine della frustrazione. Lo compriamo, poi lo consumiamo, poi lo buttiamo. A volte, buttiamo anche le cose che non sono ancora consumate, mettendo in atto un comportamento allo stesso tempo sprezzante e punitivo. Quella rappresentazione falsata di cui parlavo, urlata e inesistente, quel modo di raccontarci una realtà non autentica, serve a creare dei consumatori sempre più aggressivi, spinti, voraci. Oggi questo meccanismo è alimentato e direi proprio richiesto dal sistema di crescita necessaria su cui si insiste nel fondare la nostra organizzazione socio economica.

Puoi spiegarcelo meglio?

Prima, una coppia si sposava e ogni suo sforzo mirava ad una cosa sola: avere una casa. Era un punto di partenza da cui costruire tutto. Guardiamo a come funziona oggi: fai le rate per comprarti tutto. Il telefono, l’automobile, la macchina, le vacanze. Sei spinto ad avere un consumo superiore rispetto alla tua capacità di reddito. Siamo incastrati in un circuito in cui i più sono spinti ad indebitarsi fino all’ultimo centesimo, privati dello spazio per avere idee proprie su cui investire, che non siano fatte di consumi e di oggetti usa e getta, che propagano questa attitudine ai rapporti tra le persone.

E questo crea conflitto?

Sì. Questo genera conflitto tra le persone. Non sei più dentro una relazione vera con l’altro, l’altro è solo funzionale a dove tu puoi o devi arrivare, alla tua scalata verso quell’inarrivabile possessivo e sicuro, che poi appunto neanche esiste.

Quindi stai dicendo che tutto questo va ad intaccare il rapporto con l’altro…

Sì. La relazione interpersonale è un momento di autenticità. Se la accetti così, allora è costruttiva. Se rifuggi questa sua natura implicita, allora è una relazione fragile, finta. Ecco, il genere di relazioni che siamo spinti ad intrattenere a causa di tutto quello che dicevo prima è basato sulla finzione, sull’utilizzo dell’altro come strumento o sul considerarlo un ostacolo. Non ci si parla. Stiamo insieme illudendoci di partecipare ad un momento bello e in realtà siamo storditi da tutto quello che ci circonda e l’altro non lo vediamo più. Non lo vediamo più come persona. Invece, una relazione autentica è quando due persone sono l’una di fronte all’altra e riescono a riferirsi, nel loro rapporto, ad elementi autentici. Ad una realtà che non sia artificiosamente falsa o falsata dall’utilitarismo o dal narcisismo.

Va bene. Ne esce una visione catastrofica.

No. Perché penso che il bene sia superiore al male. Penso che l’umanità sia sempre riuscita ad emergere da momenti disastrosi. Guardiamo al passato: ci sono stati momenti altamente conflittuali, negli anni bui del Medioevo o più recentemente nelle due guerre mondiali. Eppure, anche nei secoli bui c’era sempre da qualche parte un frate amanuense che stava rintanato nel suo monastero e ricopiava i testi. E tu pensi: “Ma con tutto quello che succedeva fuori, quel frate lì come mai stava in quella stanza nella semioscurità a ricopiare?”. Le cose andavano a rotoli, la gente si ammazzava, e lui faceva un’attività così apparentemente inutile. Che senso poteva avere? E il senso ce lo ha avuto, eccome. Era il sentire che la vita ha un altro senso, e che un senso è anche mettersi a ricopiare un testo valido, per il futuro. Qualcosa che resterà per tutti. Per l’umanità. Era la dimostrazione che anche nella barbarie si poteva continuare a pensare. E dunque perché non dovrebbe succedere anche adesso?

Come si fa, adesso? Quel monaco oggi cosa dovrebbe fare?

È qualcosa che possiamo fare tutti noi. E sai come? Semplicemente riuscendo a fermarci al punto di domanda senza sentirci meno bravi se non riusciamo a mettere a fuoco la risposta. E mi rifaccio a Miguel Benasayag, di cui ho letto diversi scritti e che per me è un grande maestro: la dicotomia futuro-opportunità futuro-minaccia è una intuizione semplice quanto grande. Io ho 58 anni ed ero adolescente quando scoppiavano le bombe nelle piazze e sui treni, eroina nelle periferie, autoblindo nelle università, eppure anche allora il futuro l’ho sempre visto come un’opportunità. Oggi invece avverto questa tendenza a vederlo come una minaccia.

Come si fa, nel mondo di oggi, un mondo che anche tu hai descritto come “falsificato” dai media, a continuare a vederlo come un’opportunità?

Lo si fa intervenendo sul presente. Mi ha affascinato la teoria delle azioni ristrette, proprio quella di cui parla Benasayag. Ripartiamo da quelle. Facciamo delle azioni ristrette utili, buone, di senso, dove possano avere comunque un impatto per piccolo che sia. E poi: continuiamo a farci domande. E smettiamo di avere paura della noia. Oggi la riempiamo con il cellulare, sempre a portata di mano, pronto a darci risposte. Lasciamolo in tasca e restiamo nel silenzio, nella domanda che ci frulla in testa e che non ha per forza una risposta precisa. E piuttosto, mettiamoci a parlare. Le persone che parlano sono i nuovi profeti. Restiamo nella comunicazione lenta, e nella comunicazione che rimane interrogativa.

Mi sembra il modo migliore per restare in una realtà vera. Non mistificata. Non falsa.

Sì. Anche a me.

Intervista tratta dal numero 57 dell’Archébaleno, la rivista di Arché, sfogliabile in versione digitale qua.