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«Di Covid ci si ammala e si rischia di morire, sul mare, invece, si muore e basta», spiega così, senza mezzi termini, Luciano Scalettari, presidente di ResQ, l’urgenza di mettere in acqua una nuova nave per il soccorso in mare, anche in piena pandemia. «Il fatto di vivere in questa fase di emergenza sanitaria non ci esime, anzi dovrebbe renderci ancora più attenti e solidali al destino di chi, in ogni caso, viene da situazioni peggiori delle nostre». Come i migranti e le migranti che, pur di raggiungere le coste europee, passano nell’inferno libico attraversando poi un mare, il Mediterraneo, dove non ci sono più navi che possano intervenire in caso di naufragio. Almeno fino a quando l’associazione ResQ non riuscirà a mettere in acqua la propria, grazie al sostegno e al contributo dei tanti che stanno aderendo alla campagna di cui il presidente di Arché, p. Giuseppe Bettoni, è uno dei promotori.  

Luciano Scalettari lei è il presidente di ResQ. Ci può far capire come è nata? 

ResQ è un’associazione, riconosciuta Onlus, nata il 19 dicembre 2019. Siamo partiti in pochi, meno di una ventina, e ora siamo più di 600. Dalla conferenza stampa di presentazione di fine luglio e poi con il lancio della campagna di crowdfunding nella data simbolica del 3 ottobre, è stato tutto un balzo. Abbiamo ricevuto tante mail, oltre settecento persone hanno già donato e in tanti ci hanno scritto per mettersi a disposizione: sono dati e numeri incoraggianti che ci spingono a andare avanti anche se la sfida è importante e impegnativa. Perché sappiamo che affittare una nave è complicato nell’attuale situazione di fermi amministrativi delle navi e con il vento, per utilizzare un’espressione marittima, che soffia tutto contro.

Nonostante la recente modifica dei decreti Salvini?

Sì, perché la riforma non toglie lo sguardo aggressivo e un po’ criminalizzante nei confronti delle realtà impegnate nel soccorso in mare. Tanto che, in determinate condizioni, sono ancora previste delle multe a testimonianza del fatto che non è cambiata la filosofia di fondo con cui i governi del nostro Paese guardano al soccorso in mare. In contrasto con diritto internazionale e la secolare legge del mare che ribadiscono il dovere di recuperare e mettere in sicurezza le persone in difficoltà.

Quali obiettivi vi ponete?

Vogliamo fare interventi umanitari perchè non può essere sindacabile o discutibile il dovere di salvare le persone in mare. Come un’ambulanza: prima aiuta e poi chiede il perché e il per come. Vogliamo anche essere la nave della società civile perché, pur sapendo che il salvataggio in mare dovrebbe essere compito dello Stato e dell’Europa, siamo consapevoli che così non è. Come spesso succede di fronte soprattutto alle emergenze sociali, la società civile arriva prima, evidenziando una mancanza dello Stato. Speriamo che questo vuoto venga presto colmato e che si smetta al più presto di fare questo ruolo di supplenza. Umanitaria.

Di migrazioni ne abbiamo sentito parlare tanto, perché c’era la necessità di una nuova nave?

Perché in verità non ce ne sono attualmente di navi di soccorso che navigano nel mar Mediterraneo. Sono tutte in fermo amministrativo oppure in manutenzione, ma nessuna operativa. E le persone continuano a muoversi e morire.

La nave di ResQ batterà bandiera italiana. Lo avete ripetuto in varie occasioni. Come mai questa insistenza?

Purtroppo, e lo sottolineo, purtroppo, stiamo vedendo che quanto iniziato col governo precedente non è cambiato: verso le realtà straniere c’è un atteggiamento più ostruzionistico da parte delle istituzioni italiane. Una nave italiana, essendo territorio nazionale, invece, ha meno difficoltà. In più è importante aver il Tricolore perché questa parte di società civile italiana che si è mossa, dalle associazioni alle casalinghe e ai pensionati, e che crede nei principi umanitari è importante abbia il riconoscimento, anche simbolico, della bandiera italiana. Ci piace pensare, infine, che la bandiera italiana venga associata non alla collaborazione coi torturatori della Guardia Costiera libica ma agli ideali di accoglienza e solidarietà.

Perché tutto questo diventi realtà e perché nel Mediterraneo tornino gli occhi e le navi della società civile,  l’impresa di ResQ ha bisogno di sostegno per partire. Come può contribuire ciascuno di noi?

La via più veloce e diretta è andare sul sito dove si trovano tutta una serie di opzioni per sostenere ResQ. Altro modo è andare sulla piattaforma Produzionidalbasso. Sul sito ci sono anche tutte le informazioni per entrare in contatto con ResQ e per diventare soci. Stiamo sistematizzando anche gli incontri del giovedì in cui soci e promotori intervengono, informando sulle attività che ResQ porta avanti. Compatibilmente con l’andamento della pandemia, infine, proseguono anche gli incontri dal vivo.